“Laced” segna il ritorno dal duo composto da Matt Horseshit (voce, chitarra, drum programming, harmonica e tastiere) e Ryan Jewell (batteria, percussioni, tastiere) e lo fa presentando un suono ripulito oltre che più elettronico rispetto ai lavori precedenti, andando, probabilmente, ad aprire una nuova fase per la band di Columbus, Ohio.
Qui ci sono, comunque, ancora canzoni: fuori controllo, drogatissime, fottute da un amore sconfinato per la bassa fedeltà. Ma sono canzoni in cui l’elettronica prende il sopravvento, relegando chitarra e batteria nelle retrovie. Freakerie percussivo-digitali, rituali che svalvolano melodici, fanfarine giocattolose o carillon per omonidi col cervello fuso: è questo il raggio d’azione in cui si aggirano numeri come “Puff”, “Time Of Day”, “French Countryside”, “Another Side”, mentre la title-track si spinge ancora oltre, immaginando Panda Bear e Tv On The Radio chiusi a doppia mandata in uno scantinato.
Lontani, ormai, dallo sterile shitgaze di opere quali “Magic Flowers Droned” e “Acid Tape”, questi Psychedelic Horseshit virano, dunque, verso lande psichedelico-digitali, pur se intatta resiste l’attitudine primitivista, quell’atteggiamento obliquo che caratterizza da sempre le loro mosse. I risultati non sono eclatanti ma, bisogna dirlo, questa è, molto probabilmente, una delle loro cose migliori, grazie a numeri gustosi e sfrontati come la folksong africaneggiante di “Tropical Vision”, litanie che profumano d’Oriente e che, poi, si vestono di minimalismo (“I Hate The Beach”) e giostrine interstellari (“Revolution Wavers”). C’è spazio anche per la ballata “Dead On Arrival” (con il cammeo di Beth Murphy degli amici Times New Viking) e per gli svolazzi ambientali di “Automatic Writing”.