L’approccio al secondo album fu quindi all’insegna dell’ottimismo e dell’ambizione. Non ci sono aneddoti particolari legati alle sue sessioni, per quanto la musica misteriosa e complessa che ne fuoriuscì possa far presagire il contrario. “The Beast Inside” fu il parto di cinque ragazzi provenienti dalla working class, esaltati dai risultati fino a lì ottenuti e pronti a stupire il mondo, con l’incoscienza propria della giovinezza e dal far parte di una scena che, nel bene e nel male, ruotava intorno all’ecstasy.
“The Beast Inside” giunge nei negozi nell’aprile del 1991. Si tratta di un album molto meno abbordabile rispetto a qualsiasi cosa registrata dalla band fino a quel momento e caratterizzato da una grande ricerca su suoni e timbri. Rimane tuttavia difficile spiegarne la performance commerciale un po’ anemica, se si considera che almeno il singolo di lancio, “Caravan”, con tanto di pianoforte house, è di un’orecchiabilità contagiosa e sfugge alle dinamiche del resto della scaletta. Il disco entrò al numero 5 della classifica britannica, ma tre settimane dopo già non ve n’era più traccia.
Indicarlo come l’apice della band potrebbe sembrare provocatorio, se si considera che la stessa ha pubblicato un album come “Life”, contenente classici del calibro di “This Is How It Feels” e “She Comes In The Fall”, tuttavia a dispetto di quanto ne possano pensare gli stessi autori, la concentrazione di idee e suoni contenuti in “The Beast Inside” è sorprendente. Si tratta per certo di uno dei capolavori dimenticati della musica britannica.
Won’t lie about these things you say,
now this gets easier every day,
can’t give you the child you so badly want,
or even mend your wounded love
La title track è il loro apice incontrastato per quanto riguarda l’elaborazione di suggestioni celtiche, territorio che avevano del resto già visitato in passato. Una marcia poderosa che si dispiega fra suoni di campane, assoli d’organo, arpeggi folk, linee di basso dal sapore progressivo, armonie vocali vecchie quanto i dolmen e una diffusa atmosfera da rito pagano.
Winter’s warmth brings sadness,
comfort Kathy through madness,
see the beauty of the falls,
Tony never saw it all.
Nonostante gli Inspiral Carpets si siano riuniti da tempo, gli intricati brani di questo album – il più vicino al rock progressivo di quell’epoca dell’indie rock britannico – continuano a latitare dai loro concerti. Si potrebbe indicarlo come una sorta di “Dog Man Star” (Suede) che non è ancora stato rivalutato, e le speranze che la cosa avvenga in futuro appaiono piuttosto flebili, visto che più passa il tempo, più il pubblico della band sembra ridursi a un gruppetto di nostalgici. A riprova di quanto, senza l’isteria generata da un’insistita campagna mediatica, come quella che ad esempio ha interessato i pur meritevoli Stone Roses, anche inventarsi un intero universo e metterlo in musica con una cura maniacale possa risultare insufficiente.
24/05/2015