Caetano Veloso

Transa

1972 (Philips) | música popular brasileira

Caetano Veloso e Gilberto Gil fuggirono a Londra nell’estate del 1969, mentre il Brasile si trovava in uno dei momenti più difficili della sua tortuosa storia: il precedente dicembre i militari avevano sospeso il parlamento e battuto l'ultimo chiodo sulla bara della democrazia. Veloso e Gil vennero arrestati pochi giorni dopo il colpo di stato e accusati di sovversione a causa dello spettacolo televisivo “Divino, maravilhoso”, in cui parodizzavano in maniera estrema e appariscente gli stereotipi della cultura locale. 
La prigionia risultò breve, ma il prezzo da pagare fu molto salato: venne loro concessa la libertà a patto che abbandonassero il paese. Il doppio esilio non passò ovviamente inosservato in Brasile. Benché ai media non fu consentito di darne notizia, nell'ambiente dello spettacolo tutti erano consapevoli dell'accaduto e dopo qualche tempo alcuni grandi nomi iniziarono a manifestare il proprio scontento. Il primo a alzare la voce fu "il Re", Roberto Carlos, che nel 1971 scrisse uno dei suoi più grandi successi ispirandosi proprio a Veloso. Nonostante non venga mai nominato apertamente nel testo, non c'è dubbio su chi sia il personaggio descritto nella stupenda "Debaixo dos caracóis dos seus cabelos" ("Sotto i riccioli dei suoi capelli").
Nell'estate di quello stesso anno João Gilberto accetta di tornare in televisione dopo quasi un decennio di assenza, ma lo fa solo a patto che Veloso, reputato il suo più grande erede, vi possa comparire. Smuove così mari e monti, ottenendo il via libera. Veloso rientra in Brasile per un paio di giorni, il tempo di registrare lo speciale, e trova un clima molto più disteso rispetto a quando se ne era andato. Incoraggiato dall'esperienza, decide di rientrare definitivamente nel gennaio del '72, insieme a Gil. Poco prima di lasciare Londra ha registrato un nuovo album, che esce in aprile e si intitola "Transa" (ossia, più o meno letteralmente, "Scopata"). Una parola che scuote, simbolica della voglia di rivalsa dell'artista.  
 
Come già accaduto al predecessore – uno dei suoi vari album senza titolo (quello che si apre con “A Little More Blue”, per intendersi) – "Transa" è stato registrato sotto la supervisione del giovane Ralph Mace, reduce dalle sessioni di "The Man Who Sold The World" di David Bowie
Mace decide di tentare l'approccio del live in studio, riducendo al minimo le sovraincisioni, mentre gli arrangiamenti sono curati dal virtuoso chitarrista Jards Macalé (figura di culto della Música Popular Brasileira), che aveva raggiunto Veloso a Londra.
Il disco fa spesso ricorso alla lingua inglese, come d’abitudine per Veloso da ormai un paio di album. Impossibile non ricordare il suo primo esperimento al riguardo, con “The Empty Boat” (1969): una sorta di blues che procede ipnotico in un continuo accumulo emotivo. Ripetendo le frasi più volte, l’autore aggira con intelligenza la sua scarsa padronanza dell'inglese e finisce col creare una sorta di mantra in forma di musica pop.
Su quel brano epocale, benché non fra i suoi più conosciuti, sono modellati i due dischi successivi, con “Transa” che porterà al definitivo compimento della formula. 

"You Don't Know Me", posta in apertura, mescola inglese e portoghese con disinvoltura, muovendosi sui binari di reiterazione ormai tipici di quella fase di Veloso, ma vi innerva un sorprendente dinamismo, grazie al controcanto di Gal Costa (star della musica brasiliana e grande amica, che al momento della registrazione si trovava a Londra per alcuni concerti) e alla chitarra acustica, la cui linea solista ricama instancabile. 
"Nine Out Of Ten" è un'ardita mistura fra folk brasiliano, assoli elettrici, ribollenti linee di basso dal sapore jazz fusion e scansioni reggae (con cui Veloso entrò in contatto a Londra, dato che il Brasile gli era rimasto fino a quel momento impermeabile). 
"Neolithic Man" è il più ossessivo dei suoi mantra: un'intro acustica manda in circolo alcune frasi (memorabile l'incipit: "Io sono il silenzio che si sente all'improvviso, dopo il passaggio di una macchina"), poi quando il brano sembra aprirsi a sonorità più pop, ecco scattare una batteria martellante che fa impallidire il krautrock e spazza via il resto dell'arrangiamento. 

