Boston -

Boston - Il feeling dell’arena rock

Nata nel cuore dei 70's, la band guidata da Tom Scholz si è affermata come una delle esperienze più emblematiche dell’hard rock melodico americano, attraverso una parabola tanto fulminea quanto emblematica del potere seduttivo dello studio e della perfezione sonora

di Mauro Vecchio

Non stavo cercando di seguire una moda. Volevo solo creare il suono che avevo in testa

(Tom Scholz)

La musica dei Boston è fatta per farti sentire meglio, per farti evadere, anche solo per qualche minuto

(Brad Delp)

Il successo dei Boston dimostra che il rock melodico può essere allo stesso tempo potente, estremamente curato e commercialmente travolgente

(Rolling Stone)

L’inventore

 

Toledo, Ohio. Nel sobborgo di Ottawa Hills cresce un ragazzino dai folti capelli scuri di nome Donald Thomas Scholz, nato il 10 marzo del 1947. Suo padre, Don Scholz, è un importante architetto della zona, diventato presto ricco grazie ai suoi progetti di home design per la costruzione di prefabbricati di lusso.

Cresciuto in un contesto agiato e culturalmente elevato, Tom si avvicina da adolescente allo studio del pianoforte e della musica classica, ma soprattutto dimostra di poter seguire le orme paterne nell’arte della progettazione. Adora infatti smanettare con gli oggetti più disparati, dai go-kart ai modellini di aereo, mentre studia con ottimi voti alla Ottawa Hills High School. La sua vita da adulto sembra segnata da una tendenza naturale verso il design, tanto che decide di iscriversi al prestigioso Massachusetts Institute of Technology (Mit) per conseguire una laurea in ingegneria meccanica alla fine degli anni 60. Al termine degli studi universitari, viene assunto come senior product designer alla Polaroid Corporation, l’azienda fondata a Cambridge per rivoluzionare il mercato delle macchine fotografiche.

 

Grande appassionato di musica, dal blues al rock’n’roll, Scholz ha già provato a comporre i suoi primi brani strumentali, mentre sogna un suo studio di registrazione privato costruendosi da solo tutta l’attrezzatura necessaria. Negli anni del Mit suona più strumenti, divertendosi in giro suonando chitarre e occasionalmente tastiere con la sua prima band, i Freehold. Durante una delle tante serate sul palco incontra un altro chitarrista originario di Boston, Barry Goudreau, di quattro anni più giovane. Anche Goudreau ha iniziato a suonare fin da piccolo, dopo essersi fatto prestare una prima chitarra acustica da un amico per iniziare a fare pratica da autodidatta. Dopo aver preso alcune lezioni da un professionista, è entrato a tredici anni nei Tornadoes, esibendosi anche sette volte a settimana in diversi locali notturni della sua città. È così entrato in contatto con il cantante Bradley Edward Delp, alla ricerca di un chitarrista per il suo gruppo. Coetaneo di Goudreau, Delp è cresciuto a Danvers, nella contea di Essex, da una coppia di immigrati franco-canadesi. Il provino di Goudreau per entrare nella band di Delp non è andato a buon fine, portando il chitarrista ad accantonare la sua passione per la musica e a iscriversi alla Boston University per laurearsi in Geologia. La vicinanza tra la Boston University e il Mit facilita le conversazioni tra Goudreau e Scholz, alla fine del 1969, a cui si aggiunge presto il batterista Jim Masdea. Tom parla apertamente dei suoi progetti da ingegnere prestato al mondo della musica, mostrando ai nuovi amici il suo studio di registrazione fatto totalmente in casa, così come le prime composizioni in formato demo. Goudreau propone ai due di assoldare un cantante, facendo ricadere la scelta proprio su Delp.

Il quartetto inizia così a provare nello studio di Scholz, che si occupa delle parti di basso, chitarre e tastiere, ma tutti i nastri che vengono consegnati alle varie etichette discografiche dell’area di Boston vengono rigettati. Il gruppo, successivamente chiamato Mother’s Milk, propone un mix di rock’n’roll squillante, tonalità hard e sapore pop. Ma le produzioni dei Mother’s Milk continuano a essere ignorate dai discografici all’inizio degli anni 70, costringendo il gruppo a rompere le righe tra il 1973 e il 1974.

