Brothers Of The Occult Sisterhood

Goodbye

2006 (Digitalis Recordings) | psych-folk, experimental, free-form

Michael e Kristina Donnelly sono i Brothers Of The Occult Sisterhood (d’ora in avanti BOTOS), band australiana dedita ad una eccezionale variante di psych-folk dalle tinte misteriose, direi quasi esoteriche. Il solito bel gruzzolo di cd-r alle spalle, perno fondamentale per l’ascesa di un culto destinato, si spera, a non restare più tale dopo la pubblicazione di questo “Goodbye”, autentico gioiello suddiviso in tre lunghi, avventurosi movimenti.

Si inizia con lo strampalato ritualismo, gli svolazzi di delay e le moribonde voci sciamaniche di “Crawarc”, in un strano connubio di misticismo negativo ed amorfa perversione krauta. Attraverso l'uso di masse soniche estremamente aleatorie, il duo tenta la carta vincente di uno spiritualismo universalistico ma continuamente sfuggente, in un gioco di specchi in cui si rincorrono, senza mai compenetrarsi del tutto, tensioni sovra-umane e panoramiche cerebrali. Come in un parto "doloroso" scaturito dall'accoppiata Sunburned Hand of the Man/No Neck Blues Band, i BOTOS dimostrano, immediatamente, una considerevole dose di originalità, rinvigorita (come sarà ancora più evidente alla fine di questi circa 42 minuti) anche da una non trascurabile "discendenza" Taj Mahal Travellers, oltremodo filtrata da un gusto AMM-iano per lo scardinamento strutturale.

In “In the Corner of Her Majik Vision”, una spastica e caotica improvvisazione percorre, altalenante, una linea insistente di carillon, anch'essa a velocità variabile. Si riconosce, seppur molto sommariamente, un senso complessivo, una volontà di manipolare artigianalmente il suono per dare vita a passaggi successivi di senso musicale compiuto. In sostanza, quindi, la musica finisce per acquisire un valore aggiunto di carattere "narrativo" (sintetizzato nel lavorio “minimale” del basso, che puntella con sparse, lugubri figure), tale da rendere la somma delle parti tutt'altro che dispersiva e autoreferenziale. In mille direzioni diverse, seguiamo, dunque, un solo corpo che, continuamente, si impone una meta, pur nella diversità delle strade intraprese.

Dal canto suo, l’ incipit della conclusiva “Gravities Rainbow” ha quasi una valenza "spazialoide". E, lì in mezzo, un brusio costante di suoni gocciolanti, voci ossessive/dilatate (ascoltate: sono i Chrome di “All Data Lost”!), e fasce avvolgenti di droni filamentosi che s'ergono e s'inabissano, in un continuo, vorticoso altalenare di sensazioni titaniche. Il tutto, mentre, in circolo, la batteria picchia monotona una versione più lenta della seconda sezione di "A Saucerful Of Secrets" . Ci si inabissa, poi, in un magma horror-ambient , tra un vaticinio di riverberi, voci manipolate e profondità ancestrali. Sfilano immagini cupissime, eppure la quiete è ormai raggiunta e la contemplazione, anche se martoriata da angosciose avvisaglie, pacifica l’anima, fino a farla svanire, poco alla volta, nel silenzio definitivo.

(19/12/2006)

  • Tracklist
1. Crawarc
2. In the Corner of Her Majik Vision
3. Gravities Rainbow
Brothers Of The Occult Sisterhood su OndaRock
Recensioni

BROTHERS OF THE OCCULT SISTERHOOD

Grass Openings

(2009 - Ikuisuus)

Torna la formazione australiana formata dai coniugi Donnelly, con il suo free folk scoppiato

Brothers Of The Occult Sisterhood on web