Keith Fullerton Whitman

Lisbon

2006 (Kranky) | avantgarde

Registrati durante una performance alla Galeria Zé Dos Bois di Lisbona il 4 ottobre 2005, questi quarantuno minuti rappresentano molto probabilmente quanto di meglio Whitman abbia mai prodotto. Sulla scorta di quanto già sperimentato in "Playthroughs", le parti di chitarra sono completamente trasfigurate dal laptop e trasformate in un amalgama sonoro in cui è impossibile non sprofondare. Singole note che scolorano tra delay e algoritmi, imbastendo un fragile mormorio, un drone ondulante seguito nel suo svolgersi sonnacchioso da tutta una minuscola pletora di fibrillanti cristalli digitali. Senza una direzione precisa, il suono, denso e limpido, dipinge potentissime allegorie astrali, asseconda sinuose flessioni galattiche, traducendo tutta la spiritualità sotterranea, che da sempre aleggia sulle partiture di matrice più o meno "cosmica", in una ragnatela di sfumature impercettibili.

Nel suo fitto gioco di mimesi e trasfigurazione, la musica di "Lisbon" è, in definitiva, una forma mutante, un'aurora boreale di dissonanze, feedback marginali e micro-armonie che si tendono la mano, si accarezzano, svaniscono. È un processo graduale, un modo ipnotico per lanciarci dietro la scia di una cometa che brulica di flebili distorsioni, tendendo l'arco del suono sempre più, fino a scivolare a velocità folle lungo un cunicolo di stelle fiammeggianti. Un po' come nella famosissima, culminante scena di "2001: Odissea nello spazio", siamo trascinati, astronauti-viandanti, in una dimensione altra, dove i colori fondono, la luce evapora e il tempo ghiaccia.

I microfoni e gli amplificatori sparsi nello spazio circostante il palco - sulla scorta degli esperimenti di Alvin Lucier - catturano essenze di luoghi, suoni appesi come frutti sull'albero del cielo, frammenti di armonie-melodie che la terra trattiene nel suo grembo, figli prediletti di un sentire che è, per l'appunto, "cosmico", Ur-klang di tutte le esperienze soniche. Il ventottesimo minuto trasforma questa ascesa prodigiosa in un coacervo di rumori, di aghi digitali, pulviscoli sonici, glitch cartavetrati, scrosciare di cascate elettroniche. Eppure, dietro questo frastuono così splendidamente delineato nelle sue timbriche sfuggenti e contrastanti, si riaffaccia, ancora una volta, il volto opaco del vuoto, la sua magnetica poesia fatta di silenzi sconfinati, il suo vibrare inquieto, come un petalo di fiore scaraventato dal vento, senza fine.

C'è una circolarità in tutto questo affastellarsi di eventi sonori. C'è il trionfo e la sconfitta, l'ascesa e la rovinosa caduta, il delirio e la morte. Un ciclo infinito, il perenne baluginio di una luce crepuscolare, l'affacciarsi misterioso di un indizio. O la disperata ricerca di una meta. Disperata ma eroica, fino all'improvviso dileguarsi del suono lungo un precipizio senza fondo. Solo in quel momento, allora, sarà evidente tutto il senso e la grandeur architettonica di un disco davvero eccellente.

(18/04/2006)

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