Anche questa volta, gli Anonimo FTP provano a dare una vigorosa sterzata al loro percorso musicale. Dopo aver iniziato con il mix di noise ed alt-rock di “Vetro” (2002) ed essere passati, poi, con il successivo “My Dreams” (2004) a discorrere in chiave psichedelica, oggi è la volta, invece, del pop. Ecco, quindi, “Lo sguardo al cielo”, un disco che ha come sottotitolo ideale il motto “la semplicità è più importante della voglia di stupire”. Semplicità, certo. Resta il fatto, però, che, almeno il sottoscritto, vorrebbe non doversi accontentare, consegnandosi, rassegnato, a un nugolo di canzoni che sono piuttosto sempliciotte e, tranne in qualche sparuta occasione, prive di mordente. Anonime, per l’appunto.
Con la sua delicatezza calibrata, “Al posto mio” apre, diciamocela tutta, in modo tutt’altro che malvagio. Il piglio è di quelli, come dire?, “radiofonici”. In “Facsimile”, trame aeree sono sostenute da un pulsare post-punk in chiave minore e infiorettate da ghirigori di organo. L’intreccio delle chitarre lastrica la fuga delle emozioni in “Vuoto a perdere”, mentre ci si sporge in punta di piedi nell’acquerellare candido della title-track, in cui fa capolino anche un violino a mo’ di lama sottile e subdola.
E’ evidente, rispetto agli esordi, il modo con cui la band si è dedicata al raffinamento degli arrangiamenti, anche se, come negarlo?, la volontà ultima è quella di aprirsi un varco nel mainstream . Disinibito e dinamico, quindi, il power-pop seducente e dozzinale di “Luce del sole” ha chiaramente un valore essenziale nella definizione di questa “svolta”, la cui parola chiave è molto semplicemente “normalizzazione”. Tuttavia, ai Nostri piace comunque mantenersi sempre in bilico, alternando pacata ruvidezza e timida, innocua dolcezza, e questo, almeno, permette al disco di mantenere una certa, dignitosa piacevolezza.
Così, dopo il nostalgico candore di “Nuova nuova”, il punk-pop in libera uscita di “Questa sera” scuote per bene il fondoschiena, mentre la voce deraglia in preda ad un’euforia incontrollabile. “Morbida” possiede un’aura uggiosa: l’amore che arriva improvviso e ci rapisce, ma poi è tutto un bel casino di lacrime e di malinconie tediose. Allora, meglio far finta di essere in un film (“Il film che vuoi”). Anche se all’apparenza banalotta, “Nei disegni” vanta un bel lavoro di tastiere (Antonello Raggi), mentre la conclusiva “Ti accontenti?” gioca la carta della complessità strutturale, ma deve poi fare i conti con un falsetto davvero indecente.
Insomma, fuor di metafora, “Lo sguardo al cielo” è un disco che di certo saprà farsi apprezzare da quanti nella musica cercano solo qualche momento di svago e di distrazione. Per tutti gli altri, passare oltre, please.
21/01/2007