Klaus Schulze

Moonlake

2005 (Spv) | elettronica, ambient-music

Il Mare Imbrium (o mare delle Tempeste) è il cratere più grande della Luna. Si estende per circa 1200 chilometri e la sua profondità tocca quasi i duemila metri. Dalla Terra, alcune volte, appare sotto le sordide sembianze di uno dei due "occhi" del satellite naturale. Se per assurdo venisse inondato d'acqua, sulla sua superficie si rifletterebbe l'immagine del nostro pianeta. Sulla copertina del nuovo disco di Klaus Schulze avviene proprio questo: il Mare Imbrium riverbera la Terra e il frammento celeste che la circonda. Considerato il personaggio, non è fuori luogo parlare di kosmische musik a livello visivo, o visionario. Del resto, allusivamente, il volume degli oggetti si traduce in gretto limite.

Gli spazi siderali di kubrickiana memoria inaugurati con "Irrlicht" subiscono con "Moonlake" (titolo mutuato dal Mondsee, il laghetto austriaco situato nella regione del Salzkammergut, molto amato dal compositore) una sorta di irreversibile contrazione. Agli sconfinati, oscuri, sinistri, gelidi vuoti interstellari, il compositore sembra preferire adesso l'intimità di uno spazio sidereo prossimo. La Luna quindi, l'oggetto astronomico più vicino al globo terrestre, e, di riflesso, proprio la Terra. Una riduzione, un restringimento del campo d'indagine che tuttavia non svilisce i canoni propri della kosmische musik. Perché si tratta pur sempre di un viaggio, sebbene di minor anni luce. Non risulta improprio quindi, prima di immergerci testé nelle trame delle quattro suite che compongono "Moonlake", computare questa ennesima opera dell'ex Tangerine Dream in un contesto assolutamente fuori dal tempo, in una regione coagulatasi agli inizi dell'elettronica cosiddetta contemporanea, più o meno verso la fine degli anni 60, presso una profondità culturale e tecnologica conscia di possedere una natura anacronistica e probabilmente inopportuna.

In questa dimensione parallela abitata da venerandi moog e decadenti stazioni orbitali, come in alcuni racconti di Jack Vance, Schulze non può che trovarsi completamente a proprio agio, e scrivere in piena libertà un album che potrebbe agevolmente portare come data d'uscita il 1975 come il 2035. Distanze e tempi accorciati, come nell'assunto dei motori a curvatura, sopprimono l'usuale fluire delle epoche, frantumano le circostanze evolutive, ignorano servilmente i moti rivoluzionari in atto in ogni campo sociale e artistico. Ne consegue un coacervo di suoni pressoché giurassici, pericolosamente antidiluviani, completamente ignari dei sample downtempo dell'intera esegesi elettronica di autori come Richard D. James o delle strutture musicali in seno alla Warp Records. Tuttavia, Schulze non sembra curarsi di tali giganteschi mutamenti e firma con questo nuovo album un autentico enigma sonoro: ulteriore conferma di un talento cristallino o manifestazione di un (naturale) declino?

L'inizio, in ogni caso, è incoraggiante. "Playmate In Paradise", divisa da un inquietante break pinkfloydiano in due frammenti indipendenti, si plasma, almeno nella prima metà, come una lunga cavalcata orientaleggiante à-la Jarre. Schulze scopre il fascino del mini-Moog (con tanto di distorsioni e wah-wah), per la prima volta usato durante la registrazione di un disco da studio, e abolisce i cambi d'atmosfera sul breve tratto, glorificando (o riciclando) l'unico loop fino al termine della sessione. Alle mini-tracce esoteriche dell'ultimo lavoro dei Boards of Canada, il berlinese preferisce la sicurezza della struttura ellissoide. I lamenti intonati da oscuri predoni del deserto (realizzati in collaborazione con il cantante e violinista Thomas "Fiddle Michel" Kagermann) lasciano il campo, al minuto quattordici della suite (lunga 30'), a un breve e sinistro passaggio logico che introduce alla seconda parte. I motivi esotici del prologo si trasformano in autentica space music (unico punto di collegamento, forse, i gorgheggi tribali e i cori etnici, qui invero meno tradizionali). "Playmate in Paradise", almeno nella sua conclusione, è probabilmente uno dei pezzi più vicini ai Tangerine Dream dell'intera produzione "solitaria" di Schulze degli ultimi quindici anni. Nessuna sorpresa, nessun improvviso stravolgimento tematico: la musica di Schulze riproduce fedelmente le leggi dell'ambient senza alcun compromesso contaminante. L'aspirazione tende alla linearità, alla ciclicità, a un sentiero monocorde. Il senso del ritmo diventa ora variabile ora costante, in un groove ipnotico e straniante.

