E’ tutta racchiusa in quel ventaglio gitano, in quel gesto
almodovariano, l’anima di “Ciao!”. Il pianeta
“Sexor” è ormai lontano, e al
disc-jockey/producer canadese è venuta voglia di sentirsi un po’ italiano, di approdare su coste ancor più assolate, dopo aver saccheggiato radio, masse e ogni forma di pista del globo terrestre. D’altronde, lo stile è tricolore. E la seconda prova del folletto di Montreal è un inno all’eleganza
easy-listening più sfrenata, sorta di party
privato
ultra-fashion, con ospiti a dir poco illustri. Un’attitudine smisurata alla sensualità, dove il
groove indossa il
frac, le tastiere ricamano morbidi tappeti rossi, e il
beat galleggia nel più esotico dei
fruit on the rock.
Ad aprire i cancelli di villa Sontag sono i
wa-wa e i
beep-beep-beep acquerellati dei fratelli Daewale (Soulwax), con il nostro
american gigolò nelle vesti del cerimoniere spiritato. Una ritmica dal tessuto misterioso, condita da tamburelli in stile
old-house in coda, a scaldare il lettore. L’impressione è di ritrovarsi a oscillare seguendo morbide ondulazioni
eighties, già targate International Deejay Gigolos. Del resto, il
ping pong con Christopher Scarf in “Shoes” è puro spasso
clubbing, una leggerissima sterzata di manopole, prima di smanettare seriamente col
mixer, instaurando il solito
climax techno,
sexy e fracassato. Difatti, “What You Need” sbotta e danneggia:
stop and go roboante, palesemente cafone, cassa dritta, l’elettronica dei Soulwax priva di sfumature, e Jake Shears sintetizzato come uno
speaker del "Cocoricò".
Da contraltare, i battiti
telleriani di “Luxury” invitano a riaccomodarsi nel
privè, dove sfarzo e poltronaggine sono una ragione di vita: “Luxury is all i see when i close my eyes...this is my reality”. E’ uno spento
James Murphy, invece, a manipolare il
tic tac elettronico di “Sex O’Clock”. I sospiri di un
Tiga eccitato e disinibito non aggiungono assolutamente nulla, e la struttura
electro-dance (iper)
collaudata del vecchio marpione newyorkese stanca di brutto. Stesso dicasi per la petulante “Overtime” (ancora Soulwax), digeribile solo per pochissimi istanti, precisamente al quarto minuto, quando è una calda voce soul a subentrare nel pattume techno. Le pulsazioni
à-la Joe Jackson di “Turn The Night On” recano solo indifferenza, mentre la nostalgia di una “Far From Home” schizza incontrollabile nei desideri più profondi.
Ciò che lascia realmente interdetti, in “Ciao!”, è l’inutilità dei vari Zdar e Murphy, venuti dall’esterno con la consapevolezza di garantire solo un’effimera presenza scenica. Conti alla mano, a Tiga converrebbe riprendersi il ruolo di
one-hit-dj, senza disperdere ulteriormente il proprio cilindro da mago del
dancefloor più mondano.