23/09/2022

Renato Zero

Circo Massimo, Roma


di Claudio Fabretti
Renato Zero

“La colpa non è mia: è di quer fijo de ‘na mignotta del mio ginocchio”, ci confida un Renato Zero leggermente claudicante, in tuta da ginnastica, occhialetti tondi e zazzera nera corvina, nel tendone del Circo Massimo, nel corso del surreale incontro con la stampa che precede la prima delle sei serate previste per celebrare i suoi 70 anni (compiuti nel 2020 ma festeggiati solo ora causa-pandemia). Tra rumori di piatti e allettanti vassoi con le lasagne che scorrono tra le panche adibite per l'improvvisata cena della crew, nel trambusto generale, il protagonista della serata ci rassicura: nonostante la rocambolesca caduta sul marciapiede del Lungotevere che ha fatto rapidamente il giro del web, è pronto per affrontare questa maratona live. “Fare i conti col palco è impegnativo, come riprendere gli studi dopo averli abbandonati anzitempo, ma la pompa me regge ancora e ne approfitterei”, spiega, dribblando con ironia anche le domande più noiose: “Raffaella Carrà non la metto in scaletta perché penso che non sia mai andata via. Ci saranno omaggi a Mimì e a Gabriella Ferri. Ma il resto non ve lo posso dì perché sarebbe come svelare il segreto del ciambellone de nonna”. Chiaro, no?

 

Può celebrarsi, allora, questa notte di pura Zerofollia tra le vestigia imperiali del Circo Massimo. Con l'officiante Renato Zero in ottima forma, deciso a riprendersi la sua Roma vestendo i panni di un istrionico gladiatore per la gioia dei quindicimila spettatori accorsi nella storica location (che però non ama, così come tutti i grandi spazi: “Lo stadio Olimpico non mi piace perché dal palco si vedono tutte capoccette e non riesco mai a capire chi è Iolanda e chi è Alfredo. E non ho mai nutrito simpatia per il circo Massimo: ‘n corridoio. Allora ho cercato un abbraccio in sei serate”).
Sul gigantesco palco allestito in fondo al “corridoio”, il cantautore romano è chiamato a ripercorrere i migliori anni della sua vita (artistica, quantomeno), affiancato da un'orchestra di 50 elementi tra archi, fiati e percussioni (l’Orchestra Filarmonica della Franciacorta, diretta dal Maestro Adriano Pennino) e da una band composta da 14 musicisti, 8 coristi e 24 ballerini. Con il light design di Francesco De Cavee - oltre 300 metri quadri di led che rivestono completamente la tribuna che ospita l’orchestra - e i coloratissimi visual, affidati alla direzione di Younuts! (Antonio Usbergo) e Bendo (Lorenzo Silvestri e Andrea Santaterra). Uno show eccentrico e multicolore (come gli abiti di scena - arancio, azzurro, verde, giallo, fucsia), quello di “Zerosettanta”, che gioca sui numeri ma anche sulle suggestioni del decennio più fertile del cantautore romano, gli anni 70, per l’appunto, che videro l’ex-allampanato ballerino proto-glam del Piper sbocciare fino a diventare uno dei cantautori più originali della sua generazione. “Non giocavo a fare il clown della situazione, io cantavo le problematiche della periferia, della borgata, della gente emarginata”, ha spiegato in un'intervista del 2020.

 

Le ombre della notte sono calate da almeno un’ora sulle rovine romane dell’immensa arena ai piedi del Palatino, quando si accende il palco e irrompe in scena l’ineffabile Mister Fiacchini. Saluta commosso il pubblico che inneggia al suo nome. E, sì, i sorcini esistono ancora, oggi come cinquant’anni fa, quando Zero apparve come un alieno caduto sulla terra italiana, per promuovere il verbo dell’eccentricità, della trasgressione e del trasformismo, abbattendo steccati e tabù sociali e – soprattutto – sessuali, che resistevano fieramente nel Belpaese spartito a metà da Democrazia Cristiana e Partito Comunista. E pazienza se oggi quella carica trasgressiva e quell’ingenua freschezza si sono dissolte: al loro cuore, lui riesce ad arrivare sempre. E senza limiti anagrafici: dai nonni ai nipotini, passando da una foltissima pattuglia di agguerrite fan di mezza età.
Dopo l’intro, ecco subito un colpo a sorpresa con l'inedita “Quel bellissimo niente”, dedicata proprio al suo pubblico devoto: “Eravamo ragazzi, persi in mezzo alla gente. Quanti sogni rincorsi tra vicoli e piazze di questa città e bastava un vecchio pianoforte dentro un bar, mi sembrava imponente quella gioia da niente... Quante vite mi hai lasciato vivere, Ci sei stata da sempre mia bellissima gente. Abbi cura di te. E di me”. Un bigliettino d'amore, come quelli con il testo lanciati sul pubblico a mo' di coriandoli. Poi arrivano “Vivo” e “Niente trucco stasera” a scaldare un pubblico che, seppur tutto accomodato sui seggiolini, è già ai piedi del suo Zero Il Folle. Scorrono le canzoni: il tango elegante di “Voyeur”, una corale “Spiagge” cantata in coro in mezzo a un oceano blu virtuale, una struggente “Cercami”, sospinta dagli archi.

