Killers

Killers

Rock e delirio a Las Vegas

di Alessio Belli + AA. VV.

Sorti tra le ambigue luci di Las Vegas, Brandon Flowers & C. si sono imposti a colpi di hit come una delle band più amate e discusse del nuovo millennio. Tra indie e mainstream, pose e citazioni smaccate, lampi di personalità e un successo mondiale, ecco la corsa verso la vetta della band americana

Parte prima: glamorous indie rock & roll

Tra le dichiarazioni di “Meet Me in the Bathroom: Rebirth and Rock and Roll in New York City 2001-2011” di Lizzy Goodman, quelle riguardanti i Killers raffigurano una band estremamente determinata. Sulle pagine di un'altra consigliatissima lettura, “Retromania” di Simon Reynolds, si cerca di spiegare perché i gruppi a inizio 2000 si ispirino sfacciatamente a modelli musicali e mode generazionali così cronologicamente vicine. Brandon Flowers è ossessionato dagli Strokes, come tante altre aspiranti rockstar di quegli anni, e il mantra è incentrato su disciplina, prove e costante miglioramento. Lontani dalla New York post 9/11 intrisa dalle Bright Lights degli oscuri Interpol e ricca di nuovi nomi molto interessanti (Strokes, Yeah Yeah Yeahs, Lcd Soundsystem), i Killers fanno di tutto per spiccare e costruirsi un'identità che li possa condurre al successo.
La concorrenza è davvero agguerrita. “Is This It” e “Turn On the Bright Lights” – opposti ma speculari – hanno tracciato una linea di demarcazione indelebile, e oltre i sopracitati artisti newyorkesi, nel giro di un paio di stagioni muovono i primi passi gli “Strokes del Sud” – stando alla definizione presente nell'opera della Goodman – ovvero i Kings Of Leon. Vengono dal Tennesse, fanno tutti Followill di cognome, poiché sono tre fratelli più un cugino, e rinnegano gli insegnamenti del padre/predicatore per il verbo della musica. Sfornano "Youth And Young Manhood” e “Aha Shake Heartbreak”, mentre la Dfa di James Murphy pubblica l'esordio dance-punk “Echoes” dei Rapture. “Elephant” dei White Stripes, trainato dal futuro “coro mondiale” “Seven Nation Army”, impone definitivamente il duo sui palchi di tutto il mondo. Intanto sul versante britannico dell'Oceano non stanno a guardare: gli scozzesi Franz Ferdinand con tre dischi in tre anni raggiungono il loro spicchio di gloria, gli Editors con “The Back Room” del 2005 provano a essere i nuovi Interpol passando però per U2 e Rem (furbi vero?).
Un contesto florido in cui c'è spazio anche per l'esordio-capolavoro degli Arcade Fire, “Funeral” (2004). Giusto per citare le realtà più significative e connesse al discorso, senza offesa per tutti gli altri sorti in quegli anni e accostati più o meno giustamente al filone indie-rock.
Che cosa ha permesso, allora, ai Killers di raggiungere un successo internazionale importante (pari forse solo a quello degli Arctic Monkeys da Sheffield, che con l'esordio “Whatever People Say I Am, That's What I'm Not” del 2006 battono addirittura il record detenuto dagli Oasis, e dei Kings Of Leon post-“Sex On Fire”) e di rimanere ancora sulla cresta dell'onda (basti vedere i numeri di visualizzazioni e streaming, senza contare la performance di Glastonbury nel 2019)?

Determinazione, scaltrezza, profondo legame con la tradizione e spiccata vocazione melodica: queste le loro armi principali. Se Casablancas guarda al garage rock e il Cbgb e Banks ai Joy Division (anche dal punto di vista estetico), i nostri, già dalla scelta del nome, tradiscono qualche indizio: nel video di “Crystal” dei New Order – primo singolo tratto da “Get Ready” del 2001 –  la band protagonista si chiama proprio The Killers... Ma la formazione del giovane Flowers è piuttosto variegata: spazia da classici come i Beatles a nomi di punta del decennio 80 come Smiths e U2, ma anche Cars e Cure. Poi, ci sono gli Oasis. Proprio durante un loro live, Brandon matura la convinzione di avere un solo scopo nella vita: diventare una rockstar.
Il primo tentativo, però, non va in porto: Flowers viene espulso dalla sua prima band, i Blush Response, per il rifiuto di trasferirsi con loro a Los Angeles, in California. Il secondo andrà decisamente meglio. Il futuro cantante trova un annuncio sul giornale e contatta Dave Keuning, chitarrista. Il frutto della prima session? Nemmeno nella più ottimistica delle trame: è la loro composizione più famosa, “Mr. Brightside”.
Dopo alcuni cambi di formazione riguardanti le figure del batterista e del bassista (ruolo ricoperto all'inizio da Flowers, ora solo a voce e sintetizzatori), la band acquisisce una forma consolidata con Ronnie Vannucci Jr. alla batteria e Mark Stoermer al basso. Come ogni favola americana, più dal basso si parte meglio è. I Killers fanno a testa bassa la gavetta attraverso piccoli bar e locali, nel frattempo lavorano ai primi pezzi.

