The Essex Green - Hardly Electronic

2018 (Merge)
chamber pop, indie-rock

Le hanno provate tutte per farsi dimenticare, gli Essex Green. Dodici anni di assoluto silenzio discografico, la consacrazione alle rispettive, nuove famiglie, persino alcuni tra i più curiosi tentativi di reinventarsi professionalmente al di fuori del pur confortevole circuito musicale indipendente. Quell’allontanarsi sempre più, inerpicandosi in separati ritiri nella provincia yankee, poteva finire per somigliare a una specie di gioco dei quattro (pardon, tre) cantoni, con perenne scorno per l’estimatore lasciato nel mezzo ad aspettare. Ma non c’era dolo al di là del disorientamento, perché il sodalizio non è mai stato sciolto ufficialmente e la promessa di nuovi frutti non è mai venuta meno. A mantenerla pensa ora questo quarto album ufficiale, “Hardly Electronic”, che nel corso dell’ultimo triennio Jeff Baron e compagni hanno registrato con uno stuolo di collaboratori (su tutti il batterista Steve Hadeke e il bassista Lowell Thompson) in cinque diversi studi, dalle parti della Bay Area perlopiù.

La zuccherina e irresistibile “Sloane Ranger” sgombera subito il campo dagli equivoci per rimarcare l’unicità di questo terzetto. L’organo suggerisce una contagiosa melodia indie-pop ma, al solito, chitarre e armonie rivendicano quasi con orgoglio l’estrazione Americana di un gruppo pure piacevolissimo in alleggerimento ma ancora dannatamente efficace e sicuro del fatto suo. Anche l’eco prepotente dai Ladybug Transistor di tre lustri fa nel singolo “The 710” non è altro che una falsa pista: come già nel magnifico “Cannibal Sea” – appena pubblicato in vinile per la prima volta come il resto del loro catalogo – il chamber-pop della casa sembra orientato a semplificare la formula, la scrittura bada al sodo e persino l’elegante decorativismo di ieri cede il passo a una spigliatezza sostanziale, languida all’occorrenza senza mai suonare di maniera.
L’impronta tende allora a un indie-rock adulto e incalzante, certo non crudo come quello dei Kills ma neppure esangue come i passaggi più estatici di un tempo avrebbero facilmente lasciato presagire. “Don't Leave It In Our Hands”, in particolare, rivela una vitalità in fondo inaspettata, quella vena espressionista à-la Indelicates che mai avremmo messo in preventivo e che certo non dispiace.

Di più. “Modern Rain”, la ballata beatlesiana di rito, non è solo scritta a regola d’arte, ma ha dalla sua anche tutti i suoni giusti e finisce per rilanciare dal nulla le azioni degli Essex Green in seno a quel microcosmo di revival soft-psichedelico che, da Jacco Gardner a Balduin, in tempi recenti ha sempre goduto di buona stampa (il taglio felicemente vintage della copertina si spiega forse così). Gli ex-ragazzi di Burlington, insomma, si snaturano un po’ per l’esclusivo piacere di trovarsi a battere strade nuove, con la certezza che, alla peggio, ci sarà sempre la voce suadente di Sasha Bell a irretire con la magia del classico effetto madeleine.
Gli episodi introspettivi nelle corde della gattina, oggi di stanza nel Montana, smorzano solo in parte la tensione, per quanto il disco vada poi a trarne indubbio beneficio in termini di varietà (sugli scudi la dolcemente allucinata e nekocaseiana “Slanted By Six”, oltre al tono cinematografico di “In The Key Of Me”): si privilegia infatti il discontinuo, anche all’interno di uno stesso brano, così da ingolosire con l’imprevedibilità l’ascoltatore.

Quando il cimento intimista spetta a Chris Zither, in “Patsy Desmond”, ad esempio, il respiro si allunga come nei migliori Guppyboy spalancando agli Essex Green della maturità la prospettiva di un cantautorato alla Dean Wareham, forse la più logica delle predizioni, col senno di poi, considerando che sincerità e lievità continuano a rappresentare i cardini della musica del terzetto statunitense. Che sceglie di non tradire le proprie origini quando nello splendido diversivo country di “Bye Bye Crow” torna a offrire la ribalta a una delle sue più convincenti incarnazioni di ieri, i Sixth Great Lake. Dentro “Hardly Electronic”, al netto delle riflessioni mai banali sull’impoverimento emotivo cui la tecnologia ci ha giocoforza costretto, la nostalgia è sì presente ma molto ben dissimulata, come a non volerla far pesare più di tanto nel giudizio se lo scotto da pagare sarà poi un’accusa di bieco sentimentalismo. Dio non voglia! Anche nella sua intonazione più umbratile, la band non sconfessa quella vocazione alla solarità che contraddistingue fino in fondo questo ritorno.

Terminato l’ascolto, una domanda legittima ci assilla: davvero esiste ancora qualcuno che abbia piacere ad ascoltare musica del genere, di questi tempi? Sasha, Chris e Jeff sembrano quasi ansiosi di dimostrare quali artisti versatili e talentuosi siano riusciti a diventare al termine del loro forzato esilio. Visto l’ovvio posizionamento al di fuori delle tendenze “di grido” potrebbe apparire tutta fatica sprecata, ma non sarà così se lo sforzo potrà servire a quel manipolo di nostalgici per realizzare una volta di più quanto questa compagine, deliziosa e inessenziale come poche, abbia fatto sentire la sua mancanza in questi dodici lunghissimi anni.

Tracklist

  1. Sloane Ranger
  2. The 710
  3. Don't Leave It In Our Hands
  4. In The Key Of Me
  5. Modern Rain
  6. Catatonic
  7. Patsy Desmond
  8. Bye Bye Crow
  9. Waikiki
  10. January Says
  11. Slanted By Six
  12. Smith & 9th
  13. Another Story
  14. Bristol Sky

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