 

Boston

 

Nonostante il fallimento dei Mother’s Milk, Scholz non molla la presa, lavorando con gli altri a nuovi brani in demo. Il nuovo materiale della band attira finalmente l’attenzione di due discografici locali, Paul Ahern e Charlie McKenzie. Quest’ultimo lavora come rappresentante per la Abc Records e un giorno ascolta in via del tutto casuale un brano di una band sconosciuta negli uffici di un suo amico impiegato alla Rca. Ne parla subito con il socio Paul, che ha recentemente abbandonato la sua carica di promotion executive alla Atlantic Records. La coppia ha da poco fondato una società di gestione chiamata Pure Management, che entra così in contatto con l’autore di quel brano, Tom Scholz, per convincerlo a provarci con la Epic Records, di proprietà della Cbs, descritta come una etichetta “amica” e quindi influenzabile.

Ahern vola a New York per presentare i nastri demo al produttore della Epic Tom Werman, che li ascolta nell’ufficio del boss dell’etichetta Steve Popovich. Un brano nello specifico fa drizzare le orecchie a tutti, intitolato “More Than A Feeling”, aperto da un delicato arpeggio di chitarra sul canto melodico prima di deflagrare in un riff hard-boogie. Werman termina l’ascolto del brano e ferma tutto, incredulo: come è possibile che questa roba sia capitata così, a noi? Con un sorriso sornione, Ahern ammette che questo sarebbe il suo ultimo tentativo dopo una valanga di rifiuti, ma la Epic non accetta subito, nonostante lo stupore. Vuole infatti vedere la band esibirsi dal vivo e organizza una sorta di sessione di prova davanti a tutti i vertici della casa discografica. Il gruppo è ovviamente entusiasta, ma c’è un problema: Ahern e McKenzie vogliono che il batterista Jim Masdea venga sostituito, poiché ritenuto non all’altezza del potenziale futuro nel panorama rock mondiale. Più tardi si parlerà di un generale disinteresse mostrato dallo stesso Masdea nei confronti della musica, alcuni diranno poi che si è trattato di un allontanamento forzato a causa della pretesa di inserire un assolo di batteria. Ma nel 1974, dopo tanti rifiuti, Scholz e soci non possono lasciarsi scappare l’occasione della vita, così decidono di assoldare un batterista temporaneo, Dave Courier, e il bassista Fran Sheehan, già alla ricerca di una carriera nella musica dopo aver abbandonato gli studi universitari.

D’accordo con la Epic viene noleggiato per un giorno un magazzino di proprietà degli Aerosmith, per procedere con il set dal vivo che convince l’etichetta. Ancora senza un nome ufficiale, il gruppo strappa un contratto di sei anni per un totale di dieci album, firmato unicamente da Scholz e Delp.

 

Con un contratto in cassaforte, c’è da chiarire la questione batterista, avendo definitivamente accantonato l’idea di riproporre Masdea. La scelta ricade su Sib Hashian, vecchia conoscenza di Goudreau, mentre la Epic impone alla band di lavorare con un produttore esperto, John Boylan, proveniente dalla country-music, facendo storcere il naso a Scholz che vorrebbe produrre da solo il disco d’esordio. Fortunatamente i dissidi sono solo iniziali, perché Boylan trova un accordo con Tom, sia lasciandogli il ruolo di co-produttore che evitando di toccare troppo i nastri già registrati. La band viene così portata agli studi Record Plant di Los Angeles, semplicemente per rifinire i brani già composti, poi remixati da Boylan ai Westlake Studios di Boston. Per Scholz è strano lavorare a composizioni nate totalmente in casa con Masdea alla batteria, ma l’eccitazione è troppo più forte: i soldi guadagnati lavorando alla Polaroid hanno portato a brani prima amatoriali, poi pronti a essere ascoltati in tutti gli Stati Uniti. Ma c’è un altro problema: manca un nome. Il produttore John Boylan, con il suo ingegnere del suono Warren Dewey, riflette su una cosa molto semplice, ovvero sul fatto che tutti i componenti della band provengono dall’area di Boston. Allora perché non usare proprio quel nome, Boston?

