Fockewulf 190 - Microcosmos 82-86

2011 (VOD89)
ambient, electro, synth

Cinque luglio 1982, un primo pomeriggio di caldo torrenziale in quel di Milano, nonché giorno basilare per le sorti future dell'Italia Nazione. Di lì a poche ore, in diretta tv da Barcellona, il pallone azzurro avrebbe sconfitto il funambolismo brasileiro che pareva indistruttibile dando nel contempo un'accelerata a tutti settori della fabbrica nazional popolare.
Cinque luglio 1982, Milano, due giovani si guardano negli occhi e non ci credono. All'ennesimo miracolo italiano: "Seeeee, figurati se riusciamo a vincere!". Che si fa allora? Si continua a sognare e a progettare nuovi sviluppi di una proposta musicale che prende le mosse dal cosiddetto movimento post-punk, dalla wave mitteleuropea, rimirando i poster formato 35x40 regalati da Rockstar che raffigurano il Duca, i baffi e l'aria artificiosamente corrucciata di Midge, i calcoli finto asettici di Foxx, il ciuffo intelligente di Ferry, fantasticando di notti "blitziane". E magari ci si aiuta con qualche sostanza psicotropa, un retaggio seventies che sta facendosi strada nell'inedita industrializzazione anni 80, un modo per farsi coraggio, per approcciarsi senza timori a una materia osteggiata quando non vilipesa dalla lente di ingrandimento delle pagine critiche tricolori. Sogni, droga ed electronic sound.

La vicenda quasi trentennale di Victor Life e Dario Dell'Aere (e di Salvatore Nonnis alle chitarre, con il caro Markus Moonlite a dare qui e là manforte), il volo del Fockewukf 190 comincia a prendere piede tra la solitudine della cameretta e la calca di Parco Sempione. Qualche tastiera al limite del giocattolo, determinazione e... cuore. Che fa rima con passione. La stessa che si respira tra i solchi vinilitici di "Microcosmos", doppia raccolta di demo che provarono ad attraversare quasi un lustro. Non ce la fecero. Oggi la rivincita. Di un mondo che ossequiava le sferzate chic della scena londinese come pure l'organizzazione matematico-fantasiosa delle Germania ancora murata. Ma l'Italia arriva, quasi sempre, un passo dopo. Meglio tardi che mai. Oggi c'è una consapevolezza che aiuta ad apprezzare anche i particolari di un suono a metà strada tra un sibilo e un respiro, la ripetitività ostentata di tre note tre che disegnano paesaggi onirici, memori dei Kraftwerk come pure del primigenio sci-fi televisivo. La perfetta colonna sonora dello zombie metropolitano, lo spartito di un horror post industriale, la rappresentazione musicale di una città che sprofonda mentre tenta di rialzarsi. L'antitesi della boccata d'aria fresca.

Ritmi oppiacei e portamento sonnambulo increspano quieti le trame immobili di "Dreaming Space", raffreddano ogni tipo di futile entusiasmo in "We Are Colder", trascinano l'orecchio servendosi dell'appropriata monotonia vocale di Dell'Aere. Sogni di spazi che nella realtà non esistono, di treni infiniti che circumnavigano territori malati alla ricerca di inedite possibilità di danza ("Orient Express"), che soffocano nella vana ricerca di un filo d'aria in mancanza di atmosfera ("U.F.O."), che ansimano dietro spasmi di musica sacra sfregiata dalla lama dei synth ("Microcosmos", con i La Dusseldorf dietro l'angolo). Completamente, e volutamente, inconsapevoli delle proprie potenzialità Victor e Dario incappano anche in un paio di possibili hit: no, non le solite e classiche "Body Heat" e "Gitano", anche qui presenti, vivisezionate e rivisitate con l'aiuto di Mastro Piazza, bensì "We" e "No Sex": "We", ovvero Noi che ce la potevamo giocare con una dance song a cavallo di Yellow Magic Orchestra, OMD e Icehouse modello "Hey Little Girl", con Dell'Aere che spariglia le carte e si mostra persino come emulo cibernetico di Roy Orbison; "No Sex", già edita proprio nel 1982 a nome Ice Eyes, qui remixata e rinvigorita nel suo baldanzoso ritmo per basso slap e fill di chitarre funky dark, con synth a soffiare dovunque.

Da allora sino ai nostri giorni, un continuo rinvangare, un rammarico infinito, un costante "Chissà se, magari con... ". Già, l'Italia se la sarebbe pure potuta giocare contro Zico e Socrates. Vincere? Chissà. Magari. Forse.

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