Arctic Plateau, al secolo Gianluca Divirgilio, lo abbiamo incontrato tre anni fa con "On A Sad Sunny Day", e le impressioni furono subito molto buone: un esordio di sottile malinconia shoegaze dove la rabbia era sempre pronta a esplodere sottopelle, un lavoro che coronava il sogno della concretizzazione su un supporto fisico di una lunga e ostinata gavetta.
Oggi Arctic Plateau ritorna con un nuovo album più maturo, diretto e consapevole, realizzato per la label tedesca Prophecy, la quale non ha esitato un solo istante a porre sotto la propria ala l'estro del musicista romano, uno dei più atipici di casa nostra.
Atipico soprattutto perché in grado di assemblare (come pochissimi altri dalle nostre parti) una proposta di assoluto spessore internazionale, svincolandosi da qualsiasi cliché italico.
Giunge a questo risultato sfruttando una sensibilità e un background in grado di fondere assieme le due sponde dell'Atlantico, contornando i suoi tappeti di chitarre ora con arrembaggi light industrial, ora con momenti di straordinaria sensiblità melodica.
La line up è costituita da Fabio Fraschini al basso e Massimiliano Chiapperi alla batteria, tutto il resto lo mette Gianluca: voci, chitarre, piano, sampler, oltre che l'intera scrittura di tutti i brani in scaletta.
Il lavoro si mostra intrigante sin dai primi sublimi movimenti dell'iniziale "Music's Like", traccia che si candida da subito come perfetto instant classic.
Dopo il breve intermezzo "Bambini piangete", gli arpeggi di una chitarra schiudono le porte sulla vorticosa bellezza di "Idiot Adult", che fa degno pandant con la successiva "Abuse".
Il cuore del disco è occupato dal manifesto odierno di Arctic Plateau, che a ragione riveste il ruolo di centralità nella tracklist: "The Enemy Inside" è un trip che parte placido, per poi impennarsi grazie all'innesto di rasoiate black metal con l'intervento alla voce di Carmelo Orlando dei Novembre.
Dopo le urla squarcianti e disorientanti di Orlando esplode l'elegantissima calma di "Melancholy Is Not Only For Soldiers", un contrasto straordinariamente appagante, un accostamento che si dimostra particolarmente riuscito, al quale seguono le sopraffine rotondità pop di "Loss And Love" (a metà strada fra Cure e certi U2), con l'ospitata di Fursy Teyssier (Les Discrets).
Nel menù ci sono anche il volo libero di "Big Fake Father" (potrebbe essere una ballata dei Pearl Jam?), l'incedere slow shoegaze di "Wrong" e un paio di meravigliosi strumentali (l'imponente "Catarctic Cartoons", la conclusiva "Trentasette") che fungono da prezioso completamento di un'opera che guarda al passato con spirito futuristico, in grado di mettere d'accordo gli oltranzisti del nineties style con gli iper-snob di provenienza indie.
"The Enemy Inside" è un disco di livello superiore, a tratti superbo, con la forza di indicare un percorso da seguire per tanti musicanti del nostro piccolo regno.
Concedetegli un po' del vostro tempo migliore: ne sarete degnamente ripagati.