 

Rock’n’Roll Band

 

L’estate del 1974 è così la stagione dei Boston, che esordiscono con l’omonimo debut album alla fine di agosto, su etichetta Epic. Trascinato dal singolo di apertura “More Than A Feeling”, il disco è un successo strepitoso, scatenato inizialmente dalle radio dell’area di Cleveland per poi propagarsi sulle alte rotazioni di centinaia di emittenti nazionali. Il riff squillante in stile sixties – influenzato da band come The Kinks o The Yardbirds – unito alla voce melliflua e potente di Delp plasma di fatto un nuovo ramo dell’hard-rock, più vicino al concetto di mainstream in una definizione che verrà forgiata dagli addetti ai lavori come arena rock. Con ben tre singoli piazzati nella Top 40 americana, Boston ci mette appena tre settimane per guadagnare il disco d’oro con 500mila copie vendute negli States.

In un contesto musicale stravolto dalla disco music e dal punk, la band arriva in soccorso delle radio di classic-rock, ben felici di passare ripetutamente brani come “More Than A Feeling” e “Peace Of Mind”, uptempo irresistibile che combina l’esuberanza corale dei Doobie Brothers con un hard-pop a costruire un immaginario ponte tra i Queen e i Black Sabbath.

Con quasi 20 milioni di copie vendute, Boston è uno dei debut-album di maggior successo della storia del rock americano, capace di soddisfare i gusti di diversi tipi di pubblico, dall’aria progressive strumentale “Foreplay” – una delle prime composizioni di Scholz ai tempi dell’università – al ritmo elettro-acustico in handclapping di “Long Time”.

Il sound dei Boston è genuino, diretto, come sui due boogie da bar “Rock’n’Roll Band” e “Smokin’” che sprigionano gioia da tutti i pori, scatenando di fatto un successo strepitoso per un gruppo di debuttanti. L’unione tra i vocalizzi in falsetto di Delp e i potenti fraseggi bluesy di Scholz compie un’autentica magia sonica, come ad esempio sulla power-ballad “Hitch A Ride”, che fonde armonie vocali liturgiche, tessiture folk e sbattimenti elettrici. Il sound dei Boston diventa un paradigma del classic-rock, dalla ruggente “Something About You” alla melliflua ballad “Let Me Take You Home Tonight”.

 

 

Con l’aumento vertiginoso delle vendite, i Boston attirano l’attenzione dei media mainstream, passando rapidamente da piccoli locali ad aprire i concerti di band come Black Sabbath e Blue Öyster Cult. A cavallo tra il 1976 e il 1977 il gruppo riempie con una facilità clamorosa le più grandi arene d’America, primo nella storia a esibirsi al Madison Square Garden per la sua tappa d’esordio a New York. Dopo la conquista di un Grammy Award nella categoria Best New Artist e ben 132 settimane consecutive nella classifica Billboard 200, i Boston diventano di fatto un peso massimo della musica a stelle e strisce. Un problema per Tom Scholz, che inizia subito a ricevere pressioni enormi da parte della coppia Ahern-McKenzie, che vogliono a brevissimo un secondo album per la Epic. Ma Tom non ha alcuna fretta, vuole lavorare con calma e precisione nel suo nuovo studio di registrazione casalingo ribattezzato Hideaway, fregandosene del successo travolgente. Il braccio di ferro con il management si risolve con un anomalo compromesso, dal momento che Don’t Look Back esce soltanto nell’estate del 1978, non soddisfacendo appieno le ambizioni da songwriter di Scholz che lo considera troppo breve e non pienamente formato, soprattutto sul secondo lato.

