Bob Frank & John Murry - World Without End

2007 (Décor Records)
Americana, folk

Davanti, un bosco imbiancato dalla neve e un cadavere in una pozza di sangue.
Dietro, la foto di due uomini, uno regge un badile, l’altro, più giovane, un’ascia insanguinata.
I due sono Bob Frank & John Murry, il primo, 62 anni e un trascorso da musicista loser, il secondo, quasi quarant'anni in meno, ex membro di varie band, tutti e due militanti nel mondo del folk.
Questo però non è il revival stravagante di Banhart o quello raffinato di Bill Callahan, “World Without End” è soffocante, angoscioso, denso di sangue e violenza che vengono dal passato e che continuano nel presente, un mondo  senza fine, quello dell’odio dell’uomo contro i suoi simili.
Dieci storie di personaggi da fine 700 ai nostri anni 60, dieci fantasmi, dieci dipinti di morte, dieci cronache sul lato oscuro dell’umanità di tutti i giorni.

“Big Micajah Harpe back in 1803/ had his head sawed off with a pocket blade/ near to an old tree/ Little Wiley saw it hanging there/ swolling in the heat”.
Hanno catturato suo fratello e Little Wiley sa che quella sarà anche la sua fine. Un lungo e continuo sibilo disegna una desolazione rarefatta come i fondali dei fiumi dove i fratelli Harpe, primi serial-killer della storia, gettavano i cadaveri svuotati delle interiora e riempiti di pietre.

“When they killed his wife and his baby that night/ they frozed the heart of Joaquin/ he follows the gringos to Old Monterey and wait for darkness to come/ and while the slept he slits of their throat and cut off all of their tongues”.
Bandito o rivoluzionario, ognuno ha la sua idea, ma Joaquin Murietta in fondo era solo un uomo trasformato dal dolore. Violino e fisarmonica raccontano la sua storia in un ritmo triste e fiero come può essere il cuore spezzato che cerca di saziarsi invano con la vendetta.

“Sleepin’ down board/ I’m hangin’ today/ Drop the trapdoor/ I’ve got nothing to say”.
Boss Weatherford non è pentito, scherza sul patibolo e ringrazia i poliziotti come in un gioco. Batteria spazzolata jazz e riverberi di archi quasi addolciscono l’assurdità di un uomo che, sempre sereno e gioviale, in un momento si trasforma in un crudele omicida.

“We were sitting ‘round the table when uncle Bud goes/ – It’s a shame what happened to old Bubba Rose -/ nobody knows why Bubba Rose shot his boss/ nobody knows but they all supposed he was pissed off”.
Questa volta è una ballata country alla Johnny Cash a raccontare la storia. Un uomo uccide il proprio datore di lavoro e nessuno sa perché, forse le continue angherie, forse l’alienazione di una vita solitaria.

“Sixteen years old and they bury me/ with the dagger still in my heart/ his wife killed me for loving him/ forever keep us apart”.
Madeleine era solo una ragazzina che vedeva nell’amore del suo padrone un senso alla sua vita, un sogno interrotto dalla moglie e da uno stiletto infilato nel cuore. Piano, batteria e vari tintinnii imbastiscono una stramba giga, macabra e buia come la taverna in cui fu ritrovato, anni dopo, il corpo della giovane.

“Jenny thought she loved him/ but she’s too young to know/ I told him to get away from her/ but he just wouldn’t go/ I slit his fucking throat that night”.
L’amore fraterno che si trasforma in morboso attaccamento, fino alle tragiche conseguenze in un notturno folk tra rullate di batteria e screzi ululanti e lamentosi.

“What have I done/ I don’t have a clue/ so I didn’t speak”.
Waco, Texas. Jesse Washington, diciassettenne di colore, viene giudicato colpevole di stupro e omicidio. Senza prove, ovviamente. Jesse non sconta una pena, inizia un calvario. I pochi arpeggi di chitarra e piano e una batteria pesante come i suoi passi accompagnano Jesse trascinato via dalla folla che gli taglierà dita, orecchie e testicoli per poi bruciarlo sulla pubblica piazza.
L’ultimo pensiero per la madre: “I’ll never see your face again/ take this black body home”.
L’orrore di Waco, lo chiameranno i posteri.

"But when out on the highway/ I took to rob and steal/ forever I see a business man/ how happy I would feel”.
Harvey Logan aka Kid Curry. “Il più selvaggio del mucchio selvaggio”, compagno di Butch Cassidy e Sundace Kid.
Una batteria marziale lo accompagna, insieme al solito pianoforte, nel suo cammino di sangue nel continuo promettersi un cambiamento e una vita migliore, fino a quando, circondato, preferisce usare l’ultima pallottola per sé stesso.

“Early one morning they drag him out of bed/ shotgun full of shell hooked on his head/ his wife is screaming – white girl told you lie/ he never touched her, he don’t deserve to die”.
Ancora una storia di innocenti presunti colpevoli, violini tragici e funebri più che mai.
“He come to heal the sick/ didn’t matter yank o reb/ and they paid the doctor off/ with two shots on his head”.
L’assurdità della Guerra Civile non risparmia neanche chi cura i feriti senza guardare da che parte stanno. Chitarre acustiche, lap-steel, hammond e cori raccontano di tempi difficili.
“These days of reconstruction/ how long will they last?/ these days of reconstruction/ will they ever pass?”.

Frank e Murry rivivono il folk nel suo senso più completo e antico, quello di raccontare storie reali per tramandarle e mantenerne la memoria; lo fanno musicalmente in modo ineccepibile, usando insieme alla strumentazione tradizionale anche effetti elettronici poco invadenti, ma adatti a creare le atmosfere e renderle aderenti ai racconti.
Un disco terreno, di passioni e violenze, sogni infranti e innocenze mutilate, di anime nate malvage e altre che lo sono divenute; “World Without End” passerà quasi certamente inosservato ai più, senza l’hype che spinge qualche disco folk solo perché imbastardito con qualche laptop, ma se amate il folk vecchio, sporco e reale, quello che ha bisogno solo di storie e gente brava a raccontarle, non lasciatevelo sfuggire.

Tracklist

  1. Little Wiley Harpe, 1803
  2. Joaquin Murietta, 1853
  3. Boss Weatherford, 1933
  4. Bubba Rose, 1961
  5. Madeleine, 1796
  6. John Willis, 1844
  7. Jesse Washington, 1916
  8. Kid Curry, 1904
  9. Tupelo, Mississippi, 1936
  10. Doc Cunningham, 1868

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