Giudicare un nuovo album di
Kristian Matsson è più complicato di quello che si immagina in partenza. Svanito l’"effetto sorpresa" delle sue composizioni emozionanti, volitive, rimane sempre il dubbio, da qualche parte in fondo alla testa: ma queste canzoni non le ho già sentite?
Il flebile tentativo di arricchire i propri arrangiamenti, inevitabile dopo tre Lp suonati sostanzialmente chitarra e voce senza produzione, non cancella questa sensazione, ma ha comunque il pregio di dare respiro alla scrittura dello svedese, lasciando spazio a reintepretazioni più impressionistiche della sua musica (la
title track), diminuendo l’effetto ormai claustrofobico dei suoi pezzi.
Così questo “Dark Bird Is Home” è stato introdotto dal brano più prodotto e arrangiato della carriera di The Tallest Man On Earth, “Sagres”, il cui elemento più forte è appunto il tema d’archi, che si sostituisce a tutti gli effetti al ritornello del pezzo, per il resto di certo lontano dall’esuberanza melodica ed espressiva dei brani di Matsson.
Una carica sensuale che forse non è più nelle sue corde: se non fosse per la voce inconfondibile, una “Timothy” sembra più vicina all’epico romanticismo Midwest di “
Ghosts Of The Great Highway” che al minaccioso “giardiniere” di “Shallow Grave”, mentre “Darkness Of The Dream” assume una sfumatura
Springsteen-iana, coi suoi cori appena accennati, la forte impronta ritmica, pianoforte, sax e un vago assolo elettrico.
Rimane un disco che, come sempre, se preso indipendentemente dalla carriera pregressa di Matsson, è ancora una dimostrazione di un talento per la melodia e per la scrittura musicale fuori dal comune (“Little Nowhere Towns” è il suo brano migliore al pianoforte); rimane comunque un disco intercambiabile nella forma e nella sostanza con uno qualsiasi degli altri pubblicati dallo svedese, e difficilmente preferibile a tutti questi. Non è un motivo per smettere di amarlo, ma per sperare che trovi qualche motivazione in più che vada oltre la semplice decorazione sonora.