La critica è però generalmente benevola nei confronti del disco, che viene particolarmente apprezzato per un consolidamento dell’impianto hard-rock su trame melodiche. A partire dalla title track, che di fatto riscrive la hit “More Than A Feeling” tra il riff anthemico e travolgenti cambi di tempo. Don’t Look Back vende oltre sette milioni di copie a dimostrazione di quanto i Boston siano in grado di trasformare in oro quello che producono. Nonostante un lavoro generalmente al di sotto di quello di debutto, lavorato non assecondando pienamente i tempi del perfezionista Scholz. Dal breve intermezzo cosmico “The Journey”, il disco è sempre in bilico tra ambizione e pragmatismo, concentrato nelle schitarrate del nuovo pop-boogie “It’s Easy”, che balla tra accelerazioni hard-rock e rallentamenti melodici. La nuova hit spacca-classifiche è la tenera power-ballad “A Man I’ll Never Be”, che in una struttura zeppeliniana mostra il lato più lirico di un gruppo generalmente associato al sound più spensierato. E infatti in “Feelin’ Satisfied” si torna al rock’n’roll a tutta manetta, all’inizio della tanto sofferta seconda parte del disco, almeno nelle critiche espresse da Scholz. “Party” è un boogie-rock per anche scatenate, mentre “Used To Bad News” incorpora melodie beatlesiane in una scintillante ballata pop.

A chiudere il disco è il crescendo di “Don’t Be Afraid”, una delle prime registrazioni demo di Scholz nel suo studio amatoriale, tra assoli vorticosi in wah-wah e armonie vocali in falsetto.

 

Boston

 

Guerra sonica

 

Il tour di Don’t Look Back dura quasi due anni, partendo dagli Stati Uniti per sbarcare per la prima volta in Europa e Giappone. La band decide di portarsi dietro un mastodontico organo a canne – soprannominato Bernie – fatto costruire su misura con un esborso notevole, oltre centomila dollari. Per l’ultima leg i Boston arrivano nel Regno Unito, nell’autunno del 1979, davanti a migliaia di spettatori del tutto ignari di quello che accadrà a breve. Al termine di un tour estenuante, Tom Scholz parla con Brad Delp, ammettendo di sentirsi completamente svuotato, demoralizzato da certi meccanismi dell’industria musicale e parzialmente in colpa per le aspettative sempre crescenti di un pubblico in aumento esponenziale.

Scholz non vuole più tornare a suonare dal vivo, riflette sulla concreta possibilità di tornare a fare l’ingegnere. La situazione si aggrava alla fine del 1979, quando Tom arriva ai ferri corti con il manager Paul Ahern, che rivendica un vecchio contratto firmato che gli garantirebbe cospicui dividendi in termini di royalties. Viene così convocata una riunione tra tutti i membri della band, in cui Scholz annuncia che il progetto Boston sarà messo in ghiaccio, invitando i suoi compagni a considerare la possibilità di esplorare percorsi artistici individuali. Il primo a muoversi in tal senso è il chitarrista Barry Goudreau, che si assicura un contratto da solista con la Epic per pubblicare nel 1980 l’omonimo album di debutto, con la collaborazione di Brad Delp, Sib Hashian e del cantante Fran Cosmo. Il disco è una riproposizione del sound classico dei Boston, racchiuso nel singolo “Dreams” che sfiora i primi cento posti della classifica di Billboard. Un passaggio promozionale manda però Scholz su tutte le furie, quando legge la frase: “Dodici milioni di persone conoscono il suono di questa chitarra. Vorremmo presentarvi il suo proprietario”. La mente primigenia dei Boston nel frattempo ha fondato la SR&D (Scholz Research & Development), per dedicarsi alla costruzione di nuovi accessori in ambito musicale, dal Powersoak al più famoso Rockman – utilizzato da artisti come ZZ Top, Journey e Def Leppard – che permette persino a musicisti in erba di riprodurre un suono chitarristico più denso e corposo.

Mentre Goudreau lascia i Boston per formare un suo gruppo, Orion the Hunter, anche Delp arriva ai ferri corti con Tom, annunciando l’intenzione di abbandonare la band dopo le sessioni di un ultimo disco. Ma la situazione si fa sempre più ingarbugliata: la Cbs aumenta la pressione per la pubblicazione di un terzo lavoro dei Boston, riducendo drasticamente gli introiti di Scholz dai due album precedenti. L’etichetta prova una mossa poco etica, convinta che, negandogli il flusso di cassa, Scholz sarà costretto a completare un nuovo disco. Tom si rifiuta categoricamente di cedere a qualsiasi pressione, portando i vertici della Cbs a citarlo in giudizio per violazione dei termini contrattuali – si parla di una somma in una forchetta tra i 20 e i 60 milioni di dollari – affermando che si è dimostrato nel tempo un soggetto “non collaborativo dal punto di vista creativo”.

