Ant

Footprints Through The Snow

2006 (Homesleep) | alt-pop

Ecco, forse il problema è la neve.
Moltissime persone adorano vedere la neve - le strade ammantate, i tetti imbiancati, le montagne che riflettono la luce, cose così.
Diranno: un piccolo miracolo naturale, un qualunque fenomeno atmosferico che diventa poesia del quotidiano, il correlativo oggettivo della leggerezza calviniana (questo solo se studiano lettere). Ma quando bisogna uscire di casa la mattina alle sette, con l'acqua calda che arriva e non arriva e l'autobus in ritardo, la neve la notano davvero in pochi; anzi, forse meglio senza, si cammina più in fretta.
Però, una volta sull'autobus, ci si ripensa, alla neve: che bella, quanta leggerezza. Poi si scende e si impreca di nuovo - la scarpa è sprofondata per dieci centimetri. Poi nel bar, bevendo il caffè: che bella.
E così via.

Questo piccolo gioiello di artigianato pop registrato a Bologna dal signor Harding in soli otto giorni nel settembre 2004, e pubblicato solo adesso dalla Homesleep, la neve ce l'ha già nelle impronte del titolo, da seguire per raggiungere la sua ragazza che lo aspetta lì, da qualche parte.
Ma ancora, con la neve ha in comune il senso di ambivalenza che continua a trasmettere.
Senza girarci attorno, non è un lavoro particolarmente originale, né complesso. Non ci sono pretese "arty" o sperimentazioni sonore, né soffuse e intricatissime trame di chitarra né minimalismi angosciosi.
Solo il mobile perfetto del falegname indie-pop: tredici piccole istantanee di momenti felici e tristi di un rapporto sentimentale.
Ovvio che non è materia per cinici: se avete pensato che la ragazza, aspettando nella neve, probabilmente sarà morta di polmonite, se dalla prima canzone siete inorriditi per la chitarra di nylon strimpellata a piene mani ("come in chiesa", direbbe un mio amico), non andate oltre - non fanno per voi questi testi timidi, questi arrangiamenti acustici semplici-semplici, in cui alla chitarra si sovrappongono, ma in piccole dosi, con discrezione, wurlitzer, piano elettrico, tastiere da bambini, tromba e violino.

Probabilmente è vero che l'indie è il grunge di oggi (e la Homesleep la sua Sub-Pop), che i suoi stilemi rischiano sempre di cadere nel già sentito, che il suo sguardo minimalista e trasognato alla lunga stanca - ma non qui, non ancora.
Per farsi un'idea basta l'apertura dell'album, dall'interminabile titolo (e non è l'unica) di "When Your Heart Breaks Into Many Little Pieces". L'accento del nostro non è l'unica cosa sorprendentemente poco inglese (se non fosse l'ex batterista dei mai abbastanza rimpianti Hefner non lo si penserebbe neppure britannico): la maggior parte delle canzoni spaziano dall'America alla Scandinavia, sempre all'insegna di quel pop da cameretta che è insieme il pregio e il difetto di questo lavoro.

Quattro anni fa si sarebbe chiamato in causa il new acustic movement, e si sarebbe gridato al miracolo.
Oggi invece ci si mette un po' per scrollarsi di dosso una leggerissima insoddisfazione, una certa incertezza iniziale, perché è sottilissimo il confine che separa la leggerezza dall'evanescenza, la semplicità dalla banalità, e quest'album gioca con il fuoco.
Però vince, anche se non convince prima di qualche ascolto ripetuto, nonostante la sua apparente immediatezza.
Ma una volta abituati gli occhi al bagliore, una volta calzati gli scarponi, si può iniziare a godere del nostro viaggio sulla neve: la mezza bossa di "In Your Dreams" e il delicato riff di "Look How Time Flies", figlie illegittime dei Kings Of Convenience, gli Eels acustici infelici di "Spent Too Long Walking…" (impreziosita da un melanconico violino) e quelli più vivaci di "Up Sticks And Go" (che contiene la frase che dà il titolo all'album), il testo stupendo di una "She'll Be Home Soon" resa un po' monocorde dalla voce del nostro (simile a Matteo Agostinelli, ma in un paio di brutti momenti a Fabio Concato) e viceversa la melodia da manuale sul testo ripetitivo di "Slipped Away", la ballata "We Didn't Move A Muscle" ("sitting in your room was the highlight of my life", quanta splendida melassa), che fa pensare all'ultima Torrini, o ancora la tastierina lo-fi di "Heading Home" ("We're heading home with sand in our shoes, with sunburnt cheeks and dusty jeans/ We keep our sleepy eyes on the white lines on the road, through the black of the summer night").

Solo un paio di episodi veramente dimenticabili e una perla: "Change With The Season", la tipica canzone da far ascoltare a chiunque abbia intenzione di darsi all'indie-pop, per prendere appunti e imparare.
Perfetta proprio perché riesce a trascendere uno dei limiti di quest'album, una certa disposizione di Ant ad accontentarsi, forse una piccola resistenza della sua abitudine all'home recording (questo è il primo album in studio): sottrarre, ma non del tutto, lasciare spazi vuoti dove sono proprio i pieni più netti (il violino o appunto il riff di tromba di "Change With The Season") a convincere maggiormente.

Ora, è vero, di lavori così ne escono a decine.
Abbiamo ancora bisogno dell'ennesimo album carino? Forse sì: per passare indenni ancora una volta un altro inverno, un altro insuccesso amoroso, un'altra nevicata.
Forse se appartenete al club dei cuori duri questo cd lo accantonerete dopo poco.
Però.
Però queste tredici canzoni vi avvolgeranno con discrezione nel freddo invernale.
Però alla fine, non pretendete troppo: è solo neve.

(17/12/2006)

  • Tracklist
  1. When Your Heart Breaks (Into Many Little Pieces)
  2. In Your Dreams
  3. Slipped Away
  4. She'll Be Home Soon
  5. Spent Too Long Walking With No Heart To Follow
  6. This Goodbye Kiss
  7. Look How Time Flies
  8. Those Memories
  9. Change With The Season
  10. Up Sticks And Go
  11. Haven't You Got Anywhere Left You Can Run To?
  12. We Didn't Move A Muscle
  13. Heading Home
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