Tra le pieghe più vive della nuova scena jazz italiana, il progetto Jemma Crew si muove con passo libero e curioso, intrecciando sonorità world e improvvisazione strutturata. Un viaggio senza coordinate fisse, dove la ricerca della tradizione canora incontra la sperimentazione e la melodia diventa linguaggio universale. Il nome stesso - Jemma - può rappresentare una figura femminile, una pietra preziosa o il riverbero di una jam session. E se persino il nome, essenza di identità e definizione di ogni cosa o persona reale, può essere soggetto a interpretazione, cosa può accadere nella musica che ne deriva? Scambiamo due chiacchiere con loro, per parlare di improvvisazione e sinergia, di storie di persone, di mare e di mineralizzazione...
Come vi siete formati?
Jemma nasce dall’incontro di alcuni membri del collettivo durante una nota jam session romana che avevamo organizzato, chiamata “Gemma Session”. Quelle serate di musica e sperimentazione libera hanno creato nel tempo una connessione e una sinergia tra i musicisti impossibili da ignorare. Da lì è nato il progetto Jemma: come richiamo alla “jam session”, come nome proprio di una figura femminile misteriosa, oppure come una pietra preziosa. Non esiste un’unica interpretazione corretta, e ci piace proprio per questo.
C’è un concetto o un sentimento che identificate come filo conduttore dell’album e della vostra musica in generale?
Contaminazione e sperimentazione istintiva. Sono i due principi che ci hanno guidato nella costruzione, suono dopo suono, del nostro primo album, "Jemma", che porta lo stesso nome del gruppo perché vuole essere insieme manifesto e punto di partenza. L’album parla di energia, di terra, di mare, di vento, attraversando composizioni inedite e brani di tradizione popolare, tra lingue e sonorità diverse. È un mix delle nostre identità: atmosfere intime e tribali, accenti rock, groove, jazz, pop ed etnici. Una sintesi di timbri e generi distanti, con un ospite d’eccezione: Gianluca Petrella. Il prossimo disco, già in preparazione, esplorerà nuove sonorità: un nuovo viaggio, che stiamo per intraprendere. Spoiler: siamo in procinto di registrarlo!
La vostra musica ha un suono quasi paesaggistico e fiabesco, da sogno a occhi aperti, ci sono autori che vi hanno ispirato in questa direzione? Quanto contano le immagini e la dimensione visiva nel processo compositivo?
La dimensione del viaggio è centrale nella nostra musica e continuerà a esserlo, anche se ogni volta ci porta verso mete e suggestioni diverse. Per questo primo disco ci siamo ispirati a progetti che fanno della contaminazione e del viaggio la loro essenza, come Snarky Puppy e lavori all’interno dell’etichetta di Michael League “Ground Up Music”,
Tigran Hamasyan e
Radiohead, oltre al profondo interesse per il folklore, in particolare quello mediterraneo.
I brani sembrano anche parlare di spazi interiori, c’è una correlazione tra il luogo fisico in cui vivete e la musica che producete?
Non saprei dire se esista un legame diretto con Roma, la città in cui viviamo, ma sicuramente c’è una connessione con i nostri luoghi d’origine e con l’interesse verso culture lontane o le radici della nostra stessa cultura. Un’altra correlazione importante è con la passione per il viaggio: viaggiare per apprendere, assaporare usi e costumi, esplorare paesaggi nuovi.
Alcuni brani, ad esempio "Timelapse", sembrano delle vere e proprie jam session. Nel jazz spesso l’improvvisazione è un atto di libertà e una prova di sintonia tra i musicisti. Nella vostra scrittura, invece, quanto spazio lasciate al caso e quanto alla struttura?
Le nostre composizioni sono generalmente ben strutturate, ma all’interno di queste strutture c’è sempre spazio per l’improvvisazione e l’interplay. L’ascolto reciproco è fondamentale e porta spesso a piccole variazioni, soprattutto ritmiche e dinamiche. Anche nelle parti scritte, lasciamo che la musica respiri e si trasformi in base all’energia del momento.
