Karen Peris

Karen Peris

Le gioie segrete della quotidianità

intervista di Daniel Moor

In occasione del suo secondo disco solista, intitolato “A Song Is Way Above The Lawn”, abbiamo parlato con Karen Peris, storica voce e autrice degli Innocence Mission. Nove anni separano questo disco dalla precendete prova in solitaria, “Violet”. Abbiamo perciò chiesto alla cantautrice cosa l’ha spinta a pubblicare ora le nuove canzoni e dove ha trovato l’ispirazione in fase di scrittura. Tra emozioni e meraviglie improvvise, una poetica della quotidianità e i canti segreti degli elefanti, Karen sembra proprio non stancarsi mai di provare a scrivere nuovi versi capaci di accompagnare chiunque la ascolti nei misteri dell’esistenza, in cerca di risposte o di una qualche poetica e gioiosa consolazione.

Ciao Karen, come stai? Congratulazioni per il tuo disco “A Song Is Way Above The Lawn”. Sei contenta che sia stato pubblicato e sia ascoltabile per tutti e tutte?
Ciao! È un piacere conoscerti. Grazie! Sì, è stato bello poter pubblicare il disco. È trascorso un po’ di tempo tra la fine delle registrazioni e la data di rilascio, ma andava anche bene così perché mi ha concesso del tempo per disegnare i video animati per un paio di brani. E mi sono immersa completamente anche in questo processo che mi è piaciuto molto.

I tempi di composizione di “A Song Is Way Above The Lawn” sono stati relativamente lunghi: ho letto che alcune canzoni risalgono addirittura a sette anni fa. Cosa ti ha spinto a rilasciarle ora?
Penso di essere semplicemente lenta nel raccogliere canzoni che restino in un qualche modo e che, in questo caso, sembrassero davvero appartenere al disco. Scrivo ogni giorno, ma la maggior parte dei miei pensieri non rimangono abbastanza a lungo per venir registrati.

Come si differenzia questo lavoro solista dal suo predecessore? Hai lavorato in maniera analoga? Per esempio, quel che emerge già dal primo ascolto è l’assenza di tracce strumentali, che invece erano un aspetto centrale in “Violet”…
L’atmosfera pianistica accomuna entrambi gli album, ma con “Violet” mi ero protesa verso l’amore che provo verso certi dischi di solo pianoforte, registrati da altri artisti o altre artiste, e l’album si era costruito in quel modo. Volevo provare a fare qualcosa in quella direzione artistica e mi immersi nel tentativo di comunicare qualcosa solo attraverso il pianoforte. Può essere un sollievo poter fare a meno delle parole, a volte.

Come differenzi i testi per un tuo album solista da quelli che scrivi per gli Innocence Mission? Cosa rende per te queste nuove dieci canzoni “unicamente Karen Peris”?
Questo è stato un album particolare. Nella mia testa era un mondo tutto suo in cui entrare e mi sembra giusto che un disco abbia una sua propria atmosfera, poiché amo questa qualità nei miei dischi preferiti di altri musicisti e musiciste. Il piano crea una sua particolare atmosfera e occupa molto spazio, non lasciandone molto per gli altri strumenti. Per questo cerco di non inserire troppe canzoni pianistiche negli album della nostra band, ma solo una o due. Ma penso che in generale ci fosse una maggiore libertà nel comporre queste canzoni, poiché hanno cominciato a collegarsi tra loro tramite un senso di meraviglia. Quella meraviglia che si prova per l’essere vivi e per quelle grandi emozioni che spesso sentiamo nei momenti più piccoli del giorno. E poi c’è anche il desiderio di voler provare a esprimere queste grandi e inesprimibili cose e la gioia in questo impulso, anche quando ci sentiamo incapaci di trovare le parole o i colori giusti per riuscire a catturare e ad articolare qualcosa che è così importante per noi. Quindi la materia intorno a cui costruire il disco sembrava infinita, un territorio sconfinato, poiché volevo anche scrivere di esperienze infantili, senza avere un netto confine tra il reame dell’infanzia e quello dell’età adulta. E se un bambino o una bambina avesse dovuto ascoltare questi brani, volevo provare a creare qualcosa per loro che avesse magari una capacità visiva come quella della lettura ad alta voce. Mi piace infatti curare le illustrazioni e sono stata davvero coinvolta in questa attività per un periodo.

