Se il 2013 terminerà come sembra, come un'annata con tanti buoni dischi e piacevoli ritorni ma dove all'entità "musica" non è successo nulla di davvero rilevante, si avrà presto nostalgia di un periodo come il 2011. Quando i
producer erano stimolati da un momento di passaggio e di fermento diffuso, il declino del
dubstep classico aveva originato tutta quella serie di sperimentazioni tra
breakbeat e melodia che ricordiamo e si parlava di album-gioiellini come quelli di
James Blake, SBTRKT,
Jamie Woon o
Nicolas Jaar. Quell'anno il buon Machinedrum aveva tirato fuori due dischi che oggi possiam definire tranquillamente come i più rappresentativi del fenomeno
future-garage di moda al tempo, "
Room(s)" e "Sepalcure": più incline alla sperimentazione il primo, più da ritratto contemporaneo il secondo, entrambi invecchiati benissimo e percepibili fino a ieri come gli ultimi veri baluardi di quel
sound, dopo che in questi anni anche lo stesso Machinedrum è sembrato spostarsi verso frontiere sperimentali più accentuate su
footwork e
jungle, con gli Ep "Ecstasy Boom" e "Reworkz".
Per questo, "Vapor City" è una di quelle sorprese sulle quali non ci avresti scommesso molto, ma che sotto sotto volevi con forza. Perché ritorna con vigore ritrovato sul luogo del delitto, in quel mix vaporoso di accenni di emozione soul e energia dei
beatz che è stato l'ultimo grande amore del pubblico elettrofilo. Non sarà forse il colpo allo stomaco che ai tempi era stato "Room(s)" coi suoi
crossover esagerati e quello spirito fortemente innovativo, ma pezzi come "Gunshotta", "Don't 1 2 Lose U" o "Eyesdontlie" rappresentano ancora il meglio che questo tipo di produzioni può toccare: torna in mente senza difficoltà tutto ciò che a quei tempi ci aveva fatto innamorare di quel
sound, quel tessuto ritmico intelligente che solletica l'ingegno, quell'energia potente che abbraccia il suo tempo, quell'eclettismo capace di coinvolgere senza strappi sensazioni
lounge/
jazz e quel senso inimitabile di armonia generato dai vocalizzi
soulful.
L'impressione è che il
producer di stanza a Berlino sia perfettamente consapevole di quale sia il terreno più fertile su cui coltivare le proprie ispirazioni. Senza forzare troppo la mano con nuovi elementi, ha semplicemente voluto ricrearsi le condizioni sonore per ribadire il proprio top: la
tracklist segue compatta il proprio percorso di effusioni e ritmi, senza distrazioni, per ottenere il massimo risultato in termini di ricettività. Seguendo la logica delle dichiarazioni pre-uscita, la Città del Vapore lui l'ha sognata, ce l'ha ben chiara in mente e musicarla significa lasciare che il quadro appaia nella maniera più nitida possibile, senza ornamenti di nessun tipo.
La cosa più fuori dagli schemi se la passa con "U Still Lie", un po' il tributo personale al
sound Tri Angle degli spazi introspettivi che ha affascinato gli ambienti di elettronica intelligente l'anno scorso. Ma è l'unica concessione. "Vapor City" è ancora una volta il disco perfetto per chi è rimasto tramortito dal cambio pelle dell'universo dubstep post-2010, e magari da un paio d'anni faticava a trovare ragioni valide per continuare a seguirne gli effetti. Ci è voluto il ritorno del primo protagonista di quel tempo, e questo è un brutto segno circa lo stato di forma della scena attuale. Ma è così che accade quando si parla di fuoriclasse.