I fratelli Loveless avevano esordito nel 2013 con un
Lp tra il garage e il post-grunge grezzo e carico di rabbia, per poi rincarare la dose e giungere al limite dello stoner nel successivo “Undertow” (2015). Il loro approccio non è mai stato in verità particolarmente estremo, riuscendo a conciliare con intelligenza la durezza delle chitarra e dei
riff con ammiccanti citazioni
britpop.
Dopo 4 anni di assenza e qualche centinaio di live in giro per il mondo il nuovo “Strange Creatures” è il classico bivio che può essere visto - in base ai gusti - come evoluzione o come parziale tradimento. I toni si ammorbidiscono, arrivano il sax e le tastiere e la percentuale di britpop, rispetto alle due influenze principali (grunge e stoner), aumenta sensibilmente. Mai stati innovativi, i fratelli Loveless, ma “Strange Creatures” è un lavoro maturo con varie idee interessanti che ci fanno propendere senz’altro verso l’idea che si tratti di un passo avanti.
Molto curato nei dettagli, fino al maniacale in certi frangenti, il disco perde senz’altro l’elemento grezzo degli esordi, cercando di dare al post-grunge quei connotati
radio-friendly percepibili nel brano inno, nonché potenziale hit, “Avalanches” (quasi
Oasis) e nella
ballad onirica e inquietante “Strange Creatures”. La partenza è invece subito col botto, con il dialogo selvaggio su martellanti pulsazioni elettroniche di “Bonfire Of The City Boys” che è uno dei momenti più riusciti. La voce di Eoin Loveless mostra anche una certa versatilità passando dal lento dialogo di “Prom Night” con un magnifico assolo di sax, al blues di “Autonomy”.
La band mostra ancora aspetti semi-adolescenziali in “Teenage Love”, ma la cura del dettaglio e i ritmi incalzanti in controtempo sono ben più maturi. “No Flesh Road” che ci riporta agli anni 80, al limite del post-punk, potrebbe essere essere una hit dell’anno, come anche “Never See The Signs”, in stile
Rem. Se oggi si vendessero dischi come quarant’anni fa, è probabile che i Drenge non se la passerebbero male.