A questo punto della storia – coerente con i precedenti e felici colpi di scena – c'è l'arrivo di Braden Merrick della Warner Bros. Li vede dal vivo e se ne innamora. Peccato che la demo registrata non piaccia ai piani alti dell'etichetta. La band trova comunque asilo in Inghilterra alla Lizard King. Proprio in terra inglese, nel 2003, i quattro suggellano una serie di show infuocati, preparando bene il terreno per il lancio dei primi singoli e attirando l'interesse della stampa. Per Nme, The Independent, Spin e Rolling Stone i Killers diventano la next big thing da incensare nelle recensioni. Ad accoglierli tiepidamente è invece Pitchfork, che ironizza sia sui giudizi dati dai colleghi britannici, sia sull'effettiva sostanza del gruppo. Sarà lo stesso cantante a dichiarare più volte quanto per la carriera del gruppo sia stata importante Sarah "Ultragrrrl" Lewitinn, ex-manager dei My Chemical Romance e giornalista di Spin (nonché tra le voci del sopracitato "Meet Me in the Bathroom" e ora titolare dell'etichetta Stolen Transmission) “colpevole” di aver fatto conoscere alle masse alcune band su cui aveva scommesso, come gli Interpol, giusto per fare un nome. Una sorta d'investitura da quella che il New York Times ha definito una delle penne più influenti nella critica musicale. Riconoscimenti che comportano attese e aspettative altissime. 

Giugno 2004: esce l'esordio Hot Fuss e i quattro sono già un fenomeno grazie a singoli come “Mr Brightside” e "Somebody Told Me", il primo pubblicato a settembre del 2003 e il secondo uscito nel marzo seguente.
I Killers non inventano nulla di nuovo: sono più bravi a capire quale modelli citare e quali zone di mercato conquistare. Hanno grinta, carisma, e dove non arrivano con il talento, usano la scaltrezza. Sanno quanto sia controproducente emulare pedissequamente i loro idoli, sia a livello di immagine che di sound e testi, e cercano così di presentare qualcosa di appetibile, mescolando gusti apparentementi lontani – dalle New York Dolls, come dichiara il cantante in un'intervista a Seth Rogen, al rock americano anni 90 – per miscelare il migliore dei nuovi cocktail. La scenografia è composta da deserti e macchine impolverate, amori spezzati e riconciliazioni lunghe una vita, le luci (con annesse ombre) della Città del Peccato. Un look sfavillante, intrigante ma confidenziale, adatto alla confidenza romantica ma capace di sfociare nella sensualità più ammiccante. Riguardo quest'ultimo aspetto, le copertine scelte per i singoli sono immagini e loghi degni di un locale di spogliarelliste. Fa invece sorridere quanto Flowers e compagni siano impacciati nelle prime interviste

Come hanno insegnato capolavori assoluti della storia del cinema come “Casino” di Martin Scorsese e recenti, fortunatissime serie tv come “C.S.I.”, anche la più ammaliante delle bucce può celare polpa marcia. E i Killers seguono quella via: è un omicidio a segnare l'incipit di Hot Fuss. “Jenny Was A Friend Of Mine” racconta di un uomo geloso che non riesce a separarsi dall'amata e così confessa: “She couldn't scream while I held her close/ I swore I'd never let her go” (“Non poteva urlare mentre la stringevo a me/ Le ho giurato che non l'avrei mai lasciata andare”). La dichiarazione è inaugurata da ronzii e dal rumore di un elicottero, mentre il plettro inizia a smuovere le sei corde e un basso pompatissimo esce fuori dalle casse. Vogliono mettere in chiaro tutto e subito, i Killers, così a quest'intro fragorosa si succedono i synth ballabili e un ritornello-uragano.
Non sarà l'unico fatto di sangue della raccolta: “Jenny Was A Friend Of Mine”, insieme a “Midnight Show” e “Leave The Bourbon On The Shelf” (Sawdust) compone la cosiddetta "Murder Trilogy", ispirata dall'ascolto di “Sister I'm A Poet” di Morrissey. Un trittico di brani incentrati su fatti di cronaca reali che nella mente di Flowers dovevano diventare un mini-film diretto nientemeno che da David Lynch. Purtroppo, però, il progetto dovrà essere stato accantonato. Per comprendere appieno la "Murder Trilogy", bisogna ascoltare le canzoni seguendo l'ordine contrario alla pubblicazione. “Leave The Bourbon On The Shelf” è il primo capitolo, la traccia dieci dell'esordio è il momento centrale e l'epilogo è l'opener. “Midnight Show” è la corsa sfrenata che costa la vita alla ragazza: “The crashing tide can hide a guilty girl/ With jealous hearts that start with gloss and curls/ I took my baby's breath beneath the chandelier/ Of stars and atmosphere/ And watched her disappear/ Into the midnight show...”.

