A otto anni dallo spiacevole episodio dell’auto contromano a via del Corso, per il quale venne (giustamente) redarguito dalla polizia locale, Morrissey si è riconciliato ieri sera con il pubblico romano e con Roma, da cui aveva giurato che non sarebbe mai più tornato. Moz, come viene universalmente chiamato dai suoi fan, è tornato a esibirsi sul palco della Cavea dell’Auditorium Parco della Musica, lo stesso dove fece nell’estate del 2012 un concerto memorabile, mentre la sua ultima apparizione live nella Città Eterna risale al 2014, al chiuso dell’Atlantico Live (e anche quello fu uno show con i fiocchi). Undici anni di assenza sono un’eternità, un periodo in cui l’ex-frontman degli Smiths ha superato una grave malattia, ha combattuto come al solito contro il mondo, ha litigato con tutte le etichette discografiche (ree di non voler pubblicare il suo nuovo album "Bonfire Of Teenagers") e si è fatto nuovi nemici per le sue dichiarazioni controcorrente, ma non è mai cambiato l’amore che i fan nutrono per questo singolare Oscar Wilde del rock.
Steven Patrick Morrissey, nato a Davyhulme (Trafford) sessantasei anni fa, è uno degli artisti più iconici ed enigmatici degli ultimi quarant’anni, che si è ritagliato un posto d’onore, nella storia della musica contemporanea, per la sua singolare capacità di coniugare poesia decadente con l’immediatezza del rock. Assistere a un concerto di Morrissey è un vero e proprio happening, non solo perché non è affatto scontato che si presenti sul palco (sono oltre 200 gli show annullati in carriera per motivi spesso bizzarri), ma anche perché non sai mai bene che canzoni sceglierà in scaletta e quanto durerà lo spettacolo: più volte Moz è tornato nei camerini dopo pochi minuti per frasi o comportamenti inopportuni dei fan. Se vi piacciono i concerti greatest hits in stile karaoke collettivo, tutti luci e lustrini, in cui il frontman compiace e coinvolge costantemente il pubblico (tipo Coldplay, per intenderci), allora un live di Morrissey vi lascerà con l’amaro in bocca. Se siete un appassionato di musica di qualità, che apprezza le doti di interpretazione vocale, le sottigliezze, la teatralità e il carisma, allora uscirete con il sorriso sulle labbra, nonostante l’ex-frontman degli Smiths faccia di tutto per spiazzare anche i suoi fan più devoti.
Il concerto prende il via alle 21.30, dopo una sfilza interminabile di spezzoni di video di canzoni degli ultimi cinquant’anni, dai New York Dolls e i Ramones fino a Massimo Ranieri e Little Tony (!). Morrissey entra con la band vestito con un completo blu e una camicia arancione aperta sul petto, con in mano un mazzo di fiori. Il volto corrucciato non tradisce alcuna emozione, ma il carisma che sprigiona questo moderno bardo del pop-rock alternativo è davvero magnetico. “Mamma Roma! Mamma Roma! Mamma Roma!” è il modo originale con cui Moz saluta il pubblico romano, un chiaro omaggio al film scritto e diretto nel 1962 da Pier Paolo Pasolini (cui era dedicata anche un’immagine prima del concerto) e interpretato da una indimenticabile Anna Magnani.
La partenza è bruciante con “Suedehead”, il suo singolo di debutto come artista solista (oltre che uno dei maggiori successi della sua carriera), contenuto nell’album “Viva Hate” del 1988, ancora fortemente debitore del sound degli Smiths. “Potrei morire adesso ed essere felice”, afferma in modo tranchant il cantautore di Trafford prima di interpretare “How Soon Is Now?”, una delle canzoni più amate degli Smiths, accolta dal boato della Cavea. Il brano, uno dei migliori mai scritti sul tema della solitudine, è caratterizzato da un’atmosfera sospesa con lunghi intervalli strumentali fra le varie parti vocali, dall’indimenticabile progressione di accordi e dal vibrato di chitarra. Non c’è Johnny Marr a intessere fraseggi sulla sua Fender Jaguar come ai tempi degli Smiths, ma il valido Jesse Tobias, affiancato dall’altra chitarrista Carmen Vandenberg (italiana da parte di madre, ha vissuto per diversi anni a Lucca), dal bassista Juan Galeano Toro, dalla tastierista Camilla Grey e dal batterista Matt Walker. Una band affiatata, che ben supporta Moz con un sound potente e pulito, assai fedele alle versioni in studio, arricchito da assoli puntuali e mai eccessivi.
“First Of The Gang To Die”, dal pregevole album “You Are The Quarry” del 2004, chiude un trittico iniziale perfetto, che mostra un Morrissey in grande forma vocale. Lui, al solito, gigioneggia, lancia battute al fulmicotone poco intelligibili tra una canzone e l’altra e ama arricchire i brani con gorgheggi e improvvisazioni vocali da consumato cantante jazz.
Dopo la corrosiva “We Hate It When Our Friends Become Successful” (un titolo che è tutto un programma), Moz afferma causticamente: “Ci sono molte persone che hanno attentato alla mia vita, ma io sono ancora vivo, mentre molte di loro sono morte”. Se è vero che Morrissey concede poco in termini di hit, è vero anche che il suo repertorio “minore” è di ottima qualità. “One Day Goodbye Will Be Farewell” è struggente, cupa e malinconica; “Sure Enough, The Telephone Rings” è un brano intriso di decadentismo; l'adrenalinica “Istanbul” è una delle migliori canzoni del sottovalutato album “World Peace Is None Of Your Business”; “Rebels Without Applause”, uscito come singolo qualche anno fa e che avrebbe dovuto far parte dell’album perduto “Bonfire Of Teenagers” (che ancora non ha trovato un’etichetta), è un riuscito pezzo in stile Smiths. Già, gli Smiths: è innegabile che i sussulti maggiori del concerto arrivino dal repertorio di una delle band inglesi più influenti di sempre. Non a caso la coinvolgente “Shoplifters Of The World Unite” è stata cantata in coro dalla Cavea dell’Auditorium in un momento di grande entusiasmo collettivo, così come la dolorosa “I Know It's Over”, una break-up song di abbacinante bellezza ripescata dal capolavoro “The Queen Is Dead” del 1986. In mezzo a queste due canzoni ha trovato spazio l’inno “Everyday Is Like Sunday”, il suo più grande successo solista, che Morrissey si diverte a storpiare nel ritornello cambiando le liriche “Everyday is silent and grey” con un improbabile “Tell me quando quando quando”, mutuata da “Quando quando quando” di Tony Renis.
Il concerto si avvia verso la fine con le scariche rock di “The Loop”, “Jack The Ripper” e “I Will See You In Far-Off Places”. C’è però ancora il tempo di un bis (cosa non affatto scontata con un cantante imprevedibile come Morrissey), assai riuscito, con le godibili “Let Me Kiss You” e “Irish Blood, English Heart”. Nell’ultima canzone Moz si avvicina alle prime file del parterre, stringe mani e la security deve contenere l’entusiasmo dei fan. Tre ragazze riescono a salire sul palco, prontamente bloccate dalla sicurezza. Il cantautore, a quel punto, torna nei camerini con la band, salutato da un lunghissimo applauso. L’immagine in loop di un uomo che si punta una pistola alla tempia, accompagnato da fastidiose dissonanze, è il modo spiazzante in cui Morrissey saluta il pubblico, con espressioni nel parterre tra l’eccitato e lo smarrito.
Non è facile assistere a un concerto dell’ex-Smiths, per chi non è un suo fan. Per chi lo segue e lo conosce da anni, invece, ogni volta si rimane ammaliati da questo crooner malinconico, poetico e arrabbiato col mondo, che continua indefesso a creare arte anche in un periodo storico in cui la musica è sempre più sciatta e standardizzata. Lunga vita a Morrissey, quindi, alle sue stranezze, alle sue idiosincrasie, alla sua imprevedibilità, ma soprattutto alla sua grandezza di cantautore e di interprete, che acquista spessore e maturità con gli anni. Una delle ultime grandi icone del rock, di cui speriamo di apprezzare, per tanti anni ancora, la voce e il carisma.
(Foto: MUSA/Fondazione Musica per Roma)