 

Lo scontro si infiamma quando Scholz dichiara alla stampa che non lavorerà mai più con la Epic, intentando una controcausa contro la Cbs per le royalties non pagate. Nella primavera del 1985 un giudice di New York stabilisce che la causa dell’etichetta è priva di fondamento, offrendo a Tom la libertà di negoziare un contratto con un’altra casa discografica. La battaglia tra il chitarrista e il boss della Cbs Walter Yentnikoff durerà altri cinque anni, terminando con la definitiva vittoria di Scholz, che riceverà tutte le royalties arretrate e milioni di dollari in compensazione dei danni ricevuti. Tom nel frattempo si accorda con la Mca Records per la pubblicazione del terzo disco, minacciato dalla stessa Cbs con un’altra causa di tipo cease and desist, chiedendo una tassa di 25 centesimi di dollaro per ogni copia venduta.

Non è l’unica battaglia che Tom Scholz si trova a combattere verso la metà degli anni 80: a partire da Delp, gli altri membri dei Boston chiedono un maggiore coinvolgimento creativo nel progetto, mentre Goudreau ha già salutato tutti non senza rancore. Preoccupato da questa totale mancanza di armonia, Scholz richiama il batterista Jim Masdea, insieme al nuovo chitarrista Gary O. Pihl, proveniente dal gruppo del cantante Sammy Hagar. Le sessioni di registrazione si tengono agli Hideaway Studio dello stesso Scholz, che mette mano a diverse tracce provate nel corso degli anni più turbolenti della sua vita.

Third Stage vede la luce finalmente verso la fine del 1986, a ben otto anni di distanza da Don’t Look Back, trascinato in classifica dal singolo “Amanda”, struggente power-ballad elettro-acustica che si piazza nella Top 40 di Billboard e resterà tra i classici del decennio. L’album lascia però anche un retrogusto amaro, incastrato nel classico sound dei Boston, come se fosse uscito alla fine degli anni 70. Dopo tanto penare, Scholz sceglie la strada più facile, evitando di apportare eccessivi cambiamenti all’impalcatura sonica del gruppo, tra dolci armonie pop e aggressività chitarristica. Il gruppo continua sul sentiero di un arena-rock per la gioia delle stazioni radiofoniche, che sparano a tutto volume l’assolo di “We’re Ready”, sicuramente tra gli episodi più riusciti di tutto il disco. Le sperimentazioni in studio di Scholz portano alla mini-suite cosmogonica “The Launch”, ad aprire l’ottimo rock’n’roll “Cool The Engines”, a metà tra gli Steppenwolf e gli Aerosmith.

Third Stage soffre però di alcuni passaggi a vuoto, a partire dalla ballata riempitivo “My Destination” che chiude il primo lato. “To Be A Man” è un altro colpo di romanticismo intarsiato dalla chitarra elettrica modificata con il Rocketman, mentre “I Think I Like It” ritrova il boogie-sound più mainstream e “Hollyann” è un’altra ballata potente che emoziona i fan. Non mancano, tuttavia, passi falsi come l’intro a cappella di “Can’tcha Say (You Believe In Me)”, ai limiti della noia, in un contesto memore di certe pomposità dei Queen, che non trascinerà più di tanto le nuove leve di ascoltatori, ormai già su altri piani musicali alla metà degli anni 80.

 

 

Andare avanti?

