Gli
Amari, vale a dire “Dariella” (voce, multistrumentista), “Pasta” (voce, tastiere), “Cero” (basso), “Marcopiano” (voce, chitarra, campionatore), “Enricolibrio” (batteria), confezionano il loro quinto album (sesto contando il primissimo
split con i 21), e insieme l’ennesimo disco significativo di una carriera segnata da fluidi avvicendamenti stilistico-creativi. Se le opere precedenti marcavano svolte o riassunti (notevoli soprattutto il precedente “
Grand Master Mogol”, la loro prima summa, “Gamera”, il loro apice creativo, e “Corporali”, primo segno indelebile della loro presenza nel rock indipendente italiano), “Scimmie d’amore”, per la sempiterna fucina
indie-electro italica della Riotmaker, è il compromesso storico.
Tracce di autori neomelodici, appianamento armonico che ammicca ai compatrioti del giro Aiuola Dischi, levigatura di timbri (elettrici o elettronici): questa, in sintesi, la struttura del loro nuovo manifesto programmatico. “Arpegginlove”, uno dei pezzi forti (con un ritornello-slogan che però sciupa un po’ tutto), indietreggia fino all’europop storico orientato al synth e si fa carico di una sorta di struttura-canzone a fiume, di arrangiamenti euforici e una conclusione di timbri eruttanti. “Manager nella nebbia” fa persino leva su riff disco-rock per decollare con linee vocali a livelli compositi e ritornelli con sostrati di synth quasi barocco. Così dicasi per “Le gite fuori porta” (il primo singolo estratto dall’album), anche se rimpinzato d’incastri e break elettronici ad effetto e armonie vocali vellutate.
Il nuovo corso degli Amari evolve soprattutto con lo strumentale di “Ice albergo”, uno swing stilizzato che svariona da
wave a
vaudeville a reggae-dub, canto alla Niccolò Fabi ed effetti dissonanti, ma ristagna in “Parole vere in un mondo vero”, filastrocca leggera per
rhodes atmosferico e battito sincopato. “Il raffreddore delle donne” si fregia di un nutrito
groove funky con arrangiamento elettrificato (tradizionale), e il canto a spartirsi tra melodia in rima e rap
old-school, mentre “30 anni che non ci vediamo” (forse la vera
hit del lotto) impasta
breakbeat,
beat-groove più calcolato (alla Dfa e
Lcd Soundsystem), basso fratturato in
slap, tastiera fantasmagorica ricolma di effetti eccentrici e un ritornello attonito, delicato alla
Perturbazione, il migliore del disco. Chiude un mezzo riempitivo, “E2 E45”, palese citazione del titolo dello storico disco di
Gottsching (“E2 E4”; Detsche Astrophon, 1984), che è pure un piccolo tributo
sui generis all’embrione della techno, vent’anni dopo (
electro, battito minimale,
sampling percussivo).
Lavoro vieppiù monocorde ma incapace di bassezze, che tradisce l’influenza perversa del tardo
Battiato, l’inconsistenza delle ultime emanazioni del pop alternativo, che muta in slegate tiritere hip-hop, e l’irrilevanza della peggior musica leggera italiota, che plasma in comunicativa di scazzo incipiente. Non ci si fermi al “che cosa” (la fastidiosa olografia simil-
boyband, le canzoni a rischio sciatteria) e si proceda al “come”, al
mood (d’agrodolce rassegnazione) e alle lievi sensazioni di sottopelle (realmente spontanee). Poche e meno ambiziose le sperimentazioni, consapevoli di uno
status giocherellone e insaporite del
feeling ritmico di “Cero” (“basso di polvere”), il motore che alimenta lo spirito
punkyfunky della brigata. Ultimo album degli Amari con la chitarra di Marcopiano in
line-up.