Sleater-Kinney

Dig Me Out

1997 (Kill Rock Stars) | alternative rock

Corin Tucker e Carrie Brownstein si conobbero a Bellingham, a un concerto della prima col duo Heaven to Betsy al campus della Western Washington University, dove si era appena iscritta la seconda. Corin studiava all’Evergreen State College, college of liberal arts famoso per le metodologie didattiche sperimentali – si diplomò lì anche Matt Groening, creatore dei Simpson – e faceva parte del movimento riot grrrl di Olympia con Kathleen Hanna e le Bikini Kill. “Vieni a Olympia”, Carrie non se lo fece dire due volte. Nacquero così le Sleater-Kinney.
Entrambe originarie del Pacific Northwest, Tucker di Eugene e Brownstein di Seattle, decisero di incrociare i loro destini dentro una delle scene DIY underground rock più intransigenti degli Stati Uniti, quella di Olympia, capitol city dello stato di Washington, gemella di quella di Washington Dc, capitol city dello stato federale. Il suono originale della band, però, prese forma in Australia, lontano da qualsiasi influenza diretta o eventuale interferenza, dove la coppia si era recata alcuni mesi per trovare la propria cifra stilistica, registrando l’omonimo ruvido esordio (Chainsaw, 1995) il giorno prima della partenza a casa della batterista Laura MacFarlane a Melbourne.

Questa scelta informa di quella “fame” – Brownstein usa questo termine nel titolo del proprio memoir, “Hunger Makes Me A Modern Girl” (Penguin Random House, 2015) – che porterà la band ad alzare sempre l’asticella della complessità in ciascun album, fuori da ogni comfort zone che non fosse quella che avrebbero imparato a costruirsi insieme volta per volta come band. Così le Sleater-Kinney trasformano la musica in vita: il processo creativo e di scrittura diventa il modo in cui si articola il proprio essere nel mondo non solo come processo di scrittura del sé e di confronto tra interno ed esterno, ma anche di relazione tra i membri stessi del gruppo. E’ così che le metodologie di decostruzione del linguaggio che venivano approfondite al college e praticate nella comunità di Olympia diventano parte integrante di un processo artistico che estrinseca un dialogo ininterrotto tra parti – soprattutto tra Tucker e Brownstein – e che racconta esso stesso cosa vuol dire essere chi si è negli Stati Uniti di metà anni Novanta. Uno dei punti di partenza di questo dialogo è l’accordatura della chitarra di Tucker, in C#, “intonata” al proprio timbro vocale, sulla quale si strutturano i fraseggi di Bronwstein. Un’altra la scelta, comune ad altre band di Olympia come i Beat Happening, è di non avere il basso. Ogni brano si regge sulla tessitura delle due chitarre e viene meno se viene a mancare una delle due.

Dopo il secondo album, “Call The Doctor” (Chainsaw, 1996), registrato ancora con MacFarlane, che riscuote interesse da parte di pubblico e critica – Village Voice lo seleziona tra i migliori ascolti dell’anno – il duo va alla ricerca di una batterista stabile. Con l’ingresso di Janet Weiss la sinergia della coppia diventa esplosiva, fin dalle prime prove del brano “Dig Me Out”: “Immediately Janet grounded the song in a way we’ve never heard, giving each of our guitar parts a place to go... She bashed out a body, a spine, finally making that album title sound like an order and not a plea… We realized we might be able to succeed in fulfilling expectations, other’s and also our own. Our song and our sound now had an anchor and a backbone that Corin and I could rest upon” (Brownstein, 2015: 124, 129).
Il trio in cerca di una maggiore visibilità e reperibilità distributiva, nonostante un interessamento di major e label come la Matador, sigla un nuovo contratto con Kill Rock Stars, etichetta simbolo di Olympia insieme a K Records, decidendo di rimanere ancorata ai valori della scena di provenienza. Anche per la produzione si decide di fare riferimento a uno studio e a un professionista già noto alla band. L’album viene registrato da John and Stu's Place a Seattle durante una delle peggiori tempeste di neve del Pacific Northwest, in due stanze congelate – in cui i Nirvana avevano registrato “Bleach” (Sub Pop, 1989) con Jack Endino – per dieci giorni di produzione complessiva.
Il lavoro dell’ingegnere del suono John Goodmanson è quello del documentarista più che del produttore: il suo obiettivo è essere il tramite, il medium, colui che possa riuscire a fotografare e restituire su supporto fonografico l’energia e il sound della band, senza artifici. Per le registrazioni le Sleater-Kinney suonano tutte insieme in presa diretta con gli stessi amplificatori e settaggi, registrando le voci in un secondo momento e realizzando poche sovraincisioni. Per il mix la prima cosa che fa Goodmanson è mettere il panning alle chitarre – che caratterizzerà molti dischi della band – posizionandone una a destra e una a sinistra: se non puoi ascoltare in stereo, non puoi ascoltare le Sleater-Kinney.