 

Renato Zero live

 

In pastrano nero bordato di bianco e bombetta, senza più i fatidici occhialetti tondi, Zero padroneggia il palco mostrando anche un’ottima forma vocale (gli servirà, siamo solo all’inizio della maratona). Poi, spunta il primo ospite a sorpresa: l'immancabile Jovanotti, per un duetto-medley di “Eroi” e “Dimmi chi dorme accanto a me”. Non esattamente le cup of tea di Cherubini, che però è ormai diventato in tutti i sensi l’ombelico del mondo (nel bene e nel male), e tutto può. “S’è chiamato Jovanotti perché sapeva che sarebbe rimasto sempre un giovanotto. Te possino”, lo saluta l'amico. Di nuovo da solo sul palco, Zero emoziona con una sentitissima “Nei giardini che nessuno sa”, che fa brillare nella notte migliaia di luci dei telefonini, prima di scatenarsi in una “Morire qui” che spinge a balli collettivi e finanche trenini in platea.
Breve pausa, e si riprende con i Neri per caso, rispolverati per l'occasione, a gorgheggiare con Renato sulle note di “Inventi”. È il preludio a una delle sue canzoni più belle in assoluto, “Un uomo da bruciare”, che riaccende l’orgoglio dei fan della prim'ora ma perde smalto in una confezione orchestrale fin troppo soft-lounge.
Zero lascia il palco, dove salgono due special guest, Sonia Mosca e Giacomo Voli, giovani cantanti chiamati a interpretare un medley che scorre anonimo concludendosi però con un classico targato Zerolandia come “Uomo, no”. Quindi il palco si trasforma in un dj-set con le immagini e i suoni di una “Chiedi di me” in salsa techno, con Morgan Castoldi alla console e tutti i ballerini sul palco in una frenetica danza collettiva. A seguire, un piccolo incidente tecnico turba l’esecuzione di “L’Avventuriero”, con Zero che ironizza sulla sua valigia lasciata a terra. È la chiusura, tutta a tinte autobiografiche, della prima parte dello spettacolo.

La seconda, invece, parte subito forte con le emozioni e gli occhi lucidi per “La favola mia”, mentre le immagini dello Zero degli esordi scorrono sullo schermo ridestando un’inevitabile nostalgia. “A braccia aperte” alza il ritmo, così come l’inno fiero di “Resisti”. Zero gioca in mezzo alle sue variopinte coreografie, con la sua tipica gestualità che infiamma il pubblico, prima che Morgan, stavolta in carne e ossa, riappaia sul palco per dar vita a una emozionante versione della sempreverde “Amico” (dove Renato inevitabilmente lo surclassa dal punto di vista vocale) chiusa da una dichiarazione di reciproca stima e amicizia tra i due. “È bello consegnare queste partiture che segnano un percorso personale a un amico come Morgan, un ragazzo sensibile che ha pagato di persona i suoi errori e ha un grande attaccamento ai valori. Non perdiamoci di vista”.
Poi Renato si fa consegnare un telecomando gigante per trasmettere sullo schermo le immagini del cartoon “Nightmare Before Christmas” di Tim Burton, perché è proprio lui a interpretare un brano della colonna sonora (oltre a doppiare anche il protagonista, Jack Skeleton, nella versione italiana). “Burton è un bambino che ha smesso di crescere, lui ha una sensibilità speciale. La Disney ci ha autorizzato a diffondere questo filmato", commenta con orgoglio.

