Si può domare la malinconia con la positività e la magia della poesia? Aoife Nessa Frances non conosce forse la risposta a questa domanda, ma è consapevole di come l’arte sia un groviglio di sensazioni e stati d’animo da esplorare. “Land Of No Junction” è il suo diario di viaggio, un delizioso folk dai tratti psichedelici che evoca i primi
Pink Floyd e le distopie di
Cate Le Bon con la stessa intensità di un risveglio dopo una notte affollata da incubi.
Aoife Nessa Frances è una insolita figlia d’arte (madre attrice, padre liutaio), i suoi primi passi nel mondo della musica sono stati segnati dalla passione per il flamenco e poi per il folk psichedelico e quindi suggellati dalla prima esperienza con una band, Princess, e poi dall’incontro con il musicista e compositore folk Cian Nugent, che ha accompagnato l’artista in un percorso creativo durato ben due anni.
Il suo esordio è più simile a un sogno, amabilmente fragile nella sua voluta indecisione stilistica, divisa equamente tra canzoni di protesta vestite con delizie chamber–folk d’altri tempi (“Blow Up”) e storie d’amori perduti che offrono spiragli sul futuro, cadenzato con una
folk-song in bilico tra modernità e tradizione (“Here In The Dark”).
Una voce evocativa, intensa e ricca di mistero, e una scrittura ricca di sfumature e sognanti
landscape sonori incorniciano le fastose
folk-song, spesso imbastite con ritmi vellutati e sensuali, ipnotici suoni di chitarre e suggestive incursioni di elettronica.
Non sono solo tematiche le contrapposizioni di “Land Of No Junction”, ma anche musicali. Tra i nove brani si nasconde una spettrale incursione strumentale (“A Long Dress”), una deliziosa melodia atonale incorniciata d'elettronica e suadenti strali psichedelici alla
Weyes Blood (“Less Is More”), immagini sfocate lievemente ravvivate da un tocco elettronico
naif alla
Tracey Thorn (“Geranium”) e un inatteso
jangle-folk-pop alla maniera dei
Byrds di “Mr Tambourine Man” (con un curioso intervento di un canto corale monodico), al quale spetta il compito di aprire la più elaborata e ambiziosa seconda facciata del disco.
E’ infatti nella seconda parte del disco che scaturisce una personalità più complessa e sfaccettata, che allontana lo spettro della banalità di molte
folksinger voce e chitarra entrando con forza in quell’immaginario folk-psych che trova nel
David Crosby di “
If I Could Only Remember My Name” la sua radice antropologica (“In The End”), e che quindi crea un ponte generazionale con quelle artiste che ne stanno rielaborando i contorni come
Nadia Reid e
Aldous Harding (“Heartbreak”), e soprattutto la già citata Cate Le Bon, il cui alieno e dissonante potere evocativo riappare nella splendida e fluttuante ballata finale che oltre a dare il titolo all’album suggella un esordio di rara intensità e spessore.