La scaletta rispecchia la filosofia “Nevermind” (Nirvana, Geffen, 1991) adoperata da Goodmanson: mettere per primi i brani più forti, in una similare sequenza ritmico-emozionale, col più potente in testa. Così “Dig Me Out” viene scelto per aprire e titolare il terzo album, frutto di tensioni emotive e personali diverse, soprattutto la rottura del legame sentimentale tra Tucker e Brownstein e l’inizio della relazione tra la prima e il fotografo-regista Lance Bangs, tutt’oggi suo coniuge:
Dig me out
Dig me in
Out of this mess
Baby, out of my head
Dig me out
Dig me in
Out of my body
Out of my skin

You got me
For now
I'm here
For now

What do you want?
What do you know?
Do you get nervous
Making me go?
Get into your sores
Get into your things
Do you get nervous
Watching me bleed?
In “One More Hour”, altro brano che fa esplicito riferimento alla rottura, le due cantanti-chitarriste dialogano apertamente, soprattutto nel ritornello:
In one more hour, I will be gone
In one more hour, I'll leave this room
The dress you wore, the pretty shoes
Are things I left behind for you

Oh, you've got the darkest eyes
Oh, you've got the darkest eyes
I needed it (I know, I know, I know)
Oh I needed it (It's so hard for you to let it go)
I needed it (I know, I know, I know)
Così la musica, nervosa ed eccitante, diventa ancora una volta il modo per affrontare il presente, per relazionarsi coi sentimenti più dolorosi ma anche con la rinnovata emozione dell’altra, come in “Turn Me On”, il tutto nel conforto del drumming di una musicista della qualità e della forza di Weiss:
Oh oh it's too hot
Oh oh it's too good
It's just that
When you touched me
I could not
Stand up
Oh I fell into
Oh oh I fell down
Turn, turn it on, turn, turn it on
You can turn it on, turn it into my song
I want to turn it on, turn it all night long
L’originale miscela musicale delle Sleater-Kinney rivela in controluce influenze diverse: il suono ruvido ed essenziale delle band del Pacific Northwest, il post-punk di Gang Of Four, Television e Talking Heads, il rock di Kinks – che ispirano direttamente la copertina dell’album, un omaggio a “The Kink Kontroversy” (Pye, 1965) – e Rolling Stones. “Dig Me Out” scorre galvanico tra scosse e fratture, tra il surf-rock di “Words And Guitar” e “Little Babies”, il punk di “It’s Enough” e il garage di “Not What You Want”, con episodi singolari come “Heart Factory” – suonata sui termosifoni dello studio – e “Dance Song 97”, chiudendosi con la ballata rock noisey “Jenny”, dove la voce imperiosa di Tucker si dispiega su un terreno sbilenco dal mood Velvet Underground:
I am the girl
I am the ghost
I am the wife
I am the one
L’album esce nel 1997 e apre la strada al successo della band, alla quale verranno dedicati articoli, anche assai controversi, su testate mainstream come Time. Si fa sempre più aspra la “battaglia” della band contro le etichette ghettizzanti assegnate loro dalla stampa musicale – “femminist rockers”, “women in rock”, “girl group” – e contro l’atteggiamento paternalistico degli addetti ai lavori, riguardo al quale Tucker realizza una zine dal titolo “Hey Soundguy” durante la tournée del disco, in cui presenta e recensisce ogni fonico con cui hanno lavorato, per la maggior parte uomini.
“Dig Me Out” è il manifesto di quello che la musica della band è stata per i primi dieci anni, fino all’apoteosi straordinaria di “The Woods” (Sub Pop, 2003): una musica presente e presentificata; che ti chiama a sé e ti chiede di prendere una posizione; che richiede un ascolto non distratto ma attento; che non puoi mettere di sottofondo. Mai davvero piacevole, ma spigolosa, urgente, consapevole, nuda, emozionale.

Il film documentario “Songs For Cassavetes” (2001) di Justin Mitchell incornicia lo stato di grazia del trio formato da musiciste, consce del proprio ruolo rispetto a se stesse e agli altri e di questioni che negli anni 90 hanno profondamente segnato e definito la musica alternative/indie-rock delle scene di Seattle e Olympia, come il confronto con i mass media, i rischi dello scollamento da una comunità tangibile e collocata verso il mainstream e tutti i vicoli ciechi che potrebbe comportare, tra cui il suicidio.
La loro tenacia e il loro ricco percorso musicale, di cui “Dig Me Out” rappresenta uno degli apici, ci ricorda un altro punto sollevato nel film di Mitchell: l’idea dell’ageing nella cultura rock, che le Sleater-Kinney – oggi tornate un duo dopo la dipartita di Weiss – continuano non tanto ad affrontare, quanto a incarnare – “to embody”, come si dice in inglese – come ciascun tema e valore abbiano espresso finora nello loro musica e nel modo in cui condurre il percorso della band.

(03/04/2022)

  • Tracklist
  1. Dig Me Out
  2. One More Hour
  3. Turn It On
  4. The Drama You've Been Craving
  5. Heart Factory
  6. Words and Guitar
  7. It's Enough
  8. Little Babies
  9. Not What You Want
  10. Buy Her Candy
  11. Things You Say
  12. Dance Song '97
  13. Jenny
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