Seguendo l'ordine della tracklist di Hot Fuss, dopo pochi secondi di pausa dalla confessione di “Jenny Was A Friend Of Mine”, arriva la hit per eccellenza del gruppo, nonché uno dei brani più amati e ascoltati degli ultimi vent'anni: “Mr Brightside”. Quel giro di note iniziale riesce ancora a far urlare le folle di mezzo mondo. A contribuire al successo del brano, anche un celebre videoclip in cui, a completare la vicenda del triangolo amoroso, oltre alla modella Izabella Miko, appare anche il navigato attore Eric Roberts (fratello di Julia).
Nuovi pensieri di un amante divorato dalla gelosia, che stavolta però non sfociano nel dramma: è “Smile Like You Mean It”, con annesso nuovo videoclip di successo. Altro giro, altra hit: il chiacchiericcio riguardante quel fidanzato che “looks like a girlfriend”, ovvero "Somebody Told Me". Sebbene il testo non si discosti dalla sfera adolescenziale-discotecara, non si può resistere all'abbraccio irresistibile di questo brano.
I ragazzi però – nonostante l'euforia e la giovane età – dimostrano anche di avere un'anima: “I got soul, but I'm not a soldier”, cantano in coro in “All These Things That I've Done", prima che la voce diventi un gospel, per il passaggio più intenso, un vero e proprio anthem che acquisisce ancora più potenza durante l'esecuzione dal vivo. 
Il tratto distintivo di Hot Fuss – nel bene e nel male – è l'eccesso. Quel troppo che in alcuni momenti stride ma che in altri, seppur in maniera non proprio impeccabile, si lascia ricordare. Riguardo il primo caso, citiamo l'aspro sintetizzatore su cui si basa “On Top”, mentre per il secondo menzioniamo il crescendo di “Andy, You're A Star”, aperta dai tagli grezzi di chitarra.
Innocentemente goffa è la fragorosa “Glamorous Indie Rock & Roll”, presente nell'edizione Uk e australiana, mentre in quella Usa c'è "Change Your Mind", testo alquanto programmatico nonché profetico, in cui non possiamo non leggere i cenni autobiografici e le speranze del giovane Brandon.
A chiudere il cerchio, la sorvolabile “Believe Me Natalie” e l'ancor più discutibile finale in chiave distesa di “Everything Will Be Alright”. 

Nel frattempo, il 2 agosto del 2005, Brandon Flowers si sposa con Tana Munblowsky col rito della Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni. Dal matrimonio nasceranno tre figli: Ammon Richard (14 luglio 2007), Gunner (28 luglio 2009) ed Henry Brandon (8 marzo 2011)

Passano due anni, la camera da presa si sposta di poco e inquadra il Sam's Town Hotel and Gambling Hall. Con Sam's Town (2006) i Killers provano a sporcare immagine e suoni. Flowers si presenta con baffetto e un accenno di barba; il resto lo fa il bianco e nero, tipicamente sporco e polveroso, delle desertiche foto del leggendario Anton Corbijn, a cui la band chiede di apparire più "chic, gypsy look". Tra gli scatti del Maestro, troviamo un altro peso massimo della musica: il produttore del disco, Mark "Flood" Ellis, nei panni di un nativo americano.
L'energia caratteristica del gruppo non si è persa e ce lo dimostrano i primi secondi dell'omonima opening. Il countdown sul rullante, l'inizio sfarzoso, con il crescere della chitarra e l'arrivo dal magnetico passaggio del synth. Il ritmo rimane galoppante e il graffio elettrico delle sei corde accompagna la voce di Flowers intenta a raccontare l'ennesima vicenda di riscatto e rivalsa tra le vie e le luci di Las Vegas. Nonostante l'inguaribile e onnipresente retorica del “Se ci credo posso farcela”, presente in quasi tutti i testi, il cantante affina la penna, rendendo più efficace ed espressiva la scrittura: “I took a bullet and I looked inside it/ Running through my veins an American masquerade.” Un ottimo inizio.
L'inserimento della successiva “Enterlude” (a cui seguirà il conclusivo “Exitude”), tutta pianoforte e voce, prova a conferire una labile forma concept, prima dell'arrivo dell'entusiasmante “When You Where Young”, una turbolenta storia d'amore  accompagnata da un video d'ambientazione messicana. Puntuale successo e classico ancora intramontabile, potrebbe rivelare la scelta di un suono più guitar oriented, senza spostarsi troppo dalla vocazione mainstream/anthem, dalla voglia di comporre momenti perfetti per essere vissuti insieme all'euforia dei live. Ma oltre il singolo, composto con la mente puntata fissa sullo Springsteen di “Born To Run”, ci sono i soliti Killers con poche variazioni. A impreziosire musicalmente l'altro bel singolo “Bones”, provvedono i fiati e l'imperdibile videoclip diretto da Tim Burton, regista apparentemente lontanissimo dalla concezione della band, eppure capace di conferire il suo celebre tocco dark all'universo-Killers, aggiungendo a drive-in e macchine decappottabili un bel po' di scheletri e classici del cinema horror. Burton tornerà qualche anno dopo a dirigere l'altrettanto suggestivo video di “Here With Me”, insieme alla sua musa Winona Ryder.
Nel secondo capitolo, troviamo anche la loro ballad per eccellenza, tutta tappeti di sintetizzatori e malinconia: “Read My Mind”, canzone che il cantante reputa il suo fiore all'occhiello, che verrà remixata nientemeno che dai Pet Shop Boys. Altrettanto riuscite sono la ballata western di “Bling (Confession Of A King)” e la rockeggiante "For Reasons Unknown”, ultimo singolo estratto dal disco.
Oltre la floscia “My List”, sul versante più grezzo si aggregano “Uncle Jonny” e “This River Is Wild”, ma a spiccare di più è probabilmente “Why Do I Keep Counting?”.

