All alone in the darkness
I can feel your smile
I wanna be free
Just set me free!
And in the pale moonlight I can hear your voice
When the shadows roam you had no choice
It’s gotta be me
It’s gotta be me!
Ci sono poche certezze nella vita, e una di queste riguarda l’immaginario weird del performance artist e sperimentatore newyorkese Gary Wilson, padrino del lo-fi bedroom pop.
Nativo di Endicott, sin dalla giovane età inizia a nutrire un interesse sempre più marcato verso l’avanguardia. L’incontro con John Cage, avvenuto a soli quattordici anni, influenza profondamente il suo percorso artistico. In seguito alla formazione del Gary Wilson Trio e alla pubblicazione dell’one-shot “Another Galaxy” (autoprodotto, 1974), omaggio al jazz-funk di matrice hancockiana attraversato da ambigui caratteri atonali, Wilson affonda definitivamente il coltello nella piaga rivelando una personalità ossessionata dal sesso in tutte le sue forme.
Nel 1977 fonda l’etichetta indipendente MCM e, nello stesso anno, dà luce al suo debutto solista “You Think You Really Know Me”, inquietante diario di un liceale fin troppo cresciuto e aperto a ogni fantasia sessuale: il concept vede un’attitudine genuinamente lounge sposarsi con uno spoken dal taglio televisivo – basti considerare i richiami a “Ai confini della realtà” (1959-1964).
Da lì, un silenzio tombale durato più di venticinque anni. Una sparizione insolita che ancora oggi continua a suscitare numerosi interrogativi.
Durante gli anni Novanta, la figura di Wilson conquista progressivamente l’interesse della critica underground, fino a favorire la ristampa del suo esordio. Intanto, il re di Endicott risorge dalle proprie ceneri e pubblica “Mary Had Brown Hair” (Stone Throw, 2004), il condensato di una poetica urbana basata sull’alienazione e un’adolescenza apparentemente interminabile: nella sua scrittura riaffiorano l’intenso rapporto con la solitudine, traumi irrisolti, amori non corrisposti, episodi agrodolci e vuoti colmati da ingombranti sensi di colpa, il tutto immerso nella monotonia che avvolge la malinconica provincia dello stato newyorkese.
Co-prodotto dal beatmaker californiano Peanut Butter Wolf (Madvillain) e intervallato da brevi strumentali, l’album si contraddistingue per la produzione casalinga e una verve squisitamente new wave, a metà strada tra il sarcasmo dei Devo e la narrazione di Ariel Pink: dal pop psichedelico di “Linda Wants To Be Alone” al disincantato trip-hop di “Debbie Debbie”, passando per l’agrodolce synth-funk di “Gary’s In The Park” e l’ispirato art pop di “Hold Back The Daylight”, “Mary Had Brown Hair” regala una visione tanto macabra quanto introspettiva dei rimorsi personali, rinchiusi all’interno di un delicato impianto architettonico; la venatura avantgarde di “Gary Saw Linda Last Night” contribuisce a elevare ulteriormente l’esperienza d’ascolto.
Il passaparola dell’album non è di certo passato inosservato. Autori come Tyler The Creator, Earl Sweatshirt, Beck, Frost Children e lo stesso Pink citano il lavoro di ricerca del musicista newyorkese, valorizzandone l’originalità e la forza espressiva.
Tra voci distorte e un’ironia nera sempre dietro l’angolo, Gary Wilson prosegue la tradizione dell’outsider statunitense, sfuggendo alle mode commerciali e a qualsiasi compromesso artistico.
19/07/2004