Spulciando tra le cassettine del sottobosco americano, tra un
Julian Lynch e un
Ariel Pink, può capitare di trovare qualche gemma nascosta, magari un vagito flebile sommerso dal frastuono del rumore di fondo. È il caso di Matt Kivel, finora musicista comprimario e di successo minore nei Gap Dream, in “Double Exposure” solista timido e
understated.
E, intanto, questo suo esordio si differenzia dalle altre uscite della sua etichetta per una composizione a fuoco e per la riuscita delle suggestioni.
“Double Exposure”, ispirato a quanto pare da un ritiro spirituale animato in parti uguali da visioni dello scioccante “Salò” di Pasolini e da film di John Woo e Steve McQueen, esprime questo senso
Vernon-iano (“Rainbow Trout”) di isolamento e di scoperta del mondo, attraverso un abito sonoro che parte da
Nick Drake (“Eleison”) e dallo psych-folk e si avventura a descrivere reminiscenze sospese in piccoli giochi di colori e forme (“Tetra”, “Kes”).
A volte, poi, si approda in modo più confortevole su placide acque
Mondanile-iane (“All Will Be Well”) o ci si lascia dondolare su brani alla
Kurt Vile, post-
Elliott Smith (“Tetro”, la
title track).
Kivel non smarrisce, mai, comunque le palpabili coordinate emotive del disco, che, pur nel suo carattere dimesso, sa evocare con profondità e senza inutili astrazioni qualcosa di vero e reale.