Vasco Rossi diventa “dottore”. L’Università di Salerno gli ha conferito il dottorato di ricerca honoris causa in Politica e Comunicazione, con una cerimonia nell’aula magna dell’ateneo e una lectio magistralis incentrata sul potere delle parole, sul ruolo della musica e sul rapporto tra comunicazione e società. “Un dottorato di ricerca honoris causa in Politica e Comunicazione… per me? Questa proprio non me l’aspettavo”, ha esordito il rocker di Zocca, accolto dal rettore Virgilio D’Antonio. E ha subito stemperato la solennità dell’occasione con una battuta: “Dottorato significa che potrei anche insegnare, ma tranquillizzo subito i miei affezionati detrattori: continuerò a fare concerti”.
Al centro del suo intervento, Vasco ha posto la responsabilità legata al suo ruolo pubblico. “Essere Vasco Rossi? La risposta breve è: una grande responsabilità”, ha spiegato. Una responsabilità che significa soprattutto “restare me stesso, senza tradire quello che sono per piacere a qualcuno”.
Il tema della lectio è stato il rapporto tra musica, politica e comunicazione, tre territori che Vasco ha rivendicato di aver attraversato attraverso l’esperienza più che attraverso lo studio accademico. “Io non le ho studiate sui libri, le ho vissute, le ho subite e qualche volta, lo ammetto, provocate. Ho scritto canzoni. Punto”.
Proprio alle canzoni il rocker ha attribuito una capacità comunicativa che va ben oltre l’intrattenimento. “Una canzone non è soltanto una canzone. È un messaggio che viaggia senza ufficio stampa”. E ancora: “La musica fa ciò che la comunicazione ufficiale spesso dimentica: non si limita a informare. Muove emozioni, ricordi e domande”. Secondo il cantautore emiliano, anche la politica non può essere ridotta alla dimensione istituzionale. “La politica non è soltanto quella dei palazzi, delle elezioni e dei programmi. È anche il modo in cui una società decide chi ascoltare, chi proteggere e chi lasciare ai margini”. La musica non può sostituire l’impegno politico o civile, ma può “preparare il terreno”, intercettando un disagio prima ancora che riesca a trasformarsi in una richiesta collettiva e mettendo in discussione ciò che viene considerato normale o inevitabile.
Ampio spazio è stato dedicato al peso delle parole, definite da Vasco “un’arma potente”. Possono manipolare, costruire nemici e alimentare paure, ma anche rappresentare chi non riesce a farsi ascoltare e difendere valori come tolleranza e inclusione. “Ogni parola costruisce un clima”, ha sottolineato: può generare “cinismo o fiducia, odio o confronto, rassegnazione o voglia di reagire”.
Un tema ancora più cruciale nell’era dei social network e degli algoritmi, in cui “siamo tutti con il microfono acceso”. Da qui l’invito a recuperare innanzitutto la capacità di ascoltare: “Prima di parlare bisognerebbe imparare ad ascoltare”, perché “avere più microfoni non significa avere più chiarezza”.
Non è mancata l’ironia quando Vasco ha ricordato che il conferimento del dottorato è stato approvato all’unanimità. “All’unanimità? A me? Che sono sempre stato considerato divisivo…”, ha scherzato, tornando anche sulla vecchia polemica relativa alle presunte offese rivolte al Sud. “Voi avete scelto di guardare oltre etichette e pregiudizi”, ha detto rivolgendosi ai docenti, per poi aggiungere: “Non puoi discuterci con l’ignoranza ma con le menzogne inventate per infamare, si querela”.
La cerimonia si è conclusa con una lunga ovazione. Studenti e presenti hanno salutato Vasco con applausi e cori, mentre all’esterno dell’aula magna sono risuonate le note di “Vita spericolata”. “Vedervi qui, tutti in toga, e ricevere questo riconoscimento in quest’aula magna mi emoziona davvero”, ha confessato.
Poi, inevitabilmente, l’ultima battuta del neo-dottore: “Grazie, cari colleghi professori… da oggi sono un prof anch’io. Tranquilli: non darò voti. Al massimo chiederò il bis”.
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