La poetessa triste confinata in un giardino fiorito, a sospirare languida per il suo amore perduto, sotto i raggi di una luna indifferente: basta mettere in piedi una scenetta simile e si è già a metà del lavoro. Dopodiché si sparpagliano qua e là "urdu", "sufi" e altre parole più o meno a caso e l'articolo è pronto, non prima di aver gorgheggiato ai quattro eventi quanto tutto trasudi "femminilità". Comoda la vita, eh? Peccato che quando si ha a che fare con certe figure, gli stereotipi ritornino al mittente in modalità prioritaria. Davvero credevate che un concerto di
Arooj Aftab potesse esaurirsi nel ghirigoro manierato, a uso e consumo dell'etnomusicologo della domenica, con la protagonista ridotta a una tigrotta addomesticata?
Una proiezione che si disintegra in men che non si dica, giusto il tempo di lasciar sfumare la
selecta tra l'afro-cubano e l'acid jazz (non così fuori luogo, col senno di poi) e di far disporre i tre accompagnatori (chitarra classica, contrabbasso, batteria). L'ingresso della
chanteuse è quanto di più dimesso si possa immaginare: pare capitarci per caso sul palco, senza enfasi né portamento, con la disinvoltura di chi esce di casa.
Anche il
mood strumentale è tutt'altro che "mistico", per quanto indubbiamente ipnotico: il flamenco minimalista di "Suroor" evoca semmai il fantasma
psichedelico di
Arthur Lee. Tra corde pizzicate, casse di risonanza percosse e vocalizzi
scat all'unisono con le scale, per tacere degli assolo all'uncinetto, sulla band incombe una certa leziosità da jazz festival:
not my cup of tea, ma non sta scritto da nessuna parte che debba essere il mio gusto a dettar legge stasera. E poi, siamo pur sempre in un teatro "elegante", in teoria...
Già, in teoria. Perché il piglio diretto e informale di Arooj ricorda piuttosto quello di una
stand up comedian dei bassifondi: loquace e peperina, giocherà per tutta la sera a demolire la sua reputazione di interprete sofisticata, tra battute al fulmicotone e trovate paradossali. Una, in particolare: dopo essersi scusata per aver eseguito un brano troppo "deprimente" (l'invero irresistibile "Baghon Main", con quel passo felpato un po' alla
John Martyn), inforca un paio di occhiali scuri a coprire gli occhi bistrati, promette "urla e divertimento" e fa materializzare un apposito maggiordomo a distribuire cicchetti in platea (lei non si unisce al brindisi perché, ci informa, ha esagerato la sera prima a Roma). Ed è così che "Whiskey", pezzo da novanta dell'adamantino "
Night Reign", assume tutta un'altra consistenza, specie in quel ripetuto "your head gets heavy and rests on my shoulder" che suona come una tenera dedica agli spettatori, quantomeno quelli delle prime file.
Quando vuole, però, sa accantonare la faccia tosta per ricomporsi in un lirismo quasi
naïf: ad esempio, l'ode alla notte come "different scenario of life and love" con cui introduce il sincopato dub di "Last Night". Ma dura poco, perché la maestosa "Na Gul" viene schernita come "a song about going home to your partner after an eye contact with a stranger at a party". Prova a sabotare anche il brano successivo, ma stavolta non le riesce, perché "Raat Ki Rani" non è solo "the leading single from her last album", ma anche una delle canzoni più incantevoli degli ultimi anni, eseguita con il trasporto liquido e trasognato del
David Sylvian di "I Surrender".
Non ce la può proprio fare a star buona: se le presentazioni dei musicisti scorrono senza particolari gag, durante "Saans Lo" ci chiede un parere sulla sua messa in piega, prima di "Aey Nehin" si prende un attimo per masticare non è ben chiaro cosa e alla fine di "Bolo Na" si mette di profilo per farci ammirare il suo "Roman nose".
Nemmeno i bis vengono risparmiati: "Aey Na Balam" sarebbe il parto della "heavy metal anarchist vibe" dei suoi esordi, mentre "Mohabbat" viene allietato da un altro giro di bicchieri. Forte della sua potenza di fuoco
sold out, la sala reclama altra musica (o forse altro whiskey?), ma Arooj riappare giusto per un ultimo inchino, almeno quello senza trucchi.
All'uscita dal teatro, il vociare è quello di un pubblico soddisfatto e divertito, ben lontano dalla spigolosità
blasé che aleggia su eventi di questo tipo. Mentre mi avvio verso il tram, becco almeno due differenti labbra a fischiettare il tema di "Raat Ki Rani": è già un classico, evidentemente. Alla tua salute Arooj, regina della notte.