Se qualcuno ha descritto questa giovanissima cantautrice francese, in patria, come “la nostra PJ Harvey”, apparentemente ha colto nel segno.
Solo apparentemente, però, perché ascoltando questo eterogeneo insieme di canzoni, pur nella precarietà di una produzione decisamente migliorabile (“Easily Influenced”, per esempio è uccisa da un'assurda drum machine), emerge un poliedrico talento che, unito alla giovane ètà di Laetitia, lascia ben sperare in un futuro assai prolifico.
“The Story Won’t Persist Living In A Closed Book” apre questa sua seconda prova discografica, assai migliore dell’esordio del 2004, “Codification”, offrendo testi intelligenti su un ostinato tempo in tre quarti, riuscendo a offrire un brano cupo e affascinante. Tutt’altra atmosfera per “Let’s Party”, che ricorda i primi revival degli anni 60 compiuti in ambito new wave sul finire dei 70. Molto bella in sé, ma l’insieme delle due canzoni rivela forse già da subito una disomogeneità del lavoro (ammesso però che un disco debba per forza essere stilisticamente omogeneo).
Forse proprio di questa frastagliata diversità si nutre il linguaggio stilistico della Sheriff, specie se si avverte il talento che riesce comunque a esprimersi pur nella diversità degli arrangiamenti.
Proprio quando Laetitia e i suoi due collaboratori, presenti anche nel suo primo lavoro, Olivier Mellano e Gaël Desbois, spingono il pedale sull’autostrada della sperimentazione, i risultati migliori arrivano immediatamente: come in “Cosmosonic”, semplice, delicata e contrappuntata da un cupo violoncello che parla vibranti linguaggi contemporanei, o in “Like Ink With The Rain”.
Da sottolineare sia i testi intensi e personali che il packaging veramente creativo e raffinato dell’album. Per la cronaca, si sappia che ai suoi esordi Laetitia girava locali cantando testi di William Butler Yeats, rivelando già allora una propensione alla poesia di un certo livello.
Ancora, tra le tracce migliori, la successiva “Hullabaloo (My T.V. Ratings)” tra tracce rockabilly e punk, trascinante song che conduce nella intensa “Black Dog”, sperimentale e intrigante, dal sapore canterburiano.
In altre canzoni, la Sheriff ricorda Beth Orton, pur mantenendo una sua personalità e offrendo in ogni episodio di questo fortunato disco fantasia e immaginazione in quantità, come nelle nebbie psichedeliche dei suoni backwards in “Memento, Put Her In The Picture”.
Con ogni probabilità, una futura star nell’effimero firmamento dell’indie-pop.
03/01/2009