14/11/2025

Tom Smith

Teatro Regio, Parma


Lo si poteva intuire fin dal suo annuncio, ma la conferma definitiva è arrivata la sera dell’evento: una delle più inaspettate armi segrete della diciannovesima edizione del Barezzi Festival è stata la presenza di Tom Smith. Il frontman degli Editors ha scelto Parma come unica tappa italiana del suo tour da solista 2025 per presentare in anteprima (quasi per intero) il debutto “There Is Nothing In The Dark That Isn’t There In The Light”, in uscita a inizio dicembre. Un sold-out conclamato, un Teatro Regio gremito, non una sedia libera, non un solo posto in palco, un loggione tra i più affollati di sempre.

A rimbombare tra le pareti del teatro parmigiano è un’unica protagonista, retta all’occorrenza dalla chitarra o dalla tastiera del turnista Nicholas Willes, ovvero l’imponenza della voce baritonale dell’artista di Northampton, in grado di far vibrare le corde dei cuori dei presenti (anche quelli imboscati nelle retrovie più remote della piccionaia, divisi tra un’occhiata verso il palco strappata a fatica e una ai riflessi sul soffitto affrescato da Giovan Battista Borghesi), la maggior parte dei quali dichiarati fedelissimi del gruppo di Birmingham. Lo show è principalmente dedicato a loro e lo si evince dalla generosa quota di versioni acustiche dei brani della band in scaletta, pescati accuratamente dal repertorio pre-“Violence”, rispetto alla nuova produzione (comprensibilmente ancora esigua) del solo Smith e alla totale assenza di incursioni nel side-project pop Smith & Burrows.

Profilo basso, quasi timido, celato da un cappellino, seduto con la sua chitarra acustica in braccio, Smith entra gradualmente nel vivo con l’intreccio di cori sull’inedita “Deep Dive” e “Life Is For Living”, ed è subito tripudio alle prime note di una delicatissima “Blood”, a cui fanno seguito i cenni elettroacustici di “The Weight” e “The Weight Of The World”.
La breve, intima e scarna “Broken Time” funge da anticamera per un’altra tripletta ancor più intensa targata Editors che passa da “
Papillon” e da una trasformata e vulnerabile “Lights”, raggiungendo l’apice, nonché una delle vette maggiori dell’esibizione, con le armonie, i giri di chitarra e il riff leggero e languido nel mezzo dell’essenziale “The Phone Book”. Il livello resta alto con “How Many Times”, il tappeto di tastiera di “What Is This Thing Called Love” e “Northern Line” e la preghiera “Leave”.

Si scivola sulle luci soffuse della strimpellata “An End Has A Start” e sul
refrain di “Ocean Of Night”, con un tuffo diretto nella malinconia di “Lights Of New York City”, per iniziare ad avvicinarsi alla fine con il grande classico “Munich”, dove il verso cardine people are fragile things, you should know by now è qui per ricordarci e sottolineare ancora una volta la poetica dominante dei testi di Smith fino ad oggi.
Non fa sconti sul lato emotivo la doppietta “Endings Are Breaking My Heart” e “Smokers Outside The Hospital Doors” in conclusione, dove il pubblico si scioglie nell’ennesimo scroscio di battimani e applausi. Non aveva importanza dove potesse essere lo spettatore in ascolto, se in prima fila a un tiro di schioppo dal palco o nell’ultimo posto in fondo alla galleria, perché le parole di Tom avrebbero trovato tutti ed erano rivolte a tutti, uno per uno: un a tu per tu diretto con l’artista e il suo racconto della fragile esistenza dell’essere umano, nient’altro.

(Foto di Andrea Amadasi)