Niente da fare. Non riesce proprio a far quadrare le cose, Finn Andrews, che con i suoi The Veils approda al terzo album senza aver ancora trovato un’identità definita e vincente per il proprio sound ma trascinandosi ancora i dubbi e i difetti che si riscontravano nel precedente “Nux Vomica”.
La band è brava quando lavora “di gruppo” e si lascia andare al consueto pop-rock; riesce a creare pezzi anche molto belli come l’iniziale “Sit Down By The Fire”, ballata di ampio respiro, semplice ed efficace, oppure l’art-pop-rock denso e carico di “Killed By The Boom”.
Piacciono anche la “The Letter” in stile Killers, il grintoso simil-stoner di “Three Sister” o la torrida deriva psych degli otto minuti e rotti di “Larkspur”.
I problemi nascono quando Finn si vuol caricare il peso sulle spalle, dandosi a lente, a volte lentissime, ballate che risultano perlopiù noiose (“It Hits Deep”) e poco convincenti (il pop old-times di “The House She Lived In”) e anche l’interpretazione del leader risulta priva di sentimento e asettica laddove invece si dovrebbe esprimere parecchio, come nella title track, solo voce e piano, o in “Scarecrow”.
Un altro disco riuscito a metà per The Veils, gruppo di buone (ottime?) potenzialità che però fatica a trovare la strada giusta da percorrere e adottare come propria via maestra.
05/05/2009
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