I brani dell’album sembrano delle storie fiabesche più che delle canzoni, con un inizio e un epilogo in crescendo, mi riferisco in particolare a “Nenia Grika”, “Hija Mi Querida” e “I Iriden Sa”. Come mai avete scelto così tante canzoni-storie da inserire nell’album?
Sono brani che rappresentano il nostro interesse per la ricerca di testi antichi di pubblico dominio, in lingue arcaiche o particolari. La loro bellezza ed essenzialità, proprio perché nella maggior parte dei casi queste melodie venivano trasmesse oralmente, ci ha ispirato per costruire intorno a esse nuove elaborazioni musicali, facendole diventare nostri inediti. I testi sono veri e propri racconti, per questo abbiamo dato ai brani una forma estesa e immersiva. Senza entrare troppo nel dettaglio: “Nenia Grika” è una ninna nanna in grecanico salentino; “Hija Mia Mi Querida” è il canto di una madre sefardita in prigione; “Kaneloriza” è un rebetiko che narra una storia d’amore ossessiva e malata; “I Riden Så” racconta un’antica leggenda nordica molto cruda, in svedese antico.
C’è una canzone del vostro repertorio che considerate una sorta di manifesto della vostra identità?
Sicuramente "Ossi di sabbia", il primo singolo uscito, rappresenta bene il concept del primo album. Racconta il viaggio dell’umanità attraverso il mare, inteso come tessuto che connette terre e culture. Nel testo abbiamo inserito frasi in Portolotto, una lingua mista usata dai marinai del Mediterraneo per comunicare. Gli “ossi di sabbia” rappresentano la mineralizzazione delle storie umane: avventure, difficoltà, memorie che il mare e il vento portano con sé.
Le vostre performance dal vivo sembrano dare una nuova vita alle canzoni. Quanto vi interessa l’imprevedibilità del palco come spazio creativo?
Non è una scelta consapevole, ma qualcosa che ci viene naturale. Ognuno di noi proviene da esperienze musicali diverse e porta con sé l’attitudine all’ascolto reciproco. Anche fuori dalle sezioni dedicate all’improvvisazione, seguiamo gli impulsi del momento. Capita spesso che durante le prove, quando succede qualcosa di speciale, modifichiamo gli arrangiamenti: i brani sono quindi in continua evoluzione.
Riuscite a fare un “genere” musicale di nicchia, senza risultare inaccessibili: qual è il segreto?
Un ensemble così ricco aiuta sicuramente: molti strumenti significano una grande presenza scenica e una varietà armonica notevole. Cerchiamo di evitare eccessi tecnici o dissonanze superflue, puntando invece su atmosfere cinematiche, coinvolgenti, che raccontano storie musicali e spesso includono groove ballabili. Credo che questo equilibrio renda la nostra musica accessibile, pur mantenendo la sua complessità.
Guardando avanti: in un mondo musicale sempre più omologato, cosa significa oggi per voi rischiare nel jazz e nella world music?
Crediamo che le etichette come jazz o world music siano ormai concetti quasi filosofici: rappresentano un modo di vivere la musica, di cercare, di contaminare.
Noi non ci poniamo limiti. Il nostro percorso è fatto di incontri, di scoperte e di collisioni sonore. Nel prossimo disco, ad esempio, esploreremo influenze provenienti anche dalla musica elettronica.
Ci sono artisti della scena musicale attuale italiana con i quali vorreste collaborare?
Ce ne sono molti, anche amici, soprattutto tra i giovani con cui condividiamo affinità artistiche: La Martire, Samuele Cima, Christian Mascetta, Mudphon3, Tangram, Stereoteismo, e tanti altri. Di base, ci piacerebbe creare uno scambio con tutti gli artisti aperti a ricercare nuove sonorità, non per forza all’interno della nostra “nicchia”. Tra gli artisti più affermati, dopo la collaborazione con Gianluca Petrella, ci piacerebbe lavorare con
Adriano Viterbini,
Verdena, Coca Puma,
C’mon Tigre,
Caparezza, Ze in the Clouds,
Neffa o Javier Girotto. E grazie per aver chiesto “in Italia”: se aprissimo la lista agli artisti internazionali, non finiremmo più!
(17 dicembre 2025)