Cowboy Junkies

At The End Of Paths Taken

2007 (Nasco) | alt-country

I Cowboy Junkies, gruppo nato a Toronto nel 1985 sotto l’egida dei fratelli Timmins (Margo alla voce, Michael chitarra, Peter batterista), si muovono dal tempo del capolavoro d’esordio "The Trinity Session" su un impianto stilistico minimale, a tratti etereo e arcano, fra blues e folk, con la voce ipnotica di Margo a condurre il gioco. Da quel gioiello di culto, figlio di un riuscito tentativo di far combaciare l’aurea dell’alt-country americano con l’austero slancio estetico dei Velvet Underground, il sound della band ha preso poche consistenti virate. Più che altro, la volontà di non ripetersi (il perturbante e psichedelico "Open" del 2001, ma anche il più countryeggiante "The Caution Horse"), ha spesso combaciato con il desiderio di tornare sui propri sicuri passi, magari impreziositi da arrangiamenti più ricchi, piuttosto che dai tipici echi e/o riverberi (vero e proprio marchio di fabbrica stilistico della band), rivisitati di volta in volta in chiavi differenti.

"At The End Of Paths Taken" arriva dopo due dischi sulla scia del minimalismo delle origini: "One Soul Now" e "Earl Century Blues", lavori che volevano di proposito ricordare (e forse esorcizzare) lo spirito o il fantasma delle Session. Questa volta nessuna cover, punto di forza dell’opera originaria e dei suoi emuli, ma canzoni nuove di diverso registro, che in alcuni casi si spingono oltre i classici territori del country etereo, facendo uso di qualche richiamo "sperimentale" fra accenni noir, doppie voci e utilizzo di strumenti ad arco accompagnati da assoli elettrici messi in acido. In questo senso "My Little Basquiat", "It Really Doesen’t Matter Anyway", "Mountain" (che sembrano direttamente usciti da quel "Nighttown" che fu dei Walkabouts), sostengono la seconda parte del cd, dimostrando però qualcosa d’incompiuto.
Decisamente meglio le sonorità in chiave folk della prima parte del disco, dove il sound si compie grazie a riusciti innesti orchestrali. Qui fanno la loro figura brani come l’introduttiva "Brand New World", "Spiral Down", "Someday Soon", "Follower 2" e la commovente "Still Lost", che riprende il titolo nel testo ed è, secondo chi scrive, la migliore del lotto. Esposta dalla scaletta a un destino solitario, la discreta cavalcata blues di "Cutting Board Blues", unico brano fuori "tono" del disco.

Il leader Michael Timmins ha spiegato il progetto come una sorta di concept-album sul tema della famiglia (non a caso nella già citata "Mountain", lunga canzone-racconto dal taglio "cinematografico", c’è una curiosa sovrapposizione fra la voce di Margo e il recitativo del padre dei Timmins), per il quale le liriche erano già state scritte e pensate prima della musica. Forse è proprio questo che spiega la "legnosità" di fondo suscitata dall’incastro di un lavoro che, nonostante contenga alcune canzoni di ottima fattura, sembra riuscito solo a metà.

I Cowboy Junkies mostrano di aver mestiere nello sfornare un disco che tenta di trasmettere un'anima fuori dai temuti meandri della ripetitività, ma nella sostanza "At The End…" risulta po’ freddino e involuto.

(15/05/2007)

  • Tracklist

1. Brand New World
2. Still Lost
3. Cutting Board Blues
4. Spiral Down
5. My Little Basquiat
6. Someday Soon
7. Follower 2
8. It Doesn't Really Matter Anyway
9. Blue Eyed Saviour
10. Mountain
11. My Only Guarantee

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