NATACHA ATLAS - Mish Maoul

2006 (Mantra recordings / beggars)
ethno-folk, world music

Riuscire di questi tempi a coniugare tradizioni islamiche e

attitudini occidentali è già operazione non da poco. Farlo ottenendo anche

risultati artistici pregevoli rasenta l’impresa. Natacha Atlas vi riesce con

disinvoltura da anni, sin dai tempi in cui era la chanteuse dei

Transglobal Underground, una delle realtà più significative del crossover

ethno-dance degli anni 90. Ma è soprattutto da solista che la cantante,

compositrice e ballerina belga-egiziana ha colpito nel segno, con una babele

sonora capace di catturare tanto l’etnologo musicale quanto l’ habitué

delle discoteche. Un ibrido temerario, riscaldato da una sinuosa vocalità che le

è valsa anche collaborazioni di prestigio (da Jocelyn Pook a Franco Battiato) e il premio come

Miglior cantante al Victoire de la Musique Awards, l’equivalente francese dei

Grammy. E la particolarità della sua “missione” non è sfuggita nemmeno alla

presidente irlandese Mary Robinson che nel 2001 l’ha nominata ambasciatrice alla

Conferenza Onu contro il razzismo.

“Mish Maoul”, ottavo disco in undici

anni, vede il rientro in cabina di regia di Nick Page aka Count Dubulah

(Temple of Sound), già al fianco della Atlas ai tempi dei Transglobal

Underground e del suo debutto solista, “Diaspora”. Musicalmente, sono due le

direttrici principali. Da un lato, il ritorno alle origini, con l’attenuazione

del battito trip-hop in favore di un recupero delle musiche tradizionali

marocchine e dell’eredità dei taiwid , i cantori del Corano presenti con

diversi stili e forme all’interno del mondo islamico. Dall’altro, l’ulteriore

estensione dell’orizzonte sonoro, con rimandi a ritmi hip-hop e al Brasile della

bossa nova. Resta, invece, la straordinaria policromia della tavolozza

strumentale, che predilige tastiere, archi, fiati e percussioni, attingendo

particolarmente alla tradizione nordafricana (ud, tablah, bendir, bouzouqi, nay

etc.).

Trionfa l’esotismo, dunque, a scapito dell’anima pop che aveva

permeato le precedenti produzioni, a cominciare dal fortunato “Gedida”. Una

scelta ambiziosa che si rispecchia anche nella scelta di cantare quasi solo in

arabo (nei dialetti egiziano e levantino), rinunciando all’inglese e al

francese, e nel costruire i brani più sulle tessiture che sul refrain ad

effetto. Ecco allora l’esplorazione di un raffinato north-african cool

nell’iniziale “Oully” – languide frasi di nay (il flauto egiziano) e bel duetto

vocale con Sofiane Saidi – o ancora il soffuso ambient mediorientale

venato di saudade di “Bab El Janna”, con archi a profusione e cantato

celestiale, e di “Wahashni”, dove un semplice handclapping tiene il ritmo

su cui poggiano i melismi vocali di Atlas inframezzati dal qanun di Abdullah

Chadeh.

Ma è in vorticose danze del deserto come “Hayati Inta”,

“Bathaddak” e “Haram Aleyk” che l’istrionismo della belly-dancer di

Bruxelles riesce a esprimersi appieno, liberando la carica sensuale che l’ha

resa celebre, in una casbah di percussioni e canti berberi.

A mantenere il

contatto col trip-hop bristoliano è rimasta soprattutto “La Lil Knowf”,

dove il canto di Natacha trova un contrappunto maschile in Clotaire K e Sofiane

Saidi, sotto un battito ora più serrato. Esito contraddittorio, invece, per i

due brani che “osano” di più: se “Ghanwah Bossanova” amalgama mirabilmente

timbri mediorientali e morbidezze brasiliane, il tentato abbraccio con

l’universo hip-hop di “Feen” (con Princess Juliana) si sgretola attorno a un

ritornello scipito e a un andamento r’n’b di maniera. Chiude degnamente

l’album il ricamo acustico di “Yariet”, tra luccichii di corde e arabeschi

vocali.

La ricerca sul sound è certosina ma, anche a causa di una

certa enfasi da iper-produzione, pecca talvolta di artificiosità – il che, per

un disco che si propone un ritorno alle radici, non è difetto da poco. Manca poi

la traccia trainante, la “Mistaneek” o la “Aqaba” in grado di assestare il colpo

da knock-out all’ascoltatore. Non sarà dunque quel disco “incredibile”

che il titolo (in arabo) vorrebbe far intendere, ma “Mish Maoul” offre comunque

un nuovo saggio delle capacità mesmeriche di Mademoiselle Atlas , la più

sapiente incantatrice di serpenti dell’ ethno-pop contemporaneo.

18/10/2006

Tracklist

  1. 1. Oully Ya Sahbi (featuring Sofiane Saidi)
  2. 2. Feen (featuring Princess Juliana)
  3. 3. Hayati Inta
  4. 4. Ghanwah Bossanova
  5. 5. Bathaddak (featuring Princess Juliana)
  6. 6. Bab El Janna
  7. 7. Wahashni
  8. 8. Haram Aleyk
  9. 9. La Lil Knowf (featuring Clotaire K & Sofiane Saidi)
  10. 10. Yariet