Con due genitori chiamati
Neneh Cherry e
Cameron McVey, le aspettative di carriera per Mabel Alabama-Pearl McVey erano probabilmente molto alte - motivo sul perché la ragazza ha scelto un simile titolo per il proprio album di debutto. Ma se storicamente i figli d'arte fanno fatica a uscire dall'ombra dei propri genitori, Mabel si è subito distaccata da ogni possibile associazione: al contrario delle radici carbonare
punk-funk e
trip-hop di mamma e papà, questa giovane londinese ha scelto la strada delle
major, affidandosi anima e corpo al gigantesco macchinario Polydor/Capitol. Negli anni successivi alla nomina al Bbc Sound Of, che per primo l'aveva messa sulla mappa nel 2016, sono stati rilasciati una trafila di singoli, remix, Ep e un
mixtape, tutto col chiaro intento di crearle attorno il giusto peso mediatico. Ma dopo l'ascolto di "High Expectations" la domanda sorge spontanea: si può davvero parlare di "peso" per un prodotto del genere?
L'era digitale ha portato cambiamenti enormi nel mondo del commercio musicale; se da un lato l'attenzione dell'ascoltatore s'è fatta più sporadica a causa della quantità esorbitante di musica in Rete, dall'altro i tempi di "creazione" di una popstar si sono dovuti necessariamente allungare di almeno un paio d'anni buoni. Per quei pochi che riescono a esordire da soli tramite un momento virale, ci sono infatti decine di cantanti come Mabel che macinano singoli a calcolata cadenza trimestrale per infilarsi lentamente nella coscienza popolare. Ma una simile pratica finisce con lo scorporare la visione artistica dal mero bisogno di creare un prodotto per il rapido consumo.
Arrivati alla noiosa ripetitività di "Selfish Love" (quinta canzone in scaletta, se togliamo l'
intro e l'attuale presenza di "God Is A Dancer" con Tiësto nella versione digitale appena reimpacchettata) ci siamo già fatti un quadro di dove vuole andare a parare l'intero disco: liriche innocue, onnipresenti ritmi
reggaeton, corettini
dancehall e liofilizzati rullanti
trap-pop. Spalmato su quattordici tracce (che ormai sono diventate ventuno nella versione
deluxe), questo stile non offre uno scossone manco per sbaglio, qualunque traccia di personalità dell'interprete è semplicemente non pervenuta. Alla faccia di mamma sua, proprio.
Il fatto che Mabel abbia una buona voce ("FML" e la ballata "I Belong To Me"), che ogni tanto si parta alla rincorsa di
Ariana Grande ("Trouble"), o che la produzione sia sempre curata (il diafano
gated reverb su "We Don't Say", i colorati
sample caraibici di "Put Your Name On It"), passano totalmente in secondo piano di fronte a un disco nato volutamente parco di idee per potersi adattare senza problemi alle playlist di Spotify compilate dalle stesse case discografiche (attualmente non esiste centro commerciale in tutto il Regno Unito dove non si senta un pezzo di Mabel ogni tre/quattro ore almeno). E se questo è lo scopo, allora chiaramente "High Expectations" è un prodotto vincente e non c'è manco da stupirsi, viste le risorse monetarie e promozionali di chi vi sta alle spalle.
Ma non si può che rimanere inermi di fronte a tale vacua costruzione, che non tenta nemmeno i colpi di scena di una giovane
Britney Spears. Il fatto che "High Expectations" abbia debuttato al n.3 in Uk quest'estate, o che un singolo radiofonico come "Don't Call Me Up" abbia sorpassato i 100 milioni di visite su YouTube, donano poc'altra luce ad un personaggio che rimane di fatto anonimo. Del resto esiste già
Dua Lipa, altro prototipo di cantante da streaming che di visite su YouTube ne fa oltre un miliardo, e questo non fa che rendere il nome di Mabel ancor più privo di significato. Bella voce e zero autonomia sullo sfondo di un panorama deprimente.