 

A cavallo tra il 1987 e il 1988 i Boston portano in un lungo tour il tanto sofferto Third Stage, che viene spesso suonato nella sua interezza in compagnia di nuovi innesti in formazione, Doug Huffman (batteria) e David Sikes (basso). Scholz invita anche il batterista Jim Masdea, che si esibisce solo per l’apertura di “Rock’n’Roll Band”. Gli spettacoli sono ovviamente un successo di pubblico, nonostante qualche critica piovute addosso a Tom, reo di aver ammorbidito il sound della band. Mentre cura diverse cause benefiche con la sua neonata fondazione, Scholz si chiude nuovamente negli studi di registrazione casalinghi, per lavorare all’uscita di un quarto album dei Boston per la Mca. Ma l’ennesimo problema è dietro l’angolo: Brad Delp, ormai stufo di avere a che fare con Tom, rassegna le sue dimissioni, pronto a iniziare una nuova avventura proprio con l’ex-chitarrista Barry Goudreau. Al suo posto arriva Fran Cosmo, già al lavoro con lo stesso Goudreau nel gruppo Orion The Hunter, reputato da Scholz una sorta di erede naturale di Delp vista la sua estrema familiarità con il catalogo dei Boston. Le sessioni di registrazione del nuovo disco si rivelano ancora una volta difficoltose, tra la pignoleria di Tom e lavori di ammodernamento al suo studio personale.

 

I fan devono così aspettare altri otto anni prima di mettere le mani su Walk On, che esce sul mercato americano nell’estate del 1994, in piena rivoluzione grunge. Il singolo scelto per trascinare il disco è “I Need Your Love”, un power-rock iper-melodico che fatica a scalare la Hot 100 di Billboard. È di fatto l’ultimo brano ad affacciarsi nelle chart statunitensi, una sorta di deprimente pietra tombale sulla carriera del gruppo. Dal riff plasticoso di “Surrender To Me” all’intro orchestrale e pomposo di “Livin’ For You”, Walk On si rivela un flop sia per la critica che per i fan, in uno scenario musicale radicalmente cambiato. Tra l’esplosione di Mtv e la ribellione del movimento grunge, gli ascolti delle radio mainstream di classic-rock sono crollati, togliendo la migliore fonte di sostentamento a band di arena rock come i Boston. Brani come la title track, ad esempio, restano ancora ben confezionati, merito soprattutto della leggendaria pignoleria di Scholz in fase di produzione, ma la sensazione che si prova ascoltando la musica dei Boston alla metà degli anni 90 è intrisa di nostalgia e scarsa aderenza al presente della musica.

Meglio quando il disco offre momenti strumentali come “Get Organ-ized/Get Reorgan-ized”, che fanno virare il sound del gruppo statunitense verso complessità progressive, perché altrimenti brani come “What’s Your Name” sono l’ennesima rilettura di “More Than A Feeling”, addirittura con un leggero sentore di copia spudorata.

Walk On si ferma al disco di platino, sostenuto solo dai fan più incalliti. Scholz punta tutto sul tour promozionale, ma si rende conto che senza Delp cantare i vecchi classici sarà un’impresa. Allora decide di compiere la sua mossa più coraggiosa e umile: richiamare Brad per affiancarlo a Cosmo durante il tour del 1994-1995, attirando così l’attenzione del pubblico americano.

 

Nell’estate del 1997 il gruppo pubblica la sua prima compilation, Greatest Hits, che conquista il doppio disco di platino negli Stati Uniti grazie alla riproposizione di brani ormai storici del mainstream-rock a stelle e strisce. Il disco contiene alcuni inediti, a partire dalla ballata soft-pop “Tell Me”, seguita dal classico numero di arena-rock “Higher Power” e dalla patriottica quanto inutile ripresa del tema nazionalistico “The Star Spangled Banner/ 4th Of July Reprise”.

