Invito a visitare il luogo d’eremitaggio “virtuale” in cui John Rossiter si ritira da quando la band si è formata (nel 2016), “Welcome To Conceptual Beach” è il terzo disco dei losangelini. È un luogo dove si realizza il senso di comunità che prima la band, poi la cerchia dei suoi ascoltatori vogliono creare, e di conseguenza si può percepire il raccoglimento di un ambiente “domestico”, dove la band può esprimersi in totale libertà.
L’ascoltatore viene accompagnato nelle torrenziali suite, alla
Pretend (disco certamente da Topshelf, più che da Saddle Creek) o alla
Yamon Yamon, di “Lark” (con coda alla
Built To Spill) e “Magicians”, in cui spicca il vibrato, tra
Antony Hegarthy e
Peter Silberman (qui decisa influenza nel carattere meditativo e spirituale del disco, si vedano per esempio “Faith” e lo slowcore di “un(knowing)”), di Rossiter, evocando appunto queste sensazioni di comunanza e libertà, facendo rivivere almeno virtualmente uno dei sentimenti chiave di qualsiasi esperienza live.
Il risultato, nei brani più jazzati, sono dei
Sea and Cake rivitalizzati (“Pattern Doubt” e “Meditations”, che articola nel finale il motto essenziale del disco:
I wanna be around and living).
Meno strettamente “emo” nell’espressività ma non per questo meno potente, “Welcome To Conceptual Beach” è un disco che indugia a lungo, come un grande live.