Da buoni e fedeli seguaci dell'epopea di marca Smiths (alla cui scuola si sono formati), i Killers licenziano un anno dopo Sawdust, raccolta di B-sideouttake e rarità di varia provenienza, sul modello di "Hatful Of Hollow" e "The World Won't Listen". Un'operazione "dedicata ai fan", come il gruppo tiene subito a precisare. A sfogliare questa collezione (un po' prematura) di brani minori, emerge l'immagine netta di un gruppo mainstream fin nel midollo (in questo senso la cover di "Romeo And Juliet" dei Dire Straits, peraltro godibile e piacevolmente anticonformista, vale una fatwa definitiva da parte di tutte le chiese "alternative"), sulle orme di un rock che più classico e americano non si potrebbe concepire, intriso di nostalgia e profondo senso della tradizione, a tratti anche conservatore, ma sempre innestato in un solido artigianato pop di vecchia scuola (che ha dato il meglio di sé soprattutto nei singoli).
Si va da duetti con Lou Reed ("Tranquilize") a riletture dei Joy Division ("Shadowplay", in stile paradossalmente New Order), passando per qualche buona intuizione (il trittico "Leave The Bourbon On The Shelf", "Sweet Talk" e "Under The Gun") che sembra confermare l'impressione generale di una boy-band vecchio da poster in cameretta, con un gusto particolare per barocchismi vezzosi e melodrammi bagnati di spleen new romantic, alle prese però con un repertorio che sembra volersi riconnettere al Grande Romanzo Americano di Johnny CashTom Petty e Bruce Springsteen.

Parte seconda: are we dancers?

Per Day & Age del 2008, i Killers chiamano in cabina di regia un produttore come Stuart Price (altrimenti noto come Jacques Lu Cont per i frequentatori dei dancefloor più cool) che con la plastica e la dance anni 80 ha costruito la sua fortuna, tra produzioni per popstar ingombranti e progetti synth-pop-revival un po' più di culto come gli Zoot Woman. È proprio lo spirito di questi ultimi ad aleggiare sul primo singolo "Human", il brano più accattivante, grazie alla sua melodia malinconica e ammiccante il giusto (con tanto di celebre ritornello “Are we human or are we dancers?”). La clonazione del pop patinato di fine anni 80 riesce perfettamente anche in "The World We Live In" e in "This Is Your Life", forse troppo démodé e poco pompate per aver fortuna in radio oggigiorno, ma comunque funzionali all'estetica dell'album.
L'esito più inaspettato della collaborazione viene invece raggiunto nella baldanzosa marcetta di "Joy Ride", uno svergognato incrocio tra gli Wham! in vacanza al Club Tropicana e le piccole creature dei Talking Heads, col sax in primo piano e Flowers che gigioneggia compiaciuto. Come se non bastasse, le atmosfere da cocktail a bordo piscina ritornano anche nella più pacata "I Can't Stay", ballad a tinte caraibiche.
Il soggiorno negli alberghi più kitsch di Las Vegas termina qui, altrove Price non riesce a tenere a freno l'attitudine da stadio della band che sfocia in "Spaceman", il brano più tirato del disco, in cui Flowers si arrampica su una melodia che ha il suo punto di forza nei continui cambi di tonalità. Se il singolo è un pezzo riuscitissimo, non si può dire altrettanto della più spenta "Neon Tiger" né tantomeno delle due ballate poste a chiudere idealmente i due "lati" dell'album: troppa enfasi e prolissità che vanno a scapito di melodie comunque ben strutturate. Chiedere ai Killers anche maggiore sobrietà forse sarebbe troppo e potrebbe addirittura far perdere loro un certo fascino, in fondo la verve con cui hanno affrontato quest'album è già sufficiente per regalare quaranta minuti di piacevolissimo svago. 

