Heather Leigh Murray

Devil If You Can Hear Me

2007 (Not Not Fun) | avantgarde, psych-blues

Difficile, al giorno d’oggi, ipnotizzare la folle platea con una misera pedal steel e del pattume sintetico fai da te. D’altronde, gli elettroshock hanno smesso di pulsare egregiamente parecchio tempo fa e, a dirla tutta, per accusare realmente la scossa, appare sempre più indispensabile un aumento corposo del voltaggio.
Chi cerca l’intarsio intellettualoide nei più strambi orgasmi musicofili, sa che spesso deve volgere lo sguardo presso i lidi anacronistici della Not Not Fun. La notizia più entusiasmante, per ora, è che l’etichetta californiana abbia assunto tra le sue fila la compositrice d'arte sonica Heather Leigh Murray: applausi.

La dispersione atonale che sovrasta gli intenti avanguardistici di colei che non esitiamo a definire una Telsiope eccitata, trova il suo sfogo definitivo nei tre atti di “Devil If You Can Hear Me”.
Un sovraccarico di aridità sacrale domina le movenze di questa sirena, cresciuta a Houston, nota per i suoi trascorsi al fianco di Christina Carter, sia nei Charalambides che nel progetto Scorces, nonché membro degli Ash Castles On The Ghost Coast, dei Taurpis Tula, dei Babes On The Loose, e dulcis in fundo (ex) accompagnatrice (semi) ufficiale dei Dream/Aktion Unit di Thurston Moore e Jim O’Rourke.

In questo suo quinto lavoro da solista, la tenera (?) Heather mette in scena tre lunghe catarsi weird in opposition, anagrammate a mo' di psych-blues. Lirismo teso, (s)graziato, vampirizzato da un protrarsi drammatico di pseudo-angoscia esistenziale. La cara e vecchia pedal steel smembrata da qualsiasi grazia armonica, dapprima torturata, poi liberata, strappo dopo strappo, attraverso raffiche analogiche di rotazioni elettriche. Nel bel mezzo dalla sporca faccenda, regna incontrastato l’intervento ultraterreno del canto malato, depresso della poetessa texana (“Porch Fighter”).

C'è chi è convinto che i petali delle rose di casa Leigh Murray siano neri, e che il talento di Houston abbia partorito la nenia contemplativa “Wrecking Crew”, ammirando, dall'alto della finestra, il suo vasto giardino. Sei minuti per riconciliare, con la rilassatezza che non t’aspetti, gli incubi del passato: dalla Patty Waters indemoniata di “Black Is the Color Of My True Love's Hair”, agli squarci vocali flower power di Anne Briggs.
Quiete dilatazioni  sonore impartite con la stessa cura con cui si contano venti gocce di valium. Le labbra di questa giovane fanciulla trasudano estasi esoterica da tutti i pori.

Il dado è tratto con la (in)coscienza di chi redarguisce il lato oscuro dell’io avvalendosi dell’estro innato della propria sensibilità (a)sonora. Non c’è attimo in cui questa peripezia compositiva trovi pace. Da tale profonda devianza nascono i venti minuti di “Candy Butcher”, divisi in due tronchi. Nel primo si ipotizza una discesa verso i suoli dell’Ade: tediosissime scale no-sense sorreggono una lagna immonda. Nel secondo, invece, prende vita la fuga ubriaca da questo contesto inumano: andazzi sconnessi  di uno psicotico slide che cercano, in ogni riverbero, l’estrema salvezza, disillusa nel finale dal miagolio nero dell’ugola di lady Murray.

Solo nei sessanta secondi conclusivi dell’opera il nostro angelo perduto trova finalmente la forza di guardarsi allo specchio: “I don’t know who I am”... “I can’t find my way” .....“I don’t know…” .

No comment.

(01/02/2008)

  • Tracklist
  1. Porch Fighter
  2. Wrecking Crew
  3. Candy Butcher
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