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Tutta la malinconia di cui ho bisogno

intervista di Alessio Belli
"Sumo" segna il ritorno di Luca Romagnoli e Marco di Nardo con il loro Management (senza più il Dolore Post-Operatorio). Un disco intenso e ispirato con qualche interessante novità rispetto al passato, nato nella meravigliosa location dell'Auditorium Novecento di Napoli, in cui il duo abruzzese si manifesta come una della realtà più importanti del panorama musicale italiano: ecco la nostra intervista.

Primi ascolti di “Sumo” e l'aspetto che vien fuori maggiormente è un profondo senso di malinconia...
Luca: Abbiamo proprio scelto questo mood malinconico tra le tante canzoni che avevamo composto. Come sapete, quando uno scrive un disco, non ne scrive solo dieci, ma molte di più! E abbiamo capito che molte avevano una linea, un concetto: anche se “Sumo” non è un concept-album, c'è un filo comune tra i brani ed è la malinconia, fatta di ricordi, storie passate, esperienze. Sia ricordi piacevoli da rivivere, sia quelli tristi che si rievocano per piangere: assenze, abbandoni, persone che non ci sono più. C'è la voglia di riallacciarsi a queste persone, a questi ricordi “che rendono tristi, un po' malinconici”. Alda Merini diceva: “La malinconia è la gioia della tristezza”. Anche la gioia di ricordare una cosa bella ti mette un po' di tristezza, se viene dal passato. La malinconia è un bellissimo sentimento e ogni artista ama sguazzarci dentro e moltiplicarlo. Cerchiamo di lavorare su quella sensibilità capace di emozionare noi e gli altri. C'è quasi bisogno di un percorso psicoanalitico per trattare questi argomenti.

Marco: Non è stata neanche una scelta tanto forzata, ma diciamo fisiologica. Quando su 50 pezzi ti accorgi che 42 sono tristi... Sacrifichi anche un pezzo bello ma che non c'entra nulla con la tematica o sentimento che volevi esprimere e quindi scegli quella linea conduttrice.

Parliamo del meraviglioso anti-singolo che anticipa l'album: “Come la Luna”.
Luca: E' stata proprio questa la scelta...

Marco: Autosabotarci!

Luca: “Come La Luna” era una canzone molto e ben arrangiata e prodotta: abbiamo deciso di scarnificarla completamente, anche se poi nell'ascolto diventa qualcosa di più difficile. Non è il singolone radiofonico, ma ti costringe a entrare in un'atmosfera. Siamo in una stanza: è buia, vediamo cosa c'è dentro. Così entri proprio nei pensieri e nella storia della persona descritta. Giustamente Marco ha fatto questa scelta minimale per far addentrare subito l'ascoltatore in questa piccola e buia cosa che è il nostro intimo più profondo.

Rispetto ai predecessori, in “Sumo” sentiamo meno chitarre e il lavoro sulle parole è molto più affilato: se prima i vostri testi erano uno schiaffo, adesso sono un colpo di fioretto.
Marco: Questo disco è pieno zeppo di chitarre! Ma ci sono modi e modi per usarle! E' un periodo in cui la distorsione mi dà fastidio e quindi ho usato molti synth. Ma molte suoni che sembrano di sintetizzatore sono chitarre, mentre le batterie sono tutte drum machine. E' un modo inedito di usare la chitarre per noi.

Luca: Per quanto riguarda i testi, hai usato una bella immagine e quindi la lascio. Questi sono testi per me sono una specie di harakiri. Un fioretto per colpire precisamente nell'emozione che vuoi tirare fuori dall'ascoltatore... ma anche da me! Ho scavato molto, anche psicoanaliticamente per trovare le parole di “Sumo”. Eravamo molto più irruenti nelle scelte, con quella forza, energia e anche la superbia dell'adolescenza. Da maturi, con un po' più di umiltà, ci siamo dati più tempo per scegliere le parole esatte: perché devono essere giuste e la gente deve capirle. Abbiamo portato spesso e volutamente l'ascoltatore verso la confusione, per farlo pensare, ma anche per dargli 10.000 interpretazioni di un brano, portandolo anche fuori strada: magari di una canzone hanno 46 interpretazioni diverse! In questo caso, parlando di emozioni, gli ascoltatori potranno anche avere diverse interpretazioni, ma sono tutte di quel vissuto che stiamo raccontando nel brano.
Alcune nostre vecchie canzoni contengono dei segreti nel significato che non sveleremo mai... Una volta, riguardo “Il numero otto” un fan scrisse una mail bellissima: “I gabbiani se li guardi volare mentre si intrecciano fanno un 8...”, e io: “Ma tu sei pazzo... ma che bello però!” (ride, ndr)

“Sumo” potrebbe anche essere visto come un disco-canzoniere: c'è sempre un “tu”, una donna, raccontata sia nella maniera più romantica, ma anche sessuale e fisica.
Luca: So scrivere solo cose che ho vissuto. Ci sono tanti meravigliosi modi di scrivere e di raccontare il vissuto. Anche “dal bar”, come faceva meravigliosamente De André ne “La Città Vecchia”: io quelle cose non le so fare. E' un'altra scelta fatta per concentrarci meglio sui sentimenti che sappiamo esprimere, anche musicalmente. Voglio dire una cosa che mi sento di saper dire e che mi rappresenta ora perché è mia, presa da un vissuto autobiografico. “Sumo” è super-autobiografico, per questo mi ha fatto male cercarlo, scriverlo.
Per quanto riguarda il “tu” – che è sempre una donna – a volte si confonde. A volte è un amore, a volte è un incontro, un'assenza pesante d'una persona importante, a volte è un amore finito. Sono tante cose e tutte portano dietro delle emozioni molto forti, e quando sono molto forti si assomigliano e confondono allo stesso tempo. La perdita di una persona cara che amavi è molto simile alla fine di un amore. E' bello e lega ogni brano come se fosse un'unica storia d'amore: ma in realtà ci sono tante storie di morte e di abbandono. Non voglio fare la battuta, ma... qualcuno si ritroverà a fare l'amore su una canzone che parla di una persona che non c'è più.

Marco: Pensate a “Naufragando”, messa sulla playlist di Spotify “Indie Triste”: questo è per noi motivo di vanto! (ride, ndr)

Avete dichiarato l'importanza della location dove è stato registrato “Sumo”, lo storico Auditorium Novecento di Napoli (l'ex-Phonotype Records): siete entrati lì con le idee chiare o il posto ha cambiato i vostri piani?
Marco: Lavoro molto a casa e non dico che era pronto, ma quasi! Il lavoro in studio a Napoli è durato mesi con più viaggi, ma il periodo “superconcentrato” è durato un paio di settimane. Solo un pezzo era un po' meno pronto degli altri e ha richiesto un po' più di giorni (“Per i tuoi occhi tristi”), ma diciamo che era già cementificato. Ho “solo” potuto usufruire delle bellezze presenti nello studio, pieno di pazzesche meraviglie vintage.

Luca: L'esaltazione deriva dal ritrovarsi in un posto magico, in uno studio storico dove passano i tuoi idoli dell'infanzia – del cinema, del teatro, della televisione – e ti fa sentire un po' più responsabile riguardo ciò che stai facendo. T'emoziona parecchio la cosa: qua è passato Maradona, non è che posso entrare io e sbagliare il passaggio!

Marco: E' l'Abbey Road italiano.

Luca: Ti esalti e l'energia che arriva ti fa prendere delle scelte... che poi quasi sempre sono giuste, soprattutto se sono le più personali, ma anche le più strane. Stesso discorso per i testi: erano pressappoco pronti, ma l'emozione che ci metti quando poi li suoni li...

Quando noi sentiamo Mozart, non stiamo sentendo lui: stiamo sentendo un'orchestra, delle persone che lo eseguono. Ogni musicista, ogni direttore d'orchestra mette la sua firma e rende ogni performance diversa. Noi quando siamo entrati li, lo abbiamo eseguito e abbiamo fatto delle scelte “pilotate” da quell'energia magica lì dentro. La selezione dei brani è stata fatta lì. Lo spunto minimale-malinconico, la formula elettro-cantautoriale tra testi e musica, viene dalle scelte fatte lì. Potevamo scegliere altri dieci brani e avere adesso un disco completamente diverso, ma quando quattro, cinque elementi si allineano, ecco il risultato...

Marco: Nel disco tornano spesso a livello poetico e testuale i riferimenti all'universo...

Avete anticipato il giro di Saturno!

Luca: Abbiamo anticipato tutto, anche la Luna: ma secondo te io lo sapevo che era il cinquantennale?

Marco: L'Auditorium Novecento ha una sala grandissima e il fatto di poter mettere a 10 l'amplificatore in una sala così grande ti aiuta... le chitarre diventano spaziali, giganti.

Siete al quinto disco in pochi anni: troppo presto per fare il punto della vostra carriera?
Marco: Onestamente non l'ho mai vista da questo punto di vista, mi ci stai facendo pensare tu adesso...
 
Luca: Il nostro primo disco ufficiale, quello successivo le “autoproduzioni di provincia”, è stato concepito per essere suonato dal vivo a 360°, nei locali, per esibirsi. Fare il disco per portarlo “in giro a”...

Marco: Supportati anche da altre realtà, discografiche e uffici stampa. Io non credo molto alla fortuna e il fatto di essere sostenuto da qualcuno che crede e investe su di te ha fatto tanto in “Auff”. Poi il disco ha avuto il suo impatto e da lì le cose sono esplose abbastanza presto e non ci siamo mai più fermati.

Luca: 2012 primo disco ufficiale... siamo nel 2019: sette anni, cinque dischi! All'inizio non ci stancavamo mai, facevamo il tour, scrivevamo brani inediti, le registravamo, finiva il tour, dopo una settimana usciva il disco nuovo e dopo un mese iniziava il tour nuovo. Siamo impazziti! Questa volta, per la prima volta, ci siamo presi due anni di pausa e io credo che ti stupirò dicendo che non mi voglio fermare più. Questi due anni sono stati terribili! Altri due dischi potremmo tirarli fuori nei prossimi tre anni. Quindi potremmo fare 7 dischi in dieci anni! Io personalmente non ce la faccio più a stare fermo tutto questo tempo. Ma dall'altra parte è stata una pausa buona, perché ci ha portato a questo disco che reputo il migliore.

E' troppo presto per parlare del disco della maturità?
Marco: Già il semplice fatto che lo abbiamo autoprodotto... Io cinque anni non potevo fare quello che ho fatto adesso.
 
Luca: Mi viene una metafora: tra il testo scritto da un rapper e il freestyle. Il freestyle è una gara di bravura a chi fa le rime migliori sul momento, fresche, buttate lì. E non so come facciano: io se non ci penso due giorni ad una rima, non mi viene! Sono dei maestri. Questa volta, rispetto al nostro passato, abbiamo ragionato di più. Mentre prima abbiamo fatto più freestyle, questa volta abbiamo ragionato bene sulle note e sulle parole, diamogli quel valore che meritano. “Questa cosa deve essere di spessore”, ci siamo detti, nel senso di mettere lì la nostra esperienza e il nostro vissuto.

Come è nata la collective song “Sessossesso ”?
Marco: Era una promessa! E' un pezzo che abbiamo scritto con i nostri fan su Instagram tramite le stories. Ci accusavano sempre di usare malissimo i social, quindi abbiamo provato a fare qualcosa che coinvolgesse tutti e abbiamo provato a scrivere questo testo collettivo, partendo dalla scelta delle tematiche. Ovviamente ce ne hanno proposte di tantissime, alcune anche più serie – come i migranti, la morte, la politica – ma abbiamo deciso di non volerci addentrare per rispetto in quelle tematiche, ed ecco la tematica più in voga, quella del sesso! Poi da li abbiamo scelto varie sfaccettature, è hanno iniziato a mandarci un sacco di materiale simpatico, tipo traumi personali. Eravamo diventati degli psicologi sessuali dei nostri fan.

Il disco è fuori: il passaggio di cui siete più fieri risentendolo e quello sui rimetteresti le mani?
Marco: Non si dice mica! (ride, ndr).

Luca: Io non credo ci sia! Queste cose comunque vengono fuori dopo mesi. Adesso è ancora presto, siamo ancora contenti e soddisfatti!

Marco: Almeno io, quando esce il disco non mi metto a riascoltarlo. Finito il master, mi stavo sentendo male, non lo volevo più sentire! Con calma lo rifarò. Anche perché tra poco c'è il tour...

Proprio mentre trascivevamo quest'intervista, sono state annunciate le prime date:


07 febbraio Pescara // Mega'
14 febbraio Torino // Cap10100
15 febbraio Bologna // Locomotiv
21 febbraio Conversano (Ba) // Casa Delle Arti
22 febbraio Napoli // Galleria 19
28 febbraio Segrate (Mi) // Magnolia
29 febbraio Roma // Monk

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