Con un rapido sguardo alla copertina e ai titoli realizziamo che Flowers non si è spostato di un passo per il debutto solista. Sulla scia del boom di Day & Age, nel 2010 piazza Flamingo, entrando così nel numeroso club dei leader di gruppi affermati che si concedono una parentesi solista senza per questo mettere in pericolo il futuro della band. La differenza tra questo e la stragrande maggioranza degli altri casi sta nel fatto che normalmente un leader si allontana dalla band per provare a fare qualcosa di diverso, mentre qui gli sforzi in fatto di songwriting profusi da Flowers sono rivolti invece a continuare il percorso artistico del suo gruppo. Di conseguenza, chi si approccia all'ascolto di Flamingo deve farlo aspettandosi qualcosa che non si distanzi molto dai tre dischi già pubblicati dai Killers. E poiché è proprio dal punto di vista dello stile compositivo che Flowers & C. hanno cambiato pochissimo nel corso della loro carriera, è normale che il suddetto stile sia riflesso pienamente da questi nuovi brani.
Il tocco melodico è sempre riconoscibile, dove, invece, vi sono differenze, anche piuttosto evidenti, è nel suono: come i Killers nel corso dei dischi hanno puntato sempre più su una sfrontata pacchianeria, quasi a voler trovare una sincronia con la città da cui provengono, così Flowers veste queste canzoni in modo sobrio e senza mai dare l'impressione di voler andare fuori dalle righe. Non si spinge mai sull'acceleratore del ritmo, né della potenza; non c'è mai alcun tipo di stratificazione negli arrangiamenti, ma chitarra, basso, batteria e tastiera hanno linee sempre molto naturali, fresche e spontanee; l'impressione resta la medesima anche nell'accenno di coro gospel che caratterizza "On The Floor", proprio perché anch'esso non appare un arricchimento sovrabbondante.
Questa sobrietà, comunque, non ha l'effetto collaterale di far apparire i brani tutti uguali: c'è anzi una buona varietà tra il tipico epos alla Killers ("Only The Young", il singolo "Crossfire", con tanto di videoclip featuring Charlize Theron), momenti più introspettivi ("Playing With Fire") e altri maggiormente spensierati ("Was It Something I Said?", "Magdalena"). Questa varietà riesce a essere discretamente efficace grazie sia all'impostazione dei diversi elementi del suono che all'intonazione del cantato. Flowers ha anche saputo trattenersi dall'inserire nel disco un numero eccesivo di brani, almeno nell'edizione standard, fermandosi a dieci, in modo che la capacità di ogni singola canzone di svolgere il proprio compito di piacevole intrattenimento non venisse annacquata da una durata eccessiva.
Diverso è il caso della deluxe edition, che comprende ben quattro canzoni in più, due delle quali rappresentano altrettante circospette escursioni nel synth-pop ("Jacksonville" e la conclusiva "Right Behind You") e un'altra, "The Click Was Tickin'", è invece un'inaspettata strizzatina d'occhi a Bob Dylan.
I Killers sono sempre stati un gruppo buono soprattutto per intrattenere divertendo, attraverso la giusta dose di adrenalina, e Brandon Flowers offre qui un diverso tipo di intrattenimento, molto più composto e rilassato, ma sempre piacevole, e che merita, quindi, un'ampia sufficienza.

Nel 2012 esce il quarto disco d'inediti, Battle Born. La lezione svolta da Stuart Price per l’album Day & Age, che riportava la band a una più congeniale (per loro) e giocosa dimensione, sembra essere stata velocemente dimenticata; ne è rimasta una vaga traccia nel brano d’apertura “Flesh And Bones” e nell’ammaliante “Deadlines And Commitments”, le cui fascinazioni anni 80 suonano però stanche ed eccessivamente seriose. Persino lo stesso dj/produttore britannico, presente nella sola “Miss Atomic Bomb”, fallisce nel donare loro l’auspicata lievità: li doma per pochi secondi, trasformandoli quasi in una cover-band degli Alphaville, prima che i quattro del Nevada si ribellino ed eccedano con un’enfasi da stadio che avrebbero fatto meglio, perlomeno, a diluire. E invece è diventata la protagonista assoluta del nuovo album, come il singolo “Runaways” declama orgogliosamente, riuscendo ad affossare persino il songwriting, generalmente delicatissimo, di Fran Healy dei Travis, all’opera per un’appena discreta “Here With Me”.
Una certa tendenza all’epicità melodica ha sempre contraddistinto i Killers, è vero, ma stavolta a corroborare, e peggiorare, il tutto vi è spesso una roboante produzione tutta “tastieroni e chitarroni” (si ascoltino “A Matter Of Time” e la title track) che suona come il botto di un frontale tra il Jon Bon Jovi capellone e la Cher che arrapava i marinai (e coi Queen tutti in coro a cantare poi l’omelia funebre). Sapere che alle loro spalle ci sono stavolta anche due guru come Brendan O’Brien e Steve Lillywhite indispone un po’, sia perché fa impietosamente capire che, per i due produttori, i tempi di “VS” e di “War” non sono mai stati così lontani e irrecuperabili, e sia perché pone automaticamente i Killers nell’antipatica posizione di chi vuole a tutti i costi prendere il testimone dai propri idoli senza poterselo ancora permettere ed ergersi a difensori di quella “rockeggiante” grandeur che ormai suona persino anacronistica. Se i loro intenti non fossero ancora ben chiari, tra gli autori dei brani salta fuori anche un certo Daniel Lanois. Almeno lui, però, riesce a essere un vero valore aggiunto: i tre brani che portano la sua firma sono, infatti, anche i migliori del lotto: la snella “The Way It Is” e la ballata “Heart Of A Girl” (che vede Lanois anche come produttore) presentano delle melodie finalmente riuscite che riescono a non farsi sopraffare dalla prosopopea dei colleghi coinvolti in regia, mentre la dolente e sospesa “Be Still” ci ricorda che Flowers, nel giusto contesto, sarebbe anche un eccellente vocalist e non soltanto un poseur.

