Sun Kil Moon

Ghosts Of The Great Highway

2003 (Jet Set) | folk-rock

Mark Kozelek è tornato. E' tornato per raccontare il volto dei fantasmi incontrati lungo la Grande Autostrada. E la prima ombra con cui è necessario fare i conti è inevitabilmente quella dei Pittori della Casa Rossa. Dai tempi dell'ultimo capitolo ufficiale dei Red House Painters, dispersi tra le vicissitudini discografiche che hanno ritardato di anni la pubblicazione di "Old Ramon", Mark Kozelek ha pubblicato due album solisti, "Rock 'n roll singer" e "What's next to the moon", entrambi incentrati su versioni acustiche e rarefatte di brani degli AC/DC, affiancate nel primo disco da un trittico di episodi autografi e da una cover di John Denver.
Ha persino recitato in "Almost famous" di Cameron Crowe, il malinconico Mark, impersonando il bassista dell'immaginaria band Seventies degli Stillwater. Eppure, fin dalle prime note dell'esordio della sua nuova creatura, appare evidente come non ci sia in realtà alcuna vera cesura tra la musica dei Red House Painters e quella dei Sun Kil Moon.

Oltre all'ex batterista della vecchia band, Anthony Koutsos, accanto a Kozelek ci sono ora Tim Mooney degli American Music Club e Geoff Stanfield dei Black Lab. Ma i paesaggi sonori descritti da "Ghosts of the Great Highway" hanno sempre il colore di quel dilatato spleen elettro-acustico che ha reso indimenticabili dischi come "Down colorful hill" e "Ocean beach". E' da queste tinte seppia che emerge come un profilo nella nebbia il secondo dei fantasmi della Grande Autostrada: è la figura di un uomo immobile lungo la spiaggia, intento a fissare le onde del mare senza curarsi del giallo ombrellone che si staglia con assurda indifferenza alle sue spalle. "On the beach", laddove Neil Young ha deposto il carico della propria sofferenza.

Mai come stavolta, la voce di Mark Kozelek sembra volersi inoltrare lungo la stessa via tracciata dal songwriter canadese sulla sabbia di quella spiaggia abbandonata, inseguendone i falsetti e la fragile forza. E quando la chitarra elettrica ruvida ed ipnotica di "Salvador Sanchez" comincia a scandire il ritmo, sono i Crazy Horse a reincarnarsi ai bordi della Grande Autostrada, salvo poi riproporre in chiusura del disco lo stesso brano in versione acustica, con il titolo di "Pancho Villa".
Il terzo fantasma indossa vecchi guantoni da boxe consumati dal tempo e siede solitario ai piedi di un ring dove più nessuno combatte da troppo tempo. L'epica del pugilato è un'ossessione che si insinua continuamente fra le tracce di "Ghosts of the Great Highway". Lo stesso nome Sun Kil Moon sembra in realtà essere un omaggio al pugile coreano Sung-Kil Moon, anche se Kozelek ama sottolineare che per lui suona più come un haiku.

D'altra parte, basta ascoltare i versi con cui si apre l'album per rimanere subito inchiodati da un'immagine fulminante: "Cassius Clay was hit more than Sonny Liston / some like K.K. Downing more than Glenn Tipton". Chi altri avrebbe potuto paragonare lo scontro tra i due pugili simbolo di un'epoca alla rivalità tra i due chitarristi dei Judas Priest?E ancora, ecco comparire Salvador Sanchez, campione messicano morto appena ventitreenne in un incidente d'auto, e accanto a lui il boxeur filippino Pancho Villa e l'altro pugile coreano Duk Koo Kim, rimasto tragicamente ucciso sul ring dopo un incontro con Ray Mancini (il "Boom Boom Mancini" cantato da Warren Zevon). No, non ci si può accontentare di liquidare il debutto dei Sun Kil Moon soltanto come una riproposizione della consolidata formula musicale dei Red House Painters.

Certo, è nelle sfumature che vanno ricercate le peculiarità del nuovo percorso intrapreso da Mark Kozelek, ma d'altro canto la sua è da sempre una musica fatta di chiaroscuri accennati, secondo la lezione di Mark Eitzel. Si può allora scoprire, nella relativa compattezza dei brani di "Ghosts of the Great Highway", il desiderio di un'espressività più diretta rispetto al passato, mentre la lunga e rallentata "Duk Koo Kim" lascia sgorgare una coda finale punteggiata dallo xilofono e dai ricami di una chitarra portoghese. Il delicato mariachi dello strumentale "Si, Paloma" riesce così a convivere tranquillamente con lo spavaldo riff loureediano di "Lily and parrots", in cui per una volta Kozelek sembra soltanto voler suonare con il sorriso sulle labbra.

Ma se alcuni episodi del disco rischiano troppo facilmente di scivolare nella monotonia, è quando gli archi discreti del San Francisco Conservatory fanno da contrappunto alla voce di Kozelek che l'opera prima dei Sun Kil Moon riesce a trovare la via per la propria dimensione più profonda, elevandosi con "Last tide", "Pancho Villa" e soprattutto con la preziosa "Gentle moon" ad una leggiadria che è facile accostare a certi sogni di Nick Drake.

Perché se il senso della perdita e del rimpianto aleggia con la sua ombra su tutto lo snodarsi della Grande Autostrada, è a un'ultima speranza che sembra volersi rivolgere Mark Kozelek, dopo aver guardato in faccia i propri fantasmi: quando l'ultima onda scomparirà nel buio, canta in "Last tide", se ci sarà uno sguardo cui affidare il proprio amore, la vita potrà ancora rinascere come un seme sotto gli occhi di un bambino. In fondo, non sarebbe necessario dire altro: il Sole Uccide la Luna, il Giorno Vince la Notte.

(30/10/2006)

  • Tracklist

1. Glenn Tipton
2. Carry me Ohio
3. Salvador Sanchez
4. Last tide
5. Floating
6. Gentle moon
7. Lily and parrots
8. Duk Koo Kim
9. Si, Paloma
10. Pancho Villa

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