Un certo rigore matematico sembra invece il comune denominatore della traccia seguente, "Artemis In Jubileo", costruita sopra un esoscheletro vagamente world (nelle percussioni e nella programmazione della tastiera centrale). Elettronica rutilante e composita, uniforme e ripetitiva, senza l'assillo dell'originalità, come in alcune edificazioni strumentali di Vangelis. In questo tessuto che si replica, che divora e riproduce se stesso in continuazione, Schulze innalza una singolare fanfara epica alla stregua del memorabile "Atmosphères" di György Ligeti. L'esigenza della ripetizione non risparmia neppure il drammatico passo finale.

Le due tracce rimanenti, registrate dal vivo in Polonia, a Poznan, per lo spettacolo di luci e illusioni di Gert Hof, il 5 novembre del 2003, si allineano con il sostrato di "Cyborg" (1973) e "Dig It" (1980). In "Some Thoughts Lion" (un bizzarro mix tra due classici schulziani quali "Timewind" e "Moondawn"), l'assillante ritornello fagocitato, rivisitato, dalle tensioni di "Blackdance" (lo storico album del '74), s'impreziosisce di interpolazioni e paradossi, inglobando, nella seconda frazione, la potenza psichedelica e fuorviante del mini-Moog. Sonorità spesse e primitive, come in una deontologia elettronica rigidamente precostituita, che vibrano di echi spazio-temporali tutt'altro che contemporanei.
Schulze fugge dalla cosiddetta modernità. Il suo è un tempo senza eventi, una dimensione gelida e rarefatta, cronologicamente fuori squadra.

Riverberi kraut spadroneggiano nelle primissime battute di "Mephisto", brano che permette all'ex Ash Ra Tempel uno spensierato utilizzo di beat e sintetizzatori in puro stile "Dune" (1979). Tuttavia, la formula del brano mescola elementi tipici dell'universo oldfieldiano di "Amarok" o "T3es Lunas", ai soundscape del(la) Wendy Carlos di "The Well-Tempered Synthesizer".

A scapito di una non irrilevante, umorale sensazione preliminare, che rischia di tacciare il disco come un oggetto d'antiquariato (opinione a ben vedere inconfutabile), "Moonlake", ambient d'autore verrebbe da dire, e Klaus Schulze, autore d'ambient, percorrono una strada segnata dal gravoso obiettivo di coniugare passato e futuro, stasi e vigore ritmico, retaggio e prossima applicazione, in una sintesi di non facile lettura. Se per Eoin e Sandison il futuro (o almeno il presente) è nelle chitarre acustiche, nella techno criptica e incoerente per Aphex Twin, nel minimalismo tragicomico secondo David Edwards e le sue delicate ballate di fine estate, per Schulze è sicuramente all'insegna della costanza, del rifiuto della (mera) realtà, in una esaltazione meravigliosamente autentica, singolarmente raffinata, probabilmente inutile, di un vetusto concetto di elettronica.
Tuttavia, sotto tutta questa polvere, gli strali iridescenti della mitica musica cosmica brillano ancora. L'escursione trekkie di Schulze nei reconditi abissi siderali, per il momento, non è ancora un viaggio di ritorno.

(19/04/2012)

  • Tracklist
  1. Playmate In Paradise
  2. Artemis In Jubileo
  3. Some Thoughts Lion
  4. Mephisto
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