DOGNTANK - Dogntank

2006 (Brain donor records)
rock
6.5

Oltre che figurare come turnista di lusso nelle più recenti prove discografiche degli Spiritualized, Anthony “Doggen” Foster è da circa una decina d’anni il braccio destro chitarristico di Julian Cope, elemento determinante nello spostamento della direzione musicale dell’ Arch-drude verso territori che confinano tanto con l’hard-rock quanto con il garage più trucido, il proto-punk detroitiano o il glam anni Settanta. Che si trattasse dei dischi solisti di Cope, del power-trio dei Brain Donor o di uno degli altri mille progetti in orbita nella galassia del buon Julian (uno per tutti, i Sons of Tc Lethbridge, autori di un album commemorativo di un bizzarro antropologo/scienziato/studioso del paranormale), il contributo di Doggen nel disegnare trame chitarristiche, assoli e riff — in una gamma che va dall’essenziale all’ultratamarro — è sempre stato fondamentale.

Dopo anni di vita da “spalla”, a Foster è stato giustamente concesso di uscire alla ribalta con un disco solista, o meglio, con il primo disco del power-trio da lui capitanato, i Dogntank — dato alle stampe dal signor Cope sotto il marchio fittizio della “Brain Donor Records” — in cui il chitarrista pittato di giallo tira le fila di quasi tutte le musiche da lui masticate, nei dischi altrui, negli anni. L’ingrediente di base è l’hard-rock anni Settanta più asciutto e diretto (leggi Montrose, Grand Funk, Thin Lizzy), con frequenti e gradite divagazioni in territori limitrofi più acidi o metallici. Insomma, una logica prosecuzione di quel lavoro di accumulo e rielaborazione dei cliché musicali già intrapresa assieme a Cope.

Come nei dischi del suo mentore, però, l’attenzione di Doggen non è soltanto dedicata all’impatto sonoro (e vi garantisco che per gli amanti delle chitarre, questo album è una delizia continua, tra strati di distorsioni, assoli che escono dalle casse e armonizzazioni a più voci): a conti fatti, le cose più memorabili del disco sono i ritornelli, le parti cantabili, grazie anche al timbro vocale di Doggen, uno strano incrocio tra il John Lennon rauco di “Plastic Ono Band” e un Kiss a due teste, quelle di Paul Stanley e di Ace Freheley.

E se pezzi come “Long Time Dead” e “Lucifer” ricordano da vicinissimo i quattro pittati di Detroit, “Weird Sisters” e “The Unjust Survive” restano nella città dei motori, sponda MC5 eccetera, “Outpatient Blues” sfodera un riff memorabile (vedi alla voce Iommi) e un’interpretazione vocale con i controfiocchi, è negli episodi più relativamente pop che “Dogntank” mostra quel tanto che basta a non classificarlo come un passatempo divertente: “Bad Sign” ricicla spudoratamente il riff di “Action Woman” per costruire un pezzo da duecento all’ora in autostrada; “Waiting for Tomorrow” tiene il piede nella scarpa dei Blue Cheer e in quella, di nuovo, dei Kiss (senza staccarlo dall’acceleratore!), “Deep Seed” inonda di falsetti e stordisce con la sua coda ultra-psichedelica “Job 2:6”, e infine “Wandering Star” è tutta accordi maggiori e coda di tripla chitarra solista melodica armonizzata.

Ciliegina sulla torta, in fondo alla scaletta, l’unico brano acustico, “Stoned Out of My Mind”, che chiude il programma con un perfetto anticlimax.

Insomma, un disco “rock” filologicamente corretto, che salta a pie’ pari gli ultimi due decenni di evoluzione del genere e cerca di non perdere d’occhio la melodia e l’immediatezza. Per la ricerca e l’evoluzione c’è tempo e spazio — altrove.

09/11/2006

Tracklist

  1. 1. Long Time Dead
  2. 2. Lucifer
  3. 3. Feel the Pain
  4. 4. Weird Sisters
  5. 5. Bad Sign
  6. 6. The Un-Just Survive
  7. 7. Outpatient Blues
  8. 8. Waiting For Tomorrow
  9. 9. Deep Seed
  10. 10. Job 2:6
  11. 11. Wandering Star
  12. 12. Stoned Out of My Mind

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