Nel panorama pop degli ultimi due-tre anni cercare di clonare minuziosamente un certo sound anni 80, quello più "maltrattato" negli anni a venire e fatto di italo-disco, tastieroni altisonanti, vocoder, drum machine "made in Minneapolis" o improbabili assoli di chitarra, è stato un giochino piuttosto gettonato e talvolta remunerativo ma paradossalmente chi ci si è cimentato tra i primi, come i canadesi Chromeo, sta ancora aspettando di coglierne i frutti.
O forse no, perché se i La Roux ci si divertono, utilizzandolo come un suppellettile per evocare paesaggi futuristici ed esordire col botto, e se gli ultimi Goldfrapp lo scelgono momentaneamente per soddisfare le capricciose mire da diva disco di Alison, P-Thugg e Dave 1, ormai giunti al terzo album, sembrano invece aver particolarmente a cuore il genere in questione e la loro scelta stilistica ha davvero il sapore di un sentito omaggio e non di ruffianeria, come se il loro patrimonio genetico non lasciasse altra alternativa.
L'ironia con cui affrontano questo revival e le allusioni sessuali dei loro testi e dei loro videoclip, che stridono goffamente con la loro immagine nerd, sono certamente un altro punto a loro vantaggio e rendono la loro proposta sempre piacevole; ma per quanto tempo ancora questa formula sarà in grado di divertire? Incuranti di tutto ciò, pubblicano "Business Casual" a tre anni dalla loro seconda prova, quel "Fancy Footwork" che li aveva lentamente imposti, singolo dopo singolo, in una certa scena elettronica (Tiga, DJ Mehdi...) e aveva persino fatto capolino su MTV. Stavolta però si avverte la sensazione che gli ingranaggi, a tratti, non siano più ben oliati come in passato (nonostante la presenza di lusso, dietro al mixer, di Philippe Zdar dei Cassius).
Certo, il trittico iniziale è scoppiettante e melodicamente a fuoco, con "Night By Night" (singolo già edito lo scorso inverno e accompagnato da un video memorabile) a far la parte del leone; con la più morbida ed elegante "Don't Turn The Lights On" dimostrano poi di aver imparato perfettamente la lezione dai loro numi ispiratori Hall & Oates (quelli anni 80 ovviamente, omaggiati anche in "Don't Walk Away" con un effluvio di violini sintetici) e di poter quindi funzionare anche in veste più "seriosa" (nonostante il momento più lento e romantico del disco, "J'ai Claqué La Porte", sia forse quello meno brillante).
Altrove però sembra che venga data più importanza al gioco dei rimandi che non a quanto il pezzo riesca ad essere coinvolgente di per sé, e così in un brano come "Grow Up" non si riesce a cogliere altro fine se non quello di voler "farsi sgamare" nello scimmiottare "When The Going Gets Tough, The Tough Get Going" di Billy Ocean, e anche la partecipazione di Solange Knowles (sorella più alternativa della famosa Beyoncè) in "When The Night Falls" è solo un pretesto per ritornare con la mente a quando Whitney Houston era il giocattolo preferito di Narada Michael Walden e non per valorizzare l'ospite.
Peccati tuttavia veniali: quest'album e, al momento, la loro carriera sembrano non voler assumere nessun altro significato se non quello di una festa a tema. E chi deciderà di parteciparvi, senza
pretese di assistere al party più memorabile dell'anno, avrà di che divertirsi.