Diciamo la verità: ci siamo passati tutti ad intervalli ciclici, generalmente dopo aver letto distrattamente un articolo di Nme o aver presenziato all’ennesimo party a tema a base di skinny jeans, Converse sdrucite e giacche di pelle. Definire l’indie-rock è sempre stato un problema, io gli ho perfino dedicato un intero capitolo della mia tesi (e vi assicuro che non è stata una passeggiata); tecnicamente essere “indie” significa appartenere a una realtà industriale non ascrivibile all’universo delle grandi compagnie multinazionali del disco, ma dal punto di vista della comunicazione ha sempre significato una proposta musicale “alternativa” ai generi di maggior successo commerciale. Nel caso specifico dell’indie-rock, e limitandosi agli anni Duemila, il pensiero va necessariamente a band come Libertines, The Strokes, Arctic Monkeys, Franz Ferdinand; ad ogni modo, per quelli che una risposta finale alla domanda “cos’è l’indie-rock?” non ce l’hanno (o comunque si sono stufati di cercarla), ci sono sempre band come i Foxhound.
Giovani torinesi di belle speranze, già autori dell’ottimo album d’esordio “Concordia” e vincitori della Targa Giovani Mei Supersound come Miglior Gruppo 2012, i Foxhound tornano a bussare alle porte dello spring break con “In Primavera”, fresco e solare frullato sonoro a base di accelerate punk-funk, episodi di scintillante dance-pop, ritornelli allegramente fischiettabili e parentesi fra il dub e il reggae che ricordano da vicino gli ultimi lavori dei ragazzi con la maschera più famosi d’Italia. Un disco orgogliosamente autoprodotto (con il supporto di Dario Colombo), tanto giovane nel suo incedere quanto già “adulto” negli intenti, i cui testi fanno emergere le sensazioni e le esternazioni farneticanti di un uomo scollegato dal mondo che si trova a fronteggiare il proprio auto-isolamento e che ritorna alla sua primordiale natura, il tutto racchiuso nel mantra “on my own” che apre e chiude le danze.
Detto questo, arriviamo finalmente alla musica di “In Primavera”: briosa ed effervescente fin dal primo ascolto, di respiro internazionale, ambiziosa e catchy senza scadere nelle banalità o nel citazionismo spiccio. Ecco quindi il luccicante incedere delle chitarre di “Erase Me” che ricordano un po’ le iperboli funkeggianti dei Chk Chk Chk, la ritmica cadenzata ed esplosiva di “Fitness” che smuove e diverte alla maniera dei desaparecidos Disco Drive, le escursioni negli assolati territori dub di “I Just Don’t Mind” e “I Don’t Want To Run Today”, altri pezzi davvero niente male.
Nel mezzo troviamo i versi desolati e scheletrici di “Gasuli'” che riassumono perfettamente il motivo conduttore della solitudine già precedentemente introdotto, accompagnati questa volta dagli archi imponenti (firmati dall’eminenza grigia Davide Rossi) e dall’incedere smorzato e riflessivo. E non ci vergogniamo ad ammettere che un brano complesso e ipnotico come “Out”, anche se è suonato da giovani e inesperti virgulti del Belpaese con infiniti margini di miglioramento e tutta una vita musicale davanti, farebbe invidia a tutta una sequela di gruppi e gruppetti anglofoni dal nome scritto in grosso nei festival estivi (che, peraltro, i Foxhound hanno già avuto modo di bazzicare, vedi l'ultima edizione del Primavera Sound).
Tirando le conclusioni: “In Primavera” è un album bello, tutto da ballare e leggermente frizzante, da consumare preferibilmente al primo tiepido sole della bella stagione. Loro, i Foxhound, sono una band senza dubbio interessante, facilmente esportabile e con un futuro tutto da seguire. E se mai dovessero chiedervi che musica fanno, non limitatevi a dire che fanno "solo" indie-rock.