Parte terza: Wonderful Wonderful

Un anno dopo Battle Born (slogan dell'amato stato del Nevada), il gruppo pubblica il primo best of, Direct Hits. Lo smaccato e ironico spirito autocitazionista già presente nel video di “Miss Atomic Bomb” della precedente pubblicazione - ovvero il sequel di “Mrs. Brightside” - trionfa nell'inedito “Just Another Girl”. Nel video della canzone, incisa con lo zampino di Stuart Price, Dianna Agron riveste il ruolo di leader dei Killers mentre attorno a lei si intrecciano i set celebri del gruppo. Se quest'opera esalta il versante cinematografico/visivo, l'altro inedito non è da meno: il singolone "Shot At The Night" - dove a contribuire questa volta è un marchio doc come M83 - diviene fin da subito uno dei brani di maggior successo e uno dei clip più visualizzati della formazione americana. Melodia e ritornello a presa rapida e quattro minuti nella vita e nelle speranze di una giovane e bella cameriera d'albergo lasvegasiana.

Nel 2015 Brandon Flowers pubblica il secondo album d'inediti, The Desired Effect. Naturalmente il nostro sopra le righe lo era, e sopra le righe resta, e per ascoltarlo dovrete entrare nell'ordine d'idee di munirvi di sciarpa da ultrà e trombetta squillante, e accomodarvi infine nella curva di uno stadio a vostra scelta subissati da fumogeni e “oh oh ohh”. Dopodiché potrebbe risultarvi anche più tamarro del solito (anzi no, e la visione della copertina di Battle Born, nonché i suoi contenuti, sono lì a smentirci), ma portatore di un messaggio finalmente privo di seriosità, tale da facilitarvi nell'accettare l’invito che sembra uscire della sua ugola acuminata: “Ok, stavolta pensate solo a divertivi, al resto ci penso io”. Prodotto dal contesissimo Ariel Rechtshaid (fra Vampire Weekend e Madonna, in mezzo c’è un oceano di musicisti, incluso il nostro autore di un disco del mese Tobias Jesso Jr.) e timbrato al mixing dal fido ed esperto Alan Moulder (già, fra gli altri, con The Jesus and Mary ChainRideNine Inch Nails e White Lies, e già presente nei primi due album dei Killers), The Desired Effect rappresenta il felice incontro fra il synth-pop più colorato che sbarcò in America negli anni 80 e quella rock arena che, in quegli stessi anni, negli Stati Uniti era già di casa. Ascoltare il disco di Brandon Flowers è come accendere Videomusic in una notte d'estate dell''83, o dell''84, e muoversi fra le piramidi di “Don't Cry” degli Asia, col faccione di John Wetton in bella vista, o sulla spiaggia di Elton John, vestito extralusso e contornato da stuoli di ballerini kitsch, mentre declama “I'm Still Standing”, oppure trovarsi fra i deserti a stelle e strisce in compagnia dell'Ufo cowboy Tom Petty di “You Got Lucky”. E poi fra gli immancabili lentacci degli Styx che planavano con nonchalanche sulla zazzera ossigenata di Howard Jones, o sugli abiti a schermo cinematografico di Nik Kershaw: tendenze diverse, eppure assimilabili sotto l’unica voce di un elettrico anthem pop. Ma vuol dire anche, e soprattutto, vedere Brandon nell’atto di prendere al volo il treno che fende la periferia inglese di “Smalltown Boy” per sedersi accanto a Jimmy Somerville, e confezionare sul quel motivo cardine della videoclip generation la sua “I Can Change” ”nuova” di zecca, che ruba persino un cameo a Neil Tennant quasi chiudendo il cerchio aperto con “Where The Streets Have No Name (Can’t Take My Eyes Off You)”.

