Bastano in verità le poche note minimali di piano e chitarra di “Clearing” per innamorarsi di “No Such Thing As Free Will“. Deniz Cuylan pone interrogativi filosofici come il libero arbitrio e la felicità sentimentale, attraverso paesaggi sonori bucolici sfavillanti di luci e colori nei quali anche quando viene scelta come fonte il minimalismo di Steve Reich è l’armonia a prevalere sul caos (“Flaneurs In Hakone”).
Cuylan evita accuratamente quei preziosismi tecnici più tipicamente accademici, mettendo la propria sensibilità artistica e abilità strumentale al servizio di un tessuto sonoro dagli inesauribili sviluppi melodici, che fluttuano intrecciando sovrapposizioni di chitarra acustica, modulazioni ambient e percussioni vellutate (“She Was Always Here”).
C’è anche spazio per tempi ritmici vagamente jazz e contaminazioni di bossa nova nel gocciolare di note di fingerpicking che agita “Purple Plains Of Utopia”, mentre sonorità space-ambient tengono il tutto saldamente ancorato a soluzioni sperimentali.
Ogni brano ha il proprio respiro e afflato emotivo, i pochi ciclici accordi folk di “Object Of Desire” sono materia pulsante, un commovente scenario armonico dove synth e tremori elettroacustici risuonano come in una casa di specchi lucenti.
Dopo essersi fatto un nome con variegate proposte, dall’hip-hop al jazz, dopo aver viaggiato in lungo e in largo – Mosca, Stoccolma, Atene, New York e infine Los Angeles – il musicista turco ha abbracciato consapevolmente il linguaggio di John Fahey e Robbie Basho. Nello stesso tempo ha intrapreso la carriera di compositore per film e serie tv (“El Chapo” per Netflix), trovando infine un personale linguaggio artistico e creativo, che le note leggermente più malinconiche e introspettive della title track sintetizzano con estrema eleganza e sobrietà. Due qualità che sono la costante di un album breve e intenso.
11/10/2021