Davanti, un bosco imbiancato dalla neve e un cadavere in una pozza di sangue.
Dietro, la foto di due uomini, uno regge un badile, l’altro, più giovane, un’ascia insanguinata.
I due sono Bob Frank & John Murry, il primo, 62 anni e un trascorso da musicista loser, il secondo, quasi quarant'anni in meno, ex membro di varie band, tutti e due militanti nel mondo del folk.
Questo però non è il revival stravagante di Banhart o quello raffinato di Bill Callahan, “World Without End” è soffocante, angoscioso, denso di sangue e violenza che vengono dal passato e che continuano nel presente, un mondo senza fine, quello dell’odio dell’uomo contro i suoi simili.
Dieci storie di personaggi da fine 700 ai nostri anni 60, dieci fantasmi, dieci dipinti di morte, dieci cronache sul lato oscuro dell’umanità di tutti i giorni.
“Big Micajah Harpe back in 1803/ had his head sawed off with a pocket blade/ near to an old tree/ Little Wiley saw it hanging there/ swolling in the heat”.
Hanno catturato suo fratello e Little Wiley sa che quella sarà anche la sua fine. Un lungo e continuo sibilo disegna una desolazione rarefatta come i fondali dei fiumi dove i fratelli Harpe, primi serial-killer della storia, gettavano i cadaveri svuotati delle interiora e riempiti di pietre.
“When they killed his wife and his baby that night/ they frozed the heart of Joaquin/ he follows the gringos to Old Monterey and wait for darkness to come/ and while the slept he slits of their throat and cut off all of their tongues”.
Bandito o rivoluzionario, ognuno ha la sua idea, ma Joaquin Murietta in fondo era solo un uomo trasformato dal dolore. Violino e fisarmonica raccontano la sua storia in un ritmo triste e fiero come può essere il cuore spezzato che cerca di saziarsi invano con la vendetta.
“Sleepin’ down board/ I’m hangin’ today/ Drop the trapdoor/ I’ve got nothing to say”.
Boss Weatherford non è pentito, scherza sul patibolo e ringrazia i poliziotti come in un gioco. Batteria spazzolata jazz e riverberi di archi quasi addolciscono l’assurdità di un uomo che, sempre sereno e gioviale, in un momento si trasforma in un crudele omicida.
“We were sitting ‘round the table when uncle Bud goes/ – It’s a shame what happened to old Bubba Rose -/ nobody knows why Bubba Rose shot his boss/ nobody knows but they all supposed he was pissed off”.
Questa volta è una ballata country alla Johnny Cash a raccontare la storia. Un uomo uccide il proprio datore di lavoro e nessuno sa perché, forse le continue angherie, forse l’alienazione di una vita solitaria.
“Sixteen years old and they bury me/ with the dagger still in my heart/ his wife killed me for loving him/ forever keep us apart”.
Madeleine era solo una ragazzina che vedeva nell’amore del suo padrone un senso alla sua vita, un sogno interrotto dalla moglie e da uno stiletto infilato nel cuore. Piano, batteria e vari tintinnii imbastiscono una stramba giga, macabra e buia come la taverna in cui fu ritrovato, anni dopo, il corpo della giovane.
“Jenny thought she loved him/ but she’s too young to know/ I told him to get away from her/ but he just wouldn’t go/ I slit his fucking throat that night”.
L’amore fraterno che si trasforma in morboso attaccamento, fino alle tragiche conseguenze in un notturno folk tra rullate di batteria e screzi ululanti e lamentosi.
“What have I done/ I don’t have a clue/ so I didn’t speak”.
Waco, Texas. Jesse Washington, diciassettenne di colore, viene giudicato colpevole di stupro e omicidio. Senza prove, ovviamente. Jesse non sconta una pena, inizia un calvario. I pochi arpeggi di chitarra e piano e una batteria pesante come i suoi passi accompagnano Jesse trascinato via dalla folla che gli taglierà dita, orecchie e testicoli per poi bruciarlo sulla pubblica piazza.
L’ultimo pensiero per la madre: “I’ll never see your face again/ take this black body home”.
L’orrore di Waco, lo chiameranno i posteri.
"But when out on the highway/ I took to rob and steal/ forever I see a business man/ how happy I would feel”.
Harvey Logan aka Kid Curry. “Il più selvaggio del mucchio selvaggio”, compagno di Butch Cassidy e Sundace Kid.
Una batteria marziale lo accompagna, insieme al solito pianoforte, nel suo cammino di sangue nel continuo promettersi un cambiamento e una vita migliore, fino a quando, circondato, preferisce usare l’ultima pallottola per sé stesso.
“Early one morning they drag him out of bed/ shotgun full of shell hooked on his head/ his wife is screaming – white girl told you lie/ he never touched her, he don’t deserve to die”.
Ancora una storia di innocenti presunti colpevoli, violini tragici e funebri più che mai.
“He come to heal the sick/ didn’t matter yank o reb/ and they paid the doctor off/ with two shots on his head”.
L’assurdità della Guerra Civile non risparmia neanche chi cura i feriti senza guardare da che parte stanno. Chitarre acustiche, lap-steel, hammond e cori raccontano di tempi difficili.
“These days of reconstruction/ how long will they last?/ these days of reconstruction/ will they ever pass?”.
Frank e Murry rivivono il folk nel suo senso più completo e antico, quello di raccontare storie reali per tramandarle e mantenerne la memoria; lo fanno musicalmente in modo ineccepibile, usando insieme alla strumentazione tradizionale anche effetti elettronici poco invadenti, ma adatti a creare le atmosfere e renderle aderenti ai racconti.
Un disco terreno, di passioni e violenze, sogni infranti e innocenze mutilate, di anime nate malvage e altre che lo sono divenute; “World Without End” passerà quasi certamente inosservato ai più, senza l’hype che spinge qualche disco folk solo perché imbastardito con qualche laptop, ma se amate il folk vecchio, sporco e reale, quello che ha bisogno solo di storie e gente brava a raccontarle, non lasciatevelo sfuggire.