Dopo l'episodio solista, è tempo di ritorno in scena per i Killers: nel nuovo album Wonderful Wonderful (2017), Stoemer e Keuning sono sempre più defilati (nei live sono addirittura sostituiti da turnisti) e il gruppo ha sempre più le fattezze del suo leader. E Brandon Flowers è uno bravo sul serio. L'unico di tutta la genia del revival anni 80 a non aver mollato, a essere rimasto al proprio posto, a saper costruire un disco effettivamente accattivante che cresce, che ti si impianta nei circuiti della memoria, che solletica il gusto melodico, che ti costringe a metterti in posa, a inforcare gli occhiali da sole, a farti illuminare dai raggi, mentre una brezza ti smuove i capelli al rallentatore, che ti impone di muoverti sulle punte, quasi danzante, caricaturale ma tutt'altro che stupido (ma non fatelo in strada che poi vi prendono per scemi). Brandon ti fa sentire di nuovo protagonista di un videoclip.
E Brandon è il depositario di un'arte mainstream che oggi viene sfregiata, fatta a pezzi dai farabutti del coretto e della cassa piatta e dritta, dai costruttori di canzoni che partono piano, crescono progressivamente, e poi prendono la rincorsa per fare la ola. Gente che canta di Beautiful Day e di Paradisi sempre e comunque, e magari ci infila dentro un bel sermone e poi, via, tutti in coro, vorrei cantare insieme a voi, in perfect harmony. No, Brandon è diverso, costruisce canzoni ricalcandole da copie prestigiose, le mischia e tira fuori dei bei ritornelli, classici, antichi ma che sembrano freschi.
Sul nuovo album, primo in Gb e negli Usa in contemporanea, la title track si muove ansiosa come un brano combat-rock dei bei tempi, con un basso pulsante, un recitato febbrile, tastiere che mimano archi, per poi aprirsi a un chorus magistrale, ampio, ben delineato, anche declamante, ma non cafone. Poi arriva "The Man" e cambia tutto: un omaggio a George Michael, con il supporto degli Sparks in versione disco, e la produzione dei Daft Punk, o di Nile Rodgers o di chi volete voi. Perché tanto quello che conta è l'interpretazione di Brandon che rende irresistibile tutto.
Scorrono via via brani come "Rut" e "Life To Come", e ti chiedi dove tu li abbia già sentiti, con tutto quel contorno di synth, il coro gospel, il fantasma di Bono quando era ancora un cantante, memorie e controcanti di meteore perdute nella notte dei tempi o di qualche tubo catodico dismesso (i Cock Robin?!). Ma basta una virgola in più e Brandon prende in ostaggio pure Marian Gold, l'ugola crucca degli Alphaville, ma se di rapimento si tratta è da considerarsi sempre affettuoso. Marian, insomma, se la spassa a casa di Brandon e riappare clamorosamente come se fossimo di nuovo nel 1984 in "Run For Cover". Brandon dovrebbe mettere su un'agenzia che aiuta le ex-stelle del pop dismesse e affrante: basterebbe solo mimare le sue canzoni tributo. Ve lo ricordate Ric Ocasek, il leader dei Cars, quello che scriveva motivetti super-orecchiabili ma che godeva di una rispettabilità ai più preclusa? No!? Non c'è problema, c'è Brandon che lo rifà tale e quale e intanto vi racconta delle disfatta di Tyson contro Douglas nell'anno 1990. Brandon è l'apoteosi della nostalgia, Brandon sei tutti noi che amiamo passare il tempo con i vecchi album di fotografie!
Ne ha per tutti, questo benedetto ragazzo cresciuto con gli occhi abbagliati da Mtv. Per esempio, a un certo punto, decide di fare il verso a Chris Martin, da gran burlone, ma si mette di impegno e costruisce una perfetta canzone alla Coldplay, sinuosa, morbida, sussurrata, vuota, priva di significato, "Some Kind Of Love", ma intanto intorno sono già tutti con lo smartphone acceso e c'è già qualcuno che sta facendo la ola commosso. E anche quando non sa che pesci prendere, come accade in "The Calling", una sorta di "Personal Jesus" ancora più monocorde, riesce sempre a trovare la stanza giusta dove apparecchiare una tavola perfettamente imbandita.
Ma il colpo finale è da autentici maestri: Brandon si chiede, ci chiede, magari fa anche un sondaggio, se "Have All The Songs Been Written?", una roba onestamente da brividi, perché la domanda è oggi più che mai attuale e legittima. E in attesa di una risposta rifà "Brothers In Arms"?! Ovviamente con Mark Knopfler alla chitarra. Brandon Killers ha scovato la ricetta per divertirsi, divertire e fare un sacco di soldi, da reinvestire per il suo e il nostro divertimento: costruire dischi senza storia, senza alcun filo conduttore, senza un vero senso. Raccolte di brani, scritti bene, omaggi prodotti ed eseguiti con una tale maestria da sembrare originali, dotati di uno stile proprio. Brandon Killers, la lavatrice del pop, ha scritto il suo capolavoro. Ma vedrete che ne farà un altro.