 

L’album con i vecchi successi spinge Tom Scholz a tornare nei suoi studi di registrazione, per iniziare a lavorare a un nuovo disco di materiale originale. Ancora una volta le sessioni assomigliano a un parto plurigemellare, perché i Boston pubblicano Corporate America solo alla fine del 2002, a quasi dieci anni di distanza dal fiacco Walk On. La sorprendente title track, che trasforma il sound della band in un wall spectoriano in chiave progressive-dance, viene caricato dallo stesso Scholz – sotto lo pseudonimo Downer’s Revenge – sulla piattaforma Mp3, con il fine ultimo di testare la reazione degli ascoltatori più giovani. Il risultato è soddisfacente, perché il brano sale in testa alla classifica dei brani progressive-rock per un paio di settimane, anticipando l’uscita del nuovo disco sull’etichetta indipendente Artemis, gestita dall’ex-manager dei Nirvana Danny Goldberg. Il dispiegamento di forze è imponente, dal momento che la line-up del gruppo agli inizi del nuovo millennio vede Delp e Cosmo alternarsi alla voce, con Gary Pihl spostato alle tastiere e la nuova chitarrista Kimberley Dahme. La “rivoluzione” sonica funziona, anche se solo parzialmente, perché l’album ha almeno l’ambizione di rinfrescare il sound del gruppo nella nuova era. “I Had A Good Time” rivitalizza l’arena rock in stile Bon Jovi, mentre brani come “Stare Out Your Window” e “With You” aggiungono un tocco folk-rock al classico impianto dei Boston.

La deriva in parte contestata dalla critica è verso un progressive-pop desueto come in “Someone”, alternato improvvisamente con sfuriate dal sapore grunge come “Turn It Off”. Corporate America è così un disco confuso, in bilico tra ballate elettro-acustiche gallagheriane (“Cryin’”) e anacronistico pop corale con l’ennesimo ritorno del riff che ha fatto la fortuna della band americana (“You Gave Up On Love”).

 

Vita, morte e speranza

 

Nonostante gli sforzi di Scholz, Corporate America è un flop commerciale, completamente ignorato dal pubblico dopo quelle due settimane in classifica sul sito Mp3. Il leader dei Boston è furioso nei confronti di Goldberg e della sua Artemis, accusata di non aver minimamente promosso il disco per farlo vendere. Per Scholz è una violazione dei termini di contratto, che porta Tom ancora una volta in tribunale contro l’etichetta indipendente, che poco dopo dichiara fallimento portandosi nella tomba il disco, non più ristampato per oltre vent’anni.

I Boston intraprendono un lungo tour a partire dal 2003, fino ad arrivare sul palco della Symphony Hall il 13 novembre del 2006. Apparentemente è solo una serata per omaggiare l’amato quarterback Doug Flutie, insignito del Red, White & Blue Award per il valore nella comunità locale. È invece l’ultima apparizione in pubblico per il cantante Brad Delp, che il 9 marzo 2007, viene trovato morto dalla polizia nella sua casa di Atkinson, New Hampshire. A chiamare i soccorsi è stata la fidanzata Pamela Sullivan, che lo ha trovato senza vita nel bagno principale di casa, insieme a diversi biglietti lasciati di proposito. Nel bagno vengono trovati due barbecue a carbone appoggiati sui sanitari, con la porta sigillata con del nastro adesivo e un asciugamano sotto. La polizia non trova effrazioni o prove di un eventuale atto criminale, archiviando il caso come il risultato di un suicidio per avvelenamento da monossido di carbonio.

 

I fan dei Boston sono sotto shock, mentre inizia una inquietante caccia al colpevole che punta dritto verso Tom Scholz, accusato di aver amplificato la depressione di Delp con i suoi modi autoritari, dopo averlo estromesso dal gruppo. Scholz respinge subito le accuse, dichiarando di aver reintegrato più volte – e volentieri – il cantante, ma l’ex-moglie di Delp, Micki, non ci sta e pubblica un’intervista sul quotidiano Boston Herald che scatena una nuova causa per diffamazione. Mesi dopo emergono nuove rivelazioni che puntano verso un comportamento morboso di Delp nei confronti della sorella di Pamela Sullivan, Meg, che contribuiscono a schiarire le acque legali con Tom.

