Nel Machinist di “Of What Once Was”, forse la prima vera uscita ufficiale, si fa largo l’influenza del Keith Fullerton Whitman di “Lisbon” e del suo uso dei distorsori elettronici nel rielaborare il suono di chitarra, in due vaste meditazioni.
La prima, “Monotone in D” è una continua, subliminale trasformazione. Ondulazioni gravi si trasformano in echi industriali e quindi in bordoni tibetani. Armonici di chitarra sempre più fitti producono sibili galattici e rimbombi cosmici, fino a che tutto non ritorna all’incipit, che svela la natura immanente della costruzione (con un finale di accordi atonali post-rock). Come da titolo, la pièce rimane pacata, armonicamente statica, e con un livello di volume medio-basso.
“Of What Once Was” è la più vasta e la sua migliore tecnica mista. Abissi, folate, suoni campionati con riverbero; un’armonica arcana quindi bonifica la landa con lentissima solennità (quasi un drone statico). Ma tosto diviene requiem psichedelico per onde di distorsione, a ricordare le propalazioni malefiche di Aun.
Echi lontanissimi di anime e venti “umani” rendono l’immagine di un inferno mutato in sogno sbiadito. Una valanga drone in stile Sunn O))), ma molto più modulata e quasi lirica, pone indi fine all’agonia.
Vero seguito dell’autoprodotto, monumentale “Mutatus” (2006), questo albo misterioso del non-compositore olandese, anche artista visivo (vero nome Zeno Van Den Broek), si può leggere come insieme di incastri millimetrati o come algebrico assemblato di spunti narrativi. Ma la storia non c’è; c’è un discorso plenario universale. Non è privo di compiacenza e di ermetismo ostico, ma è – in ogni caso – lo status ascritti di una personalità intransigente. Molti i momenti topici. Undicesima uscita di Moving Furniture Records, etichetta di Amsterdam che accetta solo dischi di getto, senza demo preparatori.
10/11/2011