E infatti i Killers con Imploding The Mirage (2020) approdano definitivamente nel synth-pop. Il percorso iniziato con la grande ondata indie d'inizio 2000 e poi assestatosi su un classic pop-rock con sbrilluccichii 80's, adesso – complice l'addio del chitarrista fondatore Dave Keuning e il ruolo di semplice turnista in studio del bassista Mark Stoermer – ha sempre più le forme sonore di Brandon Flowers, la cui vocazione melodica era apparsa lampante negli episodi solisti Flamingo e The Desired Effect. Addio alle chitarre di “When You Were Young”, al tronfio rock di Battle Born e niente slanci dissonanti come nella splendida title-track del predecessore: Imploding The Mirage (2020) è un confortevole concentrato pop ben accompagnato visivamente fin dalla copertina con impressa l'opera “Dance of the Wind and Storm” di Thomas Blackshear. Mossa facile e vincente, tanto da portare recensioni positive da realtà spesso ostili, oltre al solito posto in vetta alla classifiche mondiali. Uno scenario disteso e aperto, figlio del trasferimento del leader lontano dalla Città del Peccato, nello stato dell'infanzia – lo Utah – per stare più vicino ai delicati problemi della moglie che avevano segnato Wonderful Wonderful (ascoltare la struggente “Rut”).
A non cambiare mai è l'immaginario: dal videoclip d'esordio o dalla hit “Human”, passando per le iconiche copertine mojaviane, i Killers amano il proprio mondo e non hanno la minima intenzione di uscirne, circondati da corse in macchina, deserti, blue jeans serenade e cappelli da cowboy. 
Lo confermano le uscite in anteprima di “Imploding The Mirage”, “Caution” e “My Own Soul's Warning”: la colonna sonora perfetta per quest'estate che non c'è stata. Se i video raccontano una nuova storia d'amore tra cineprese, palchi e rimpianti, musicalmente apprezziamo la coinvolgente freschezza: la prima per il mood galoppante, la narrazione cinematografica ("Let me introduce you to the featherweight queen/ She's got Hollywood eyes but you can't shoot what she's seen/ Her momma was a dancer/ And that's all that she knew/ 'Cause when you live in the desert it's what pretty girls do") e il puntuale refrain vincente; la seconda per il giro di sintetizzatore capace di imprimersi nei timpani dopo un ascolto.
A livello compositivo, Keuning viene sostituito in sala di registrazione da turnisti di lusso (Lindsey Buckingham dei Fleetwood Mac che impreziosisce "Caution” con il suo assolo, Adam Granduciel dei War on DrugsJonathan Rado, anche co-produttore insieme a Shawn Everett) con il sempre scaltro Flowers che arruola nuovamente Alex Cameron dopo i positivi esiti di Wonderful Wonderful, in cui aveva aiutato il gruppo nella stesura di alcuni brani. 
Pop sì, ma quanto? Molto. Nella conclusiva traccia omonima, i ragazzi di Las Vegas possono ricordarci persino gli Wham! Altro grande riferimento del disco è - di nuovo - il Boss. La marcia di “Dying Breed” è sostenuta da parti di  “Hallogallo" e "Moonshake" di NEU! e Can – giusto per non farsi mancare nulla nella lista di mostri sacri citati ad ogni uscita – ma al momento del decollo siamo in piena scia di “Thunder Road” e “Born To Run”. Bene gli innesti vocali femminili di Weyes Blood – il nome che non ti aspetti ma che funziona - in “My God” e k.d. Lang in “Lightning Fields”. Con quest'ultima canzone Flowers compone un'altra triologia, ben diversa dalla celebre "Murder Trilogy" ("Leave The Bourbon On The Shelf", "Midnight Show" e "Jenny Was A Friend of Mine"). "That’s my mom talking to my dad”, ha dichiarato il cantante riguardo a questa nuova sentita ballad, composta pensando alla relazione tra il padre e la madre, come aveva fatto in precedenza per "A Dustland Fairytale" (Day & Age) e “The Clock Was Tickin'” (Flamingo). Se il funky di “Fire In Bone” si miscela bene alle affiatate “Running Towards A Place” e “When The Dreams Run Dry”, a spiccare nel resto della scaletta è “Blowback”, dal cristallino ritornello supportato a dovere dalle sei corde.

Assimilato e consolidato il gioco dei riferimenti nella loro grammatica, al sesto disco i Killers si palesano definitivamente per quello che sono: una band forse lontana dal fare la storia della musica, ma capace di sfornare in ogni occasione dell'ottimo pop. E non è poco.

Contributi di Francesco Giordani ("Sawdust"), Stefano Fiori ("Battle Born", "Day & Age"), Davide Sechi ("Wonderful Wonderful"), Stefano Bartolotta ("Flamingo"), Marco Bercella ("The Desired Effect")

Killers

Rock e delirio a Las Vegas

di Alessio Belli + AA. VV.

Sorti tra le ambigue luci di Las Vegas, Brandon Flowers & C. si sono imposti a colpi di hit come una delle band più amate e discusse del nuovo millennio. Tra indie e mainstream, pose e citazioni smaccate, lampi di personalità e un successo mondiale, ecco la corsa verso la vetta della band americana
Killers
Discografia
 THE KILLERS 
   
 Hot Fuss (Island, 2004) 
Sam's Town (Island, 2006) 
 Sawdust  (Island, 2007)                                                                                                           
 Day & Age (Island, 2008) 
 Battle Born (Island, 2012) 
 Direct Hits  (Antologia, Island, 2013) 
Wonderful Wonderful (Island, 2017) 
 Imploding The Mirage (Island, 2020) 
   
 BRANDON FLOWERS 
   
 Flamingo (Island, 2010) 
The Desired Effect (Island, 2015) 
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Video

Mr. Brightside 
(da Hot Fuss, 2004)

Somebody Told Me
(da Hot Fuss, 2004)

When You Were Young
(da Sam's Town, 2006)

Bones
(da Sam's Town, 2006)

A Dustland Fairytale
(da Day & Age, 2008)

Miss Atomic Bomb
(da Battle Born, 2012)

Here With Me
(da Battle Born, 2012)

 Shot At The Night
(da Direct Hits, 2013)

Brandon Flowers - Crossfire 
(da Flamingo, 2010)

Rut
(da Wonderful Wonderful, 2017)

Caution
(da Imploding The Mirage, 2020)
Killers su OndaRock
Recensioni

KILLERS

Imploding The Mirage

(2020 - Island)
Lontani dalla Città del Peccato, Flowers & C. incidono il loro disco pop definitivo

KILLERS

Wonderful Wonderful

(2017 - Island)
Gli antichi ma sempre freschi scenari pop mainstream nell'ennesima raccolta di Brandon & C.

KILLERS

Battle Born

(2012 - Island/Vertigo)
I quattro di Las Vegas indossano il giubbotto di pelle per il loro album più rock

KILLERS

Day & Age

(2008 - Island)
Un viaggio kitsch a Las Vegas, in compagnia della band di Brandon Flowers

KILLERS

Sawdust

(2007 - Island)
Raccolta di B-side e outtake varie dalla band statunitense

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