 

Il 19 agosto 2007, al Bank of America Pavilion di Boston, viene organizzato un grande concerto in onore di Delp, intitolato “Come Together: A Tribute to Brad Delp”. Tra gli artisti invitati da Scholz ci sono Ernie and the Automatics, Beatlejuice e Orion the Hunter che salgono sul palco insieme alla sorpresa Tommy DeCarlo, un fan dei Boston trovato grazie a una pagina su MySpace. Superato il lutto collettivo, il gruppo continua a esibirsi negli Stati Uniti, fino a nuovi litigi emersi durante la campagna per le presidenziali americane nel 2008. Il chitarrista Barry Goudreau appare infatti in pubblico con il repubblicano Mike Huckabee, suonando durante alcuni comizi nel New Hampshire. Huckabee utilizza “More Than A Feeling” come inno della sua campagna elettorale, scatenando l’ira di Scholz, convinto sostenitore di Barack Obama. Tom invia una lettera aperta a Huckabee all’inizio del 2008, affermando che la band non ha mai appoggiato alcun candidato, non autorizzando l’utilizzo della vecchia hit. Nella primavera del 2008, Scholz rimette mano alla formazione dei Boston, per il lancio di un tour estivo nordamericano con oltre 50 date in pochi mesi. Tom è ormai l’unico membro fondatore a partecipare al tour, insieme a Gary Pihl e al fan Tommy DeCarlo, ormai presenza assidua alle parti vocali insieme a Michael Sweet, poi sostituito nell’estate 2011 da David Victor.

 

Il nuovo disco dei Boston vede la luce nel dicembre 2013, con il titolo Life, Love & Hope, a oltre dieci anni di distanza dall’ultima fatica in studio. Tra i diversi colpi nel panorama hard-rock dell’etichetta napoletana Frontiers Music, il sesto album della band americana è il solito parto creativo (e straordinariamente meticoloso) di Tom Scholz. Aperto dal ruggente power-pop di “Heaven On Earth”, il disco è come una macchina del tempo che vuole riportare l’ascoltatore agli anni d’oro alla fine dei Seventies. Nell’elegante e malinconica love-song “Didn’t Mean To Fall In Love” scorrono lacrime nell’ascoltare nuovamente la voce di Delp, mentre viaggia ancora una volta il riff immortale di “More Than A Feeling”.

Life, Love & Hope è così una pura operazione di recupero nostalgico del passato, dalla strumentale “Last Day Of School” al classico numero di arena-rock della title track. Scholz sceglie di sperimentare solo in alcuni brani, come ad esempio “Sail Away” che vira verso un gusto electro-progressive. L’album lascia però un retrogusto di incompletezza, come un insieme di brani costruiti a tavolino piuttosto che un prodotto finito con un’idea precisa. Dal pop corale di “If You Were In Love” al classico ritmo mainstream di “Someday”, il tocco un tempo magico di Tom Scholz sembra ormai svanito definitivamente nel nulla.

 

Nel 2014 i Boston avviano l’Heaven On Earth Tour, con una formazione che include Scholz, Pihl, DeCarlo e Victor. Dopo alcuni concerti celebrativi dei quarant’anni di carriera al Wang Theatre di Boston, il gruppo statunitense piange la morte dell’ex-batterista Sib Hashian, collassato a bordo della nave da crociera Legends of Rock. Nel corso del 2017, Scholz inizia a scrivere nuovo materiale per il settimo album dei Boston, dichiarando alla stampa di avere in mente brani dal forte impatto live, consapevole della necessità di far evolvere il sound della band. Quando però un giornalista gli chiede maggiori certezze su una probabile data di uscita, Tom rispetta in pieno la sua famosa pignoleria: “Chi lo sa? Ho solo 70 anni. Penso di avere ancora 30 anni”. Più di sette anni dopo, Scholz parla di difficili riparazioni alle sue apparecchiature fatte in casa, assicurando di stare ancora lavorando al nuovo materiale in studio. Ad oggi, i fan della band americana continuano a sperare che un nuovo album veda la luce prima che finiscano i trent’anni rimasti.

Boston su OndaRock

Discografia

Boston (Epic, 1976) 8
Don't Look Back (Epic, 1978) 7
Third Stage (MCA, 1986) 6,5
Walk On (MCA, 1994) 5
Boston: Greatest Hits (Epic / Legacy, 1997)
Corporate America (Artemis, 2002) 5,5
Life, Love & Hope (Frontiers, 2013) 5
Pietra miliare
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