Incontriamo la storica formazione industrial slovena, nata a Trbovlje nel 1980, che ha scelto di chiamarsi proprio con il nome tedesco della città di Lubiana. Reduci dalla pubblicazione del nuovo album, “Musick, i Laibach ci raccontano la genesi e le influenze del progetto, gettando uno sguardo sulla musica di oggi e sul suo rapporto con le tecnologie e l’Intelligenza artificiale.
Il nuovo album, “Musick” ha come tema centrale quello che sta accadendo oggi nella società, vale a dire l’AI e il flusso costante di musica che sommerge le persone. Possiamo considerarlo un concept?
Ogni album dei Laibach porta con sé un concept e “Musick” rappresenta una risposta a quello che succede oggi, alle condizioni del presente, con quello che rappresenta oggi la musica. L’intrattenimento è saturo, inquinato, sia con suoni che con la musica: prodotto, processato, distribuito e consumato in una scala che non lascia scampo. L’AI lo rende solo più visibile, accelera soltanto il processo, in questo senso questo album organizza questa condizione piuttosto che commentarla dall’esterno.
Com’è stato lavorare con Richard X e perché l’avete scelto?
Lui capisce il pop come architettura, come costruire l’immediatezza senza perdere il controllo dei dettagli. Il suo background si muove tra il mainstream e una sensibilità underground, che lo rende compatibile con il nostro processo di scrittura. Non stavamo cercando un contrasto ma un allineamento, avevamo bisogno di una persona coraggiosa che potesse prendere decisioni che noi non eravamo in grado di fare.
Usate diversi strumenti in questo disco
Sì, questo riflette una sorta di accumulazione piuttosto che di selezione. Sintetizzatori analogici, strumenti digitali, software, lo studio è diventato un campo di segnali, quello che importa non è l’origine del suono ma la sua funzione nella struttura. Il risultato non è eclettismo ma compressione.
Il brano “The Divine Child” è stato scritto con l’AI ed è dedicato all’AI: come l’avete utilizzata?
Nessuna parte dell’album è stata effettivamente scritta con l’AI. Per “Das Göttliche Kind (The Divine Child)”, l’abbiamo usata soltanto durante il processo di sviluppo, come una sorta di consulente. Ha suggerito frammenti di testo, specificamente legati al tema dell’intelligenza artificiale. Abbiamo trattato questi input come materia grezza, modellandoli attraverso i nostri processi di editing e contestualizzazione. Il pezzo riflette un sistema che produce significato senza intenzione, ma che richiede comunque un intervento umano per stabilizzarlo.
Qual è la vostra opinione sull’algoritmo?
L’algoritmo non è più uno strumento; è un ambiente. Determina visibilità, ritmo, ripetizione e scomparsa. Non ha bisogno di imporsi esplicitamente: opera attraverso la selezione. Nella musica, definisce ciò che viene ascoltato e ciò che rimane silenzioso. Noi lavoriamo all’interno di questa struttura, perché essa plasma già le condizioni dell’ascolto.

Laibach
Avete collaborato anche con i Rollins Band negli anni 80?
Non abbiamo fatto un tour con i Rollins Band, ma c’erano traiettorie parallele e occasionali sovrapposizioni nella più ampia rete delle scene indipendenti.
Quali dischi vi hanno influenzato di più e perché?
L’influenza non è qualcosa che riconosciamo come una lista di riferimenti. Nell’album attuale è incorporata nei materiali che utilizziamo. Tuttavia, alcune strutture rimangono costanti: la disciplina dei Kraftwerk, la chiarezza formale di Wolfgang Amadeus Mozart e la logica industriale delle prime produzioni elettroniche e post-industriali. Non sono fonti di ispirazione, ma strutture operative. Ma se chiedi quale album abbia avuto un forte impatto su di noi, probabilmente sarebbe “Radio-Activity” dei Kraftwerk. Non in senso sentimentale, ma piuttosto come modello operativo. Il disco tratta il suono come informazione, la ripetizione come struttura e la tecnologia sia come soggetto che come mezzo. Riduce la musica a segnale: misurato, trasmesso, ricevuto. Questo approccio coincide con la nostra concezione della musica come sistema piuttosto che come espressione. “Radio-Activity” dimostra inoltre come il contenuto possa essere incorporato nella forma. I suoi temi – comunicazione, radiazione, forze invisibili – non vengono illustrati, ma messi in atto attraverso minimalismo, ritmo e variazioni controllate. Il significato è trasportato dal processo. Ciò che resta decisivo è la sua disciplina: la riduzione degli elementi, la precisione dell’esecuzione, il rifiuto dell’eccesso. Mostra che la musica può funzionare come infrastruttura: stabile, ripetibile e aperta alla reinterpretazione.
Ci sono nuovi artisti che state seguendo in questo periodo?
Non seguiamo artisti nel senso convenzionale del termine. Osserviamo schemi: come il suono circola, come le forme mutano, come viene costruita la visibilità. Il pop contemporaneo, incluso il K-pop e altri generi altamente sistematizzati, offre un modello chiaro di come la cultura sia organizzata oggi. L’autorialità individuale diventa secondaria rispetto al sistema che produce e distribuisce. Ma l’ultimo album che ci ha davvero impressionato è stato “Lux” di Rosalía.
Chi sono i vostri registi preferiti?
Se volete dei nomi, eccoli: Jacques Tati, Charlie Chaplin, Stanley Kubrick, Orson Welles, Lars von Trier, Thomas Vinterberg, John Carpenter, Ridley Scott, Francis Ford Coppola, Andrej Tarkovskij, Aleksandr Sokurov, Nagisa Oshima, Bernardo Bertolucci, Roman Polanski, Walerian Borowczyk, Billy Wilder, Andrzej Żuławski, Masaki Kobayashi, Gaspar Noé, Paolo Sorrentino, Federico Fellini, Jean-Luc Godard, Martin Scorsese, Akira Kurosawa, Ingmar Bergman, Alfred Hitchcock, Quentin Tarantino, David Lynch, Michael Haneke, Rainer Fassbinder, Michelangelo Antonioni, Luis Buñuel… e molti altri.
I Laibach hanno composto la colonna sonora del film “Iron Sky”: cosa potete raccontarci di quell’esperienza?
Abbiamo composto la musica per entrambi i film di “Iron Sky”. Il progetto era in parte ispirato ai Laibach, quindi il regista Timo Vuorensola ci invitò a creare la colonna sonora, e noi accettammo. Il film conteneva già una mitologia costruita, che noi abbiamo tradotto in suono. Il nostro ruolo non era illustrare la narrazione, ma rafforzarne la logica interna. In questo senso, la musica per film diventa un meccanismo di organizzazione: struttura la percezione, guida l’emozione e stabilizza il mondo presentato sullo schermo. È stata un’esperienza molto positiva per noi e abbiamo imparato molto durante il processo.
(24 maggio 2026)