Per "Break It Yourself" hai lavorato come al solito nel tuo granaio? Com'è stato il processo di registrazione del disco?| Dare un nome alla realtà di Gabriele Benzing, Alessandra Reale Che valore hanno le parole? Più le ripetiamo, più sembrano perdere significato, come tanti caratteri in ordine su un vocabolario sbiadito che non parla più dell'esperienza. Ma per Andrew Bird le cose sono diverse: nella sua musica le parole sono come il soffio di una nuova creazione, riemergono dal nulla per prendere forma e colore. Reduce da un'unica data in Italia e con un nuovo Ep ("Fitz And The Dizzyspells") in uscita in questi giorni, il fischiatore di Chicago ci parla del fascino che esercitano le parole su di lui e di come fare i conti con la propria essenza di non-animale (a)sociale. Dando uno sguardo all'indietro alla tua carriera, la tua svolta solista dopo l'esperienza con i Bowl Of Fire si potrebbe far risalire a una performance a Chicago, nell'inverno del 2002, dove aprivi il concerto dei Lonesome Family. Ci racconti di quella serata? Ho passato i sei mesi precedenti per lo più in isolamento all'interno del mio granaio - un posto che avevo costruito con le mie mani. Forse per giustificare questo isolamento e questa solitudine, ho creato un modo nuovo per me di fare e concepire la musica. Non mi ero realmente reso conto di che cosa stessi facendo in quel periodo e pensavo ancora di avere bisogno di una band per fare della musica valida. Per quello show non potevo avere la mia band a supportarmi, perciò ho provato quella cosa dei loop e ha funzionato meglio di quanto avrei potuto immaginare. La tua decisione di andare a vivere nel mezzo della campagna, lontano dalle grandi città, potrebbe sembrare una scelta di isolamento. Ma ascoltando i tuoi dischi l'impressione è piuttosto quella che per te sia stato il modo di ritrovare lo spazio necessario per osservare la realtà più nel profondo… È vero. Avevo bisogno di una realtà diversa, che avesse visuali più ampie, panoramiche, con cieli aperti. Ma ho combattuto con gli impulsi che mi avrebbero condotto ad essere così lontano dalle relazioni sociali. A volte la gente è l'ultima cosa da tenere in considerazione. O a volte la gente richiede compromessi e ridimensionamenti di aspettative che ero stanco di fare. Avevo già abbandonato la musica classica per cercare un contesto sociale che fosse più naturale per la musica. La tua musica è ricca di stratificazioni, eppure riesce sempre a mantenere la propria leggerezza. Come è possibile secondo te conciliare la ricchezza musicale di un brano con una semplicità di approccio capace di non scadere nell'intellettualismo o nella pretenziosità? Semplicemente prestando attenzione. La parola sembra avere un fascino unico per te: nelle tue canzoni la ricercatezza lessicale è un elemento inconfondibile, che conduce le parole a diventare esse stesse musica. Ti affascina l'idea della forza della parola, di quella "nomenclatura" della realtà di cui canti nel nuovo disco? In questo nuovo album c'è un particolare fascino o una nostalgia nei confronti di quel periodo della storia naturale, nel diciannovesimo secolo, in cui venivano dati nomi a nuove specie e c'è un'avversione per l'eccessivo utilizzo o per la svalutazione del lessico quotidiano. Voglio ritrovare l'energia potenziale del linguaggio. Il momento che precede l'assegnazione di un nome a qualcosa. Vado alla ricerca di parole meravigliose e arcane allo scopo di perfonderle nuovamente di significato. "I will become this animal, perfectly adapted to the music halls", canti in "Anonanimal", dall'ultimo "Noble Beast": pensi che si tratti di un obiettivo che hai conquistato nel corso della tua carriera o lo consideri più come una sorta di fenomeno di assuefazione, legato a una semplice "evoluzione della specie"? Ho scelto una professione che concilia tutte le mie tendenze antisociali. Ho sempre una scusa per non entrare direttamente in relazione con le persone, in modo da poter rapportarmi con loro attraverso la "sicurezza" del palco. Penso che l'universalità di una canzone come "Anonanimal" stia nel chiedersi in quale tipo di animale ciascuno sia disposto a trasformarsi, evolvere o deformarsi per poter fare il proprio lavoro. A che prezzo? Che cosa non vorresti che si dicesse mai della tua musica? Derivativa, noiosa, non musicale. Le tue canzoni sono in continuo divenire, si evolvono a ogni performance e ritornano addirittura da un disco all'altro con un nuovo volto. Un po' come per Dylan, il cui approccio è stato paragonato a quello di un pittore che ritocca continuamente i propri quadri, mettendo in risalto particolari sempre diversi… Pensi che queste parole possano valere anche per te? Dylan si è liberato di uno schema e questo richiede di esporsi in prima persona e di mantenere le canzoni umane e vive. Canzoni come "Imitosis" o "Why?" hanno uno schema fertile sul quale posso sempre creare qualcosa di nuovo. Devi crearti la tua resistenza, soprattutto da solista, per sapere che in quel momento sei vivo e presente. I tuoi tour sono sempre piuttosto estenuanti: le tue performance sono in genere un concentrato di energia che travolge tutto, dal palco alla platea, e se si considera che in un anno riesci a fare qualcosa come 200 concerti, viene naturale pensare che tu abbia un qualche segreto per riuscire a sostenere esperienze emotivamente così spossanti con una tale frequenza. Come fai a mantenere sempre vivo lo slancio quando sei sul palco? L'essere esausti rappresenta uno stato alterato che puoi abbracciare o, in alternativa, dominare. Più a fondo vado in un tour, meno sono le mie inibizioni, e resto sorpreso da ciò che ne viene fuori. Tra le tue varie attività c'è anche quella di insegnante di musica alla Old Town School of Folk Music e la tua apparizione in un programma televisivo per bambini nei panni del "Dr. Stringz" è diventata un piccolo cult… Quali sono per te gli aspetti più importanti dell'educazione musicale? Non ho insegnato per dodici anni. Potrei immaginarmi a insegnare da vecchio, ma solo in un modo in cui io possa mostrare agli studenti ciò che ho insegnato a me stesso. Musica "rock" e musica "classica": a volte il tentativo di dare vita a commistioni tra i due mondi rischia di svilire la specifica dignità di entrambi. Tu che cosa ne pensi, anche alla luce della formazione "classica" che hai ricevuto? Ci racconti qualcosa della tua esperienza al fianco del celebre violoncellista Yo-Yo Ma per Mtv? È una domanda che presuppone una riflessione che mi sfugge. Parlare e suonare con Yo-Yo Ma è stato fantastico, ma Mtv ha fatto del suo meglio per renderlo insulso. Sei noto per essere un fischiatore, e il whistling è certamente uno degli aspetti più peculiari della tua musica. Vogliamo concludere l'intervista con una citazione di Boris Pasternak che descrive la poesia partendo proprio dal whistling: "La poesia è un fischio che si estende acuto d'improvviso, è lo scricchiolio di ghiacci soffocati, è la notte che fa intirizzire la foglia, il duello di due usignoli. È il tonfo soave del pisello, è l'universo in lacrime in un guscio". Che cosa ne pensi? Questa citazione sembra come un promemoria che ci ricorda di restare umani e di creare attrito. La topografia tattile del suono. A volte può diventare disperata, questa pulsione per l'umanità. Abbiamo molto da affrontare. (28/05/2009) |