Ci sono anche brani cantati per intero in portoghese, come "Mora na filosofia", vecchio samba del compositore carioca Monsueto Menezes, agghindato di raffinati fraseggi blues, voce echeggiante e stacchi di batteria jazz. E come "Triste Bahia", nove minuti in accelerazione, con finale catartico di percussioni tropicali e basso funk. Le prime otto righe sono tratte dall'omonimo poema seicentesco di Gregório de Matos, dopodiché Veloso vola via, in una carrellata di situazioni, navi, mari, bandiere e invocazioni alla vergine. Si tratta sia di una maestosa dedica alla sua terra, sia di un metaforico racconto dell'abbandono a cui è stato costretto.

L'album non ha grande successo, ma si impone nel corso dei decenni come un oggetto di culto. Oggi è considerato il suo titolo più prestigioso, e più in generale una colonna portante per la storia della musica brasiliana, almeno dal pubblico più attento. Di certo, Veloso è stato sempre convinto della sua bontà e ha continuato a cantarne spesso i brani durante i suoi concerti, cosa niente affatto scontata viste le vendite all’epoca deludenti: in quanti casi, nel corso della storia della musica popolare, abbiamo visto un artista rinnegare un album solo perché ricevuto male dal pubblico?
Non questa volta però, e anzi la sua influenza è oggi tangibile in tutti quegli artisti che hanno mescolato la suadente sensibilità della musica brasiliana con le dinamiche del rock angloamericano, cercando sonorità alternative a quelle della radiofonia dominante. Ascoltando per esempio un album come “Ventura” degli Hermanos, del 2003, appare evidente che “Transa” sia considerabile progenitore in linea diretta della scena indie rock locale.

Una nazione dove il disco non può ancora contare su una tradizione di sostegno da parte della critica e del pubblico degli appassionati, paradossalmente, è proprio l’Italia, dove pure Veloso vanta un seguito considerevole.
Nel nostro paese persiste un’adorazione quasi soffocante per “Estrangeiro”, del 1989. In qualsiasi lista, sondaggio o selezione, se Veloso viene tirato in ballo, è con quel disco. Benché sia a tutti gli effetti un'opera di prim'ordine, rimane perlomeno da domandarsi perché mai l'unanimità della critica nostrana lo ritenga il suo capolavoro. È curioso che di un artista con una discografia così valida e variegata si indichi sempre e solo un disco che, nel paese di provenienza dell’artista stesso, è solitamente ritenuto inferiore a qualsiasi sua pubblicazione degli anni Settanta (non necessariamente a ragione, ma questi sono i fatti).
Si tratta probabilmente della combinazione di più fattori: primo, il timore reverenziale nei confronti del produttore di “Estrangeiro”, Arto Lindsay (soprattutto fra i critici che si riferiscono a un target di nicchia); secondo, il fatto che fu il suo primo album a trovare una distribuzione decente a livello internazionale (quando in Italia cominciò a circolare “Estrangeiro”, “Transa” era un disco praticamente introvabile – e l’era di internet era ancora lungi da venire). Una spiegazione però solo in parte convincente: a distanza di decenni ci sarebbe comunque stata la possibilità di correggere la mira, se lo si fosse voluto. 
C’è quindi forse una terza e più scoraggiante motivazione: la ben nota pigrizia di molti addetti ai lavori, per cui è molto più comodo reiterare uno stereotipo, anche senza averne verificata l’attendibilità, piuttosto che accertarsi di come stiano veramente le cose.

(18/08/2019)

  • Tracklist
  1. You Don't Know Me
  2. Nine Out Of Ten
  3. Triste Bahia
  4. It's A Long Way
  5. Mora na filosofia
  6. Neolithic Man
  7. Nostalgia (That's What Rock'n Roll Is All About)


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