Loro dicono di suonare “musica aggressiva e melodica”, ma noi preferiamo dire che fanno un discreto lavoro, armeggiando con l’hard-rock e l’emo-core. Quanto alla melodia, poi, un lavorio continuo, tra piccoli gingilli sperimentali e spigolosità ampiamente levigate. Non molto lontani da un certo standard, si badi bene. Nemmeno tanto coinvolgenti, a dirla tutta. Ultimamente, ci capita roba davvero poco valida. In un lampo di follia critica, mi erano apparsi i fantasmi degli ottimi Frodus, ma poi ho capito che si era trattato solo di un’allucinazione bella e buona. I Moneen, infatti, sono poca roba, impelagati, per lo più, con una certa epica giovanilistica: tutta una grandeur di chitarre sparate a mille, un ingolfarsi di elettricità e una voce su di giri. Molto Mtv generation finto-alternativo (“Don’t Ever Tell Locke What He Can’t Do”). Figurarsi!
Uno contro l’altro, però, gli strumenti fanno un gran bel lavoro (“If Tragedy’s Appealing, Then Disaster’s An Addiction”) e, se qualcuno ha detto che questo disco vale più dell’ultimo Saves The Day, ha visto giusto (si prendano, per esempio, le dinamiche imperiose di “Bleed and Blister (version 3)”). Non ci voleva molto, direte voi. Ma, come mi è gia successo per i Mutemath, quelle fragranze spazialoidi, così roboanti e convinte, sono un loro punto a favore — anche se è davvero l’unico (“The Day No One Needed To Know” e “The Frightening Reality Of The Fact That We Will All Have To Grow Up And Settle Down One Day”). E, perché no?, le stesse pennellate oniriche di “This Is All Bigger Than Me” non sono proprio da buttare, tranne, forse, quel solito, inevitabile (inevitabile?) crescendo finale.
Una volta assodata la ricetta, perché tentare nuove soluzioni, rischiando in proprio? L’inerzia, quello è l’ingrediente giusto! (“The Politics Of Living And The Shame In Dying”). Non hanno molto da dire, ma lo dicono con caparbietà, ripetendo gli stessi concetti e facendo i salti mortali per scegliere parole-sinonimi sempre più appariscenti e alla moda. Quiete e furia, miscelate ad arte (“The East Has Stolen What The West May Want”), prima di lasciare spazio alle scandalose due-tre tonnellate di melassa che ci mandano quasi in coma (“There Are A Million Reasons For Why This May Not Work… And Just One”).
Ha un appeal radiofonico, questa musica; un appeal che fa davvero spavento. Il che, ovviamente, non è un difetto, ci mancherebbe. Ma se capite cosa intendo, allora c’è poco altro da aggiungere. Che l’elegia mestissima di “The Song I Swore To Never Sing” rappresenti la conclusione di tutto, però, è almeno segno che non è mai detta l’ultima parole. Forse, chissà, col prossimo disco faranno il botto. E noi ci cospargeremo il capo di cenere.
02/06/2006