Rodach / Schlothauer / Weiser - Fuzzylogics

2015 (Timescraper)
free-impro, post-jazz

Michael Rodach è un chitarrista e compositore tedesco che ha messo la firma su parecchie esperienze dell'underground post-jazz berlinese (dai Die Elefanten al collettivo Shank passando per la Paul Brody's Destination Orchestra con David Moss e Tony Buck). Proprio nell'ambito delle prime due esperienze si è consumata la sua conoscenza con il percussionista Andreas Weiser, strumentista dal talento e dalla versatilità eccezionali per quanto pressoché ignoto. Burkhard Schlothauer è infine uno dei violinisti della Zeitkratzer di Reinhold Friedl nonché Mr. Timescraper, ergo la mente di una delle basi discografiche più fertili della medesima scena.

Tre figure non troppo note al di fuori del territorio natio, ma accomunate da un background anagrafico (tutti classe '57) e artistico comune (il post-jazz tedesco, quello relazionatosi con la sempre ingente eredità kraut-rock e costituitosi al confine con la free-impro più organica e vivida). Quanto basta per dare vita, insieme, a un disco magistrale e dalla densità sonora a dir poco stupefacente. C'è la libertà in “Fuzzylogic”, quella libertà che non è necessario raggiungere attraverso la ribellione o l'anticonformismo a tutti i costi (e questa è forse la più importante lezione dei tre), ma che può giungere anche solo da un sincero e coraggioso affidamento alla spontaneità.

I venti minuti dell'iniziale “Dresden” sono altrettanti spasmi di percussioni senza regole, sul cui terreno scivoloso e instabile si issano i feedback della chitarra di Rodach, a loro volta contrappuntati dalle languide e dissonanti (ma non troppo) carezze del violino elettrico. Non c'è un inizio né una fine, non una destinazione o un'origine: il suono sembra generare da sé stesso, muoversi senza coordinate, e implodere nella dolcezza sottovoce del finale. A differenza della New Wave Of Jazz di Dirk Serries, qui scompare anche il soggetto esecutore: a trionfare è solo la musica, estranea a ogni schema razionale e disponibile solo per la dimensione percettiva più pura e istintuale.

I frammenti più brevi, come la tesissima “Insomnia” e l'abrasiva “Sand Sand Sand”, sono paradossalmente i vertici di un climax che si dispiega fra le pulsioni acquatiche e le bolle in movimento della stupefacente “Pulse-Streaming” e le (dis)armonie sparpagliate di “Sirene”. In “Miles Groams” le percussioni assumono per la prima volta tratti regolari, disegnando i confini attorno a un epos trancedelico che sfocia in un finale al fulmicotone. Il bozzetto da soundtrack d'epoca di “Affaire d'honneur” funge invece da anticamera al quarto d'ora abbondante di “I Have A Dream”: il pezzo più quieto, sussurrato, quasi intangibile. L'anti-finale per eccellenza, in quello che è a tutti gli effetti un anti-disco.

Le due bonus track poste in chiusura come ciliegine su una torta già considerevole rappresentano anche le due evasioni dal flusso cardine del disco: il minimalismo chitarrista di “Work On!” parafrasa un arpeggio blues per quasi dieci minuti, salvo poi esplodere in un finale a un passo dal rock. “Last Exit”, infine, è un bozzetto assurdista che rovescia l'ordine minimalista fra graffi e spinte. Finale in caciara? Nossignore, solo quel pizzico di autoironia per alleggerire l'ingente peso di una performance altisonante.
Masters at work.

Tracklist

  1. Dresden
  2. Insomnia
  3. Sirene
  4. Pulse-Streams
  5. Sand Sand Sand
  6. Miles Groams
  7. Affaire d'honneur
  8. I Have A Dream
  9. Work On! (bonus track)
  10. Last Exit (bonus track)