Nelle mie tre canzoni preferite di “A Song Is Way Above The Lawn” tuo figlio Drew e tua figlia Anna suonano rispettivamente il violino e la viola. Come iniziano solitamente le collaborazioni con loro? Tu e Don suonate spesso con loro?
Adoro la loro presenza in quelle canzoni e mi è sembrato molto giusto che loro potessero essere in questo album, dal momento che è in parte un’estensione degli anni in cui leggevamo insieme ad alta voce, facevamo passeggiate e parlavamo dei nomi degli alberi e degli uccellini e disegnavamo insieme… di quegli anni insomma in cui il mondo interiore dell’immaginazione era così vivido e affascinante. Sia Anna che Drew hanno un ottimo orecchio musicale e un ottimo timing e perciò la registrazione è stata davvero semplice: ho cantato loro le parti, ho schiacciato “registra” ed ecco che era già tutto finito in un attimo. Avere una vera sezione d’archi in quelle canzoni è bellissimo, ma ancora di più perché le ho scritte in parte riferendomi a cose che potevo immaginare che avremmo potuto sognare insieme ad occhi aperti. Poi, nel caso di “Superhero”, è proprio una canzone d’amore per loro e per Don, per lodare la gentilezza come la virtù essenziale.

Ho letto che un’intervista che NPR fece a una zoologa attiva nel campo della ricerca sugli elefanti ti ha ispirato a scrivere il bellissimo pezzo “I Would Sing Along”. Cosa hai trovato di così affasciante in quell’intervista? Come hai trasposto poi queste suggestioni nella tua musica?
Si trattava di un’anziana scienziata molto dolce e gioiosa. È una studiosa di bioacustica che ha compiuto degli studi pionieristici sulle canzoni delle balene e ha poi iniziato a studiare gli elefanti. Ha scoperto che nelle vicinanze degli elefanti, se si sta tesi in ascolto, si possono sentire questi bassi, quasi dei suoni subsonici, simili a un canto. E ho scoperto poi, nei giorni successivi all’ascolto dell’intervista, che stavo proprio scrivendo riguardo questa idea dell’ascoltare qualcosa che è quasi fuori dall’udibile. Penso che mi piacesse anche pensare al ruolo di qualcuno, molto quieto e silenzioso, che ascolta in un mondo rumoroso. In un certo senso è importante per me riuscire a vedere la canzone e con questo brano l’immagine centrale è quella di qualcuno che ascolta da un appartamento, situato molto in alto su una città, durante una di quelle rosacee ore serali. Questo qualcuno si tende in ascolto verso qualcosa di meraviglioso e spera forse di udire un elefante cantare. C’è un forte senso di solitudine in questo, ma non credo sia triste. È più un senso di possibilità, un pensiero riguardo la bellezza misteriosa del mondo.

Nella delicata “This Is A Song In Wintertime” canti di una situazione in cui ci si ritrova ad attendere in fila davanti a un cinema, prima dell’inizio di una proiezione. Mi piace come hai trasformato un momento generalmente non particolarmente esaltante in un’esperienza capace di connettere le persone che la stanno condividendo. Ci puoi dire qualcosa in più riguardo a questo brano?
Non ho sperimentato quel momento esatto, ma ce ne sono di simili nella mia memoria. Penso siano accaduti specialmente quando ci trovavamo lontani da casa e tutte le persone che incontravamo erano compagni di viaggio. Ma sono momenti che possono anche succedere al supermercato, ovunque, e, quando degli sconosciuti iniziano a parlare l’uno all’altro, la cosa mi rende molto felice. Per quanto riguarda questa canzone: uno dei miei album preferiti è “A Charlie Brown Christmas” di Vince Guaraldi e penso che colleghi nella mia mente quel pianoforte alla neve e all’inverno.

La tua poesia dedica un’attenzione particolare alle piccole cose, alla quotidianità, alle gioie segrete e improvvise. Ti ispiri alla tua esperienza personale o provi piuttosto a distanziarti dalla tua vita mentre scrivi?
Mi piace la tua frase “gioie segrete e improvvise”. Sì, c’è così tanto a cui voler rispondere quasi in ogni momento e in ogni aspetto della nostra vita. Non è forse così? Mi sento sempre grata per la poesia e la musica che mi offrono alcuni modi per provare a comunicare l’inesprimibile e mi aiutano a riflettere sui misteri dell’esistere. Le canzoni non sono distanti da me, mi sento anzi molto vicina ad esse, ma allo stesso tempo non sono nemmeno costituite da estratti di un diario. L’impatto che la poesia ha avuto su di me come lettrice ha anche a che fare con lo spazio attorno a ogni parola e con la qualità visiva che scaturisce dall’accostamento di poche parole, invece che dall’utilizzo di molte. Due parole accostate possono essere come un piccolo proiettore cinematografico. E amando tale mistero provo a ripetere questo effetto quando scrivo e spero sempre che riesca a catturare una connessione che qualcun altro troverà familiare o ricco di significato.

Credo non sia troppo tardi per parlare del vostro ultimo disco a nome Innocence Mission, “See You Tomorrow”, uscito nel gennaio 2020. Cosa è stato particolarmente speciale e unico nel processo di scrittura e registrazione di questo album?
“See You Tomorrow” ha molto a che fare con la comunicazione, il desiderio di partecipare a una conversazione, anche quando questa conversazione consiste nell’essere a corto di parole. E poi parla dei cambiamenti che possono occorrere nella vita di una famiglia, della difficoltà di cambiare e del futuro che incombe. Mi sento particolarmente legata a quel disco. Musica e liriche sono diventate ancora più essenziali per me mentre lo stavamo scrivendo e ho provato molta gioia nel lavorare agli arrangiamenti e nel registrarli.

Potresti condividere con noi qualche dettaglio riguardante i brani “The Brothers Williams Said” e “On Your Side”? Adoro quelle canzoni…
Oh, mi fa molto piacere. “The Brothers Williams” parla del senso di incomprensione o di etichettatura che capita a volte a persone che hanno una natura molto quieta e riservata, soprattutto negli anni di scuola. C’è perciò un certo alone di tristezza in questo, ma il ripetere le parole “see you tomorrow” mi dà un senso di speranza: suggerisce che le conversazioni possono sempre andare meglio la prossima volta e, forse, come frase in sé, suggerisce proprio un mondo intero di migliori possibilità.
“On Your Side”, invece, è in parte una canzone per mia madre, che non c’è più e che mi manca ogni giorno. Tematizza il pensiero che sia ancora con me e vuole anche rassicurare le persone a cui voglio bene con lo stesso amore costante. Ma vuole anche dire a ogni persona in ascolto che la vita è, a volte, difficile e che a volte sento di non sapere cosa stia facendo esattamente e che posso avere molte ansie. Non è questo familiare a ognuno di noi? E, così, il mio cuore va a tutti e a tutte.

Grazie mille per averci concesso questa intervista. Siamo sempre molto felici di poter sentire le tue nuove canzoni. Take care and see you soon!


(Dicembre 2021)

Discografia
 Violet (autoprodotto, 2012)
A Song Is Way Above The Lawn (Bella Union, 2021)

 

pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Video
 Procession
(da Violet, 2012)
 I Would Sing Along
(da A Song is Way Above the Lawn , 2021)
 Superhero
(da A Song is Way Above the Lawn, 2021)
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Recensioni

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