01/04/2025

Ozric Tentacles

Spazio Rossellini


“Vengo da Marte, sono fatto come una pigna e adesso mi andrò a prendere un’altra birra”. Con il cappuccio della felpa calato sulla testa per coprirsi dal freddo terrestre, un barbuto marziano è calato direttamente dal pianeta rosso per assistere alla nuova cerimonia lisergica degli Ozric Tentacles, tornati nell’amata Roma nella stessa location di appena un anno fa. In via della Vasca Navale, in zona Marconi, lo Spazio Rossellini è una sede ancora poco utilizzata per i concerti, pur garantendo al pubblico una sala ampia dall’ottima acustica e con un palco rialzato che permette una visibilità eccezionale dei performer da ogni angolo. Condizioni ideali per godersi più di 90 minuti di spettacolo siderale, potendo ammirare lo scintillante parco chitarre del leader capellone Ed Wynne, unico e solo superstite della storica formazione inglese.

Il pubblico è animato e molto variegato, tra metallari e neo-fricchettoni, signori con lo spritz in mano e giovani scalmanati armati di smartphone. A testimonianza della crescita di un legame profondo tra il pubblico capitolino e la band originaria del Somerset, accolta con una roboante ovazione alle 22 in punto. In apertura, i Silas & Saski, costola degli stessi Ozric Tentacles, guidati dalla voce eterea di Saskia Maxwell, con Silas Neptune alla chitarra e tastiere. Ammantato da mistiche proiezioni in loop, il duo propone un approccio che richiama fortemente i Dead Can Dance - non a caso citati tra le influenze e i gusti d’ascolto della stessa Saskia - sperimentando in un’ondata new age in continui trip tra visione e musica. Brani come “Harmony Of The Spheres” si muovono sinuosi tra inflessioni raga ed effetti da bagno termale, condotti per mano dal flauto della vocalist che non disdegna avventure espressive in italiano parlando di musica come linfa vitale e poteri lunari.

Un quarto d’ora di pausa, mentre c’è chi ancora ondeggia preso da visioni mistiche e chi affolla il banco delle spine nazionali, prima di veder comparire sul palco la figura slanciata di Ed Wynne, in Converse consumate e maglietta psichedelica d’ordinanza. La giostra sonica parte subito a mille con il funky acido di “O-I”, tra le prime registrazioni della band finite su disco, quel “Pungent Effulgent” uscito nell’ormai lontanissimo 1989. Ben cinque anni dopo il primo raduno allo Stonehenge Free Festival, dove spuntò fuori come uno spiritello sotto funghetti lo stesso nome del gruppo, più che fantasioso nuovo brand di un tipo stupefacente di cereali per la prima colazione.
Il recupero del passato prosegue sul ritmo tra dub e space-rock di “Eternal Wheel”, dal successivo album “Erpland” che trova la sua ennesima rinascita dal vivo grazie al mantra avvolgente della title track. Mentre scorrono sullo sfondo immagini ipnotiche, la serrata marcia progressive di “Erpland” mette al lavoro la sezione ritmica, con Wynne e Silas che si destreggiano tra chitarre, tastiere e synth modulare.

Quando parte il caldo ritmo dub di “The Domes Of G'bal”, il pubblico inizia a muovere il corpo come in preda a visioni, probabilmente arrivati in molti da Marte per assistere alla cosmogonia sonica degli Ozric. Sul palco sale anche Saskia, flauto tra le mani, per introdurre la nuova “Lotus Unfolding”, avviata da effetti mistici new age e squarciata improvvisamente dall’assolo di Wynne alla sua mitica Ibanez. Senza respiro, il live si arrampica sulla meraviglia fiabesca di “Sunscape”, altra piccola maratona progressive con continui cambi di scale e arrangiamenti.
Su “Burundi Spaceport”, altro brano del nuovo lavoro in studio pubblicato su etichetta Snapper, scende una pioggia rinfrescante di sintetizzatori e percussioni etniche. La lunga jam di “Ayurvedic” condisce con spezie raga la ricetta servita a base di psichedelia e ritmi siderali, ammalvita dal flauto fiabesco di Saskia.

La setlist è un viaggio nel passato del gruppo quando parte la nenia orientale sintetizzata di “The Throbbe”, seguita dalla “Dub Jam” che fa ondeggiare la platea come nelle migliori dancehall. Il riff acido di “Kick Muck” porta i Prodigy in uno stato alterato di trance e canti muezzin, terminando il concerto in una convinta ovazione. Nemmeno un minuto di pausa e la band sale nuovamente sul palco per il bis, accontentando uno spettatore che ha invocato “Sploosh!”, l’ultimo ammaliante viaggio lisergico della serata. “Concerto esagerato”, è il commento sintetico del marziano, prima di tornare spedito sul suo pianeta rosso.