Editors

The Back Room

2005 (Kitchenware / Self) | wave

La nidiata del "nuovo rock" inglese continua a produrre numerose realtà che il tempo scremerà: alcuni di questi giovani rampanti saranno velocemente dimenticati, altri avranno l'onore di essere ricordati nel tempo. Gli Editors sono fra i più recenti prodotto della Vecchia Inghilterra, formazione composta da quattro ragazzi poco sopra i vent'anni che rispondono ai nomi di Tom Smith (voce e chitarra), Chris Urbanowicz (chitarra), Ed Lay (batteria) e Russel Leetch (basso). Si sono conosciuti all'Università di Stafford, vicino Birmingham e alla fine del 2004 hanno firmato per l'etichetta indipendente Kitchenware. Il primo frutto è stato il singolo d'esordio, "Bullets", seguito dal secondo, "Munich", entrato nella top 20 inglese, evento che ha catapultato i ragazzi verso il successo.

Un giro di date in Inghilterra e il risalto concesso loro della stampa britannica hanno prodotto grande attesa intorno alla band, che a luglio ha pubblicato l'album d'esordio "The Back Room", dove la potenza e l'aggressività dei live-show viene rimodulata e addolcita per spianare meglio ai nostri la strada delle chart. Le tinte sonore, così come i colori scelti per il packaging del disco, fanno sì che l'opera venga subito catalogata non proprio come solare, anzi decisamente dark, con chiari riferimenti ai Joy Division. Quella che ascoltiamo su questo dischetto è new wave attualizzata, anche se meno "sintetica" risapetto alla sorella maggiore che si produceva 25 anni fa. Il problema è che in questo caso il gioco dei rimandi non è incentrato esclusivamente su band del passato, ma anche su situazioni contemporanee, così che gli Editors potrebbero essere tranquillamente scambiati per gli Interpol, ai quali assomigliano in maniera pericolosa.

Il brano di apertura, "Lights", è programmatico di ciò che l'ascoltatore deve attendersi: sembra di ascoltare gli Interpol con alla chitarra il primo The Edge. E i riferimenti al chitarrista degli U2 ritornano nel riff di "Someone Says", scritta sicuramente dopo serate passate ad ascoltare "Boy". La sensazione è duplice: da un lato il fastidio del già sentito, dall'altro l'innegabile capacità della band di scrivere una manciata di buone e orecchiabili canzoni moderatamente rock. Rispetto agli Interpol, qui troviamo meno pause riflessive ("Fall", "Camera", più le conclusive "Open Your Arms" e "Distance") e un briciolo in più di aggressività, anche se il percorso appare meno artistico rispetto a "Turn On The Bright Lights". Chi riuscirà a superare gli sbarramenti psicologici lasciando da parte i confronti col passato, tenendo chiusi i cassetti della memoria, si troverà al cospetto di un album comunque ben confezionato, discretamente suonato, con qualche picco d'eccellenza come nel caso dell'iniziale "Lights" e del trascinante terzo singolo "Blood".

"Fingers In The Factories" è invece il vertice gioioso del disco, con il suo ritornello perfetto per essere canticchiabile durante le esibizioni dal vivo, e l'attacco iniziale che sembra mutuato dai Cure più solari, per un risultato finale prossimo ai Franz Ferdinand. L'unico vero appunto da muovere ai quattro inglesi non è tanto quello di aver esagerato nella scopiazzatura del compitino, quanto quello di aver creato un prodotto un po' troppo pulito, ordinato e quadrato, con l'occhio buttato più alla programmazione radiofonica che a una reale introspezione dark. L'augurio è che gli Editors riescano in futuro a scrollarsi di dosso l'etichetta di cloni, producendo qualcosa di più personale e meno derivativo. Se nel frattempo, in queste undici tracce, riuscirete a trovare spunti intriganti, il consiglio è di procurarvi le b-sides dei singoli pubblicati, degno completamento del lavoro sin qui svolto.

(13/05/2005)

  • Tracklist
  1. Lights
  2. Munich
  3. Blood
  4. Fall
  5. All Sparks
  6. Camera
  7. Fingers In The Factories
  8. Bullets
  9. Someone Says
  10. Open Your Arms
  11. Distance
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