 

C'è lo Zero smilzo da cartone animato, dunque, ma c'è anche uno Zero chapliniano, sottolineato, per chi non se ne fosse ancora accorto, dalle immagini di un film dello stesso Charlie Chaplin, mentre siede a una panchina, accanto a un lampioncino durante l'esecuzione di “Magari”. Uno Zero malinconico crooner, che al posto delle piume di struzzo indossa la bombetta e completi fluo. Patetico all'occorrenza, ma senza rinunciare al graffio. Perché c'è sempre in agguato anche lo Zero dissacratore impenitente: “Basta vedere sempre il nonno col nonno, il bimbo col bimbo, la moglie con… non si sa. Prendete me e Fabrizio Moro, rappresentante di una Roma che ha subìto e subisce tanto. I signori hanno tanto da imparare dai coatti. Io, nato nella nobiltà del centro e poi scaraventato nella coattitudine della Montagnola, conoscendo entrambi i mondi, ne so qualcosa di trasversalità!”, commenta presentando il nuovo ospite, chiamato a un medley in cui riappaiono “Il caos” (1976) e “Regina” (da “Zerofobia”), in un tripudio di romanità.
Dopo un’altra celebrazione della “Rivoluzione” targata Fiacchini, tocca al più imprevedibile ospite successivo: Giorgio Panariello, dj alla console per una “Mi vendo” tutta a cassa dritta e poi protagonista di un monologo in cui racconta come nacquero le sue celebri imitazioni di “Sua Santità” – come ribattezza il suo maestro e ormai amico - condito da scambi e battute tra l’originale e la sua parodia.
Poi però ci si ricompone per la liturgia di “Più su”, uno dei vertici assoluti del canzoniere di Zero, che il nostro, ora in completo giallo sgargiante, porta a casa con un’interpretazione di tutto rispetto. Un riuscito interludio viene dedicato al florilegio di costumi di una vita dal titolo “La mia sartoria ringrazia” (in questa occasione è Margiela a offrire l'arcobaleno di abiti della serata), perché, come racconta lui stesso, “cambiare pelle tante volte mi ha permesso di riconoscere la mia, ero la mia bandiera: unico cittadino di quella terra di Utopia che ho sempre abitato”.

 

Il finale riserva nuovi classici vecchi o più recenti: da “Seduto sulla luna” all'imprescindibile “I migliori anni della nostra vita” (cantata quasi solo dal pubblico, con lui commosso avvolto dentro al bianco e al rosa-fucsia), dal videoclip di “Fortunato” all’epilogo inevitabilmente struggente de “Il cielo”, su scenografie dipinte di blu. E peccato per l'esclusione in scaletta – almeno per stasera - di due pezzi da novanta come “Il carrozzone” e “Spalle al muro”.
Si chiude il sipario dopo tre ore di show e trentadue canzoni. Un concerto antologico per una carriera lunga 55 anni con 44 album e oltre 500 canzoni (“Ho scritto quanto cinque cantautori messi insieme”, ironizzerà). Ma, malgrado il 72° compleanno in arrivo, Renato Zero non appare affaticato, anzi, già pregusta le serate successive, in cui “le scalette cambieranno sempre”, a vantaggio dei centomila complessivi che parteciperanno alla festa. Del resto, è abituato ai kolossal e alle maratone. Come dimenticare, ad esempio, gli otto concerti che nel 2010 lo videro festeggiare i suoi sessant'anni in piazza di Siena, nel cuore di Villa Borghese.
“Non dimenticatemi, eh!”, gridava in una sua celebre performance live e lo ripete ancora chiudendo il concerto. La risposta continua a darla il suo pubblico. Un abbraccio fedele, un senso di comunanza, che resiste alle trasformazioni, ai cambi d’umore e di prospettive che hanno caratterizzato la carriera di quell’ex-ragazzo freak di nome Renato Fiacchini, che ricorda di aver “mandato affanculo la borghesia e le sue convenzioni”. La favola sua continua e pure quella di tutti coloro che continuano ad amarlo. Anche a dispetto di qualche inciampo.



Setlist
Questo bellissimo niente
Vivo
Niente trucco stasera
Voyeur
Spiagge
Siamo eroi/ Artisti/ Sogni di latta/ Dimmi chi dorme accanto a me (con Jovanotti)
Magari
Nei giardini che nessuno sa
Morire qui
Inventi (con i Neri per caso)
Un uomo da bruciare
No mamma no/ Svegliati/ La rete d’oro/ Tu che sei mio fratello/ Questi amori/ Uomo no (con Giacomo Voli e Sonia Mosca)
L’angelo ferito

La favola mia
A braccia aperte
L’amore sublime
Resisti
Amico (con Morgan)
Qualcuno mi renda l’anima
Il caos/ Fantasmi/ Chiedi di più/ Regina/ Che ti do/ Il caos (con Fabrizio Moro)
Rivoluzione
Più su
Seduto sulla Luna
I